La coltivazione del riso venne introdotta in Piemonte nel tardo Medioevo per iniziativa dei monaci di Lucedio, ma si estese progressivamente nei secoli successivi grazie alle opere di canalizzazione idraulica, acquisendo carattere di prevalenza nelle pianure novaresi e vercellesi solo dalla metà dell’Ottocento. Paolo Nissotti rende omaggio, in questo suo articolo del ciclo Storie novaresi, alle lavoratrici stagionali delle risaie, le mondine, che, prima della meccanizzazione dei lavori agricoli, affluivano nelle campagne piemontesi nel periodo dell’allagamento dei campi per il trapianto delle piantine di riso e per la monda (cioè l’estirpazione delle erbacce infestanti). 

Molti, e molto spesso, hanno scritto sulla vicenda epocale delle mondine in terra Novarese e Vercellese. Oggi credo sia più importante che mai ricordare un paio di momenti significativi legati a queste figure che appartengono al nostro immaginario collettivo.

Innanzitutto non è affatto vero che le mondine arrivassero nelle nostre zone con il triste volto delle condannate al duro lavoro dei campi. Se e’ vero, com’è vero, che il lavoro dei campi era durissimo, è anche vero che lasciavano –  almeno per una quarantina di giorni – una situazione lavorativa ancora più dura. Quella sicuramente non regolamentata dalle famose otto ore. Quella della famiglia, dei figli piccoli, degli orti da zappare, dei pranzi e delle cene da preparare.

Le mondine al lavoro nel 1937 - fonte: Nuares.it
Mondine al lavoro nel 1937 – fonte: Nuares.it

Quando partivano per la monda, sapevano che “solo” otto ore di impegno sarebbero state loro richieste. E la sera, nonostante la stanchezza della giornata, non mancava qualche semplice e umile divertimento. Insomma, quasi una vacanza, e per di più retribuita.

Quando, poi, durante il lavoro in risaia qualche sanguisuga si attaccava alle loro gambe, ovviamente la staccavano e la gettavano lontana. Ma non sempre. Durante gli ultimi dieci minuti di lavoro le lasciavano attaccate a succhiare il sangue. Appena uscite dall’acqua della risaia, le staccavano, le mettevano in un barattolo e correvano a venderle al farmacista più vicino. Il tutto per pochi centesimi di lira.

Lavori in risaia con la meccanizzazione - foto C. Burato
Lavori in risaia con la meccanizzazione – foto C. Burato

Il farmacista avrebbe poi rivenduto le sanguisughe ai medici, che le utilizzavano per fare i salassi.

Non posso fare a meno di considerare che certi eventi dovrebbero essere resi noti, sia alle nuove generazioni, forse un po’ viziate da troppe comodità, sia a quei politici che si sentono in dovere di tassare a destra e a manca. Il benessere non è mai piovuto dal cielo come manna nel deserto, ma è derivato da sacrifici oggi inimmaginabili.

Paolo Nissotti

Tramonto in risaia - foto C. Burato
Tramonto in risaia – foto C. Burato