In posizione dominante sulla cittadina canavesana famosa per l’arte della ceramica, il castello di Castellamonte, di proprietà dei Conti Ricardi di Netro, si apre alle visite con un ciclo di incontri dedicati all’apparecchiatura delle grandi tavole nobiliari nel Piemonte sabaudo.

Un momento del laboratorio "La Bella Tavola" con il Conte Tomaso Ricardi di Netro
Un momento del laboratorio “La Bella Tavola” con il Conte Tomaso Ricardi di Netro

I laboratori, dal titolo “La Bella Tavola”, iniziativa inserita nel quadro del progetto “Castelli e Dimore storiche” promosso da Turismo Torino per la valorizzazione di manieri e residenze storiche della ex Provincia di Torino, oggi Città Metropolitana, avranno cadenza mensile, nelle date del 24 aprile, 29 maggio, 26 giugno 31 luglio, 30 ottobre, e saranno condotti dal padrone di casa, il Conte Tomaso Ricardi di Netro.

Esponente della nobile dinastia piemontese dei Ricardi di Netro, che ereditò il castello nel primo Novecento dai precedenti proprietari, i conti di San Martino di Sale e Castelnuovo, Tomaso accoglierà i visitatori nelle auliche sale del maniero, ora elegante residenza, conducendoli alla scoperta delle regole e dei riti che le famiglie dell’aristocrazia piemontese ancora oggi osservano nell’approntamento della tavola, esprimendo una raffinatezza e un’eleganza che deriva dai legami internazionali della Casa di Savoia e che non ha nulla da invidiare alle splendide tavole messe in scena nei film storici d’ambientazione anglosassone o a quelle dei castelli francesi.

La tavola apparecchiata con l'elegante zuppiera come centro-tavola
La tavola apparecchiata con l’elegante zuppiera come centrotavola, i candelabri, le fiandre, le alzatine, le posate con lo stemma di famiglia

Gli incontri non saranno limitati all’enunciazione di precetti da applicare nella mise-en-place di oggetti, posate, piatti e vassoi, tutti appartenuti a tre generazioni dei Conti Ricardi di Netro, ma saranno vivacizzati dall’abilità del Conte Ricardi nel ricreare l’atmosfera che si respirava nelle famiglie aristocratiche tra Otto e Novecento, evidenziando l’importanza di gesti in apparenza meccanici e ripetitivi, ma in realtà densi di significati sociali e culturali. La scelta e il modo di disporre gli oggetti in tavola, apprestandola per il pranzo, non indica solo i gusti artistici dei proprietari, variabili a seconda delle epoche e dei gusti personali, ma è una forma di linguaggio quasi teatrale che “da un lato esprime il modo in cui il padrone di casa presenta se stesso agli ospiti e dall’altro rivela che cosa il padrone di casa pensa dei suoi ospiti”.

Laboratorio "La Bella Tavola" al castello di Castellamonte

Ci si addentrerà, anche con aneddoti e racconti, nell’origine storica e nel significato di gesti e comportamenti ritualizzati: lo sguardo del puttino che sormonta l’elegante zuppiera utilizzata come centrotavola indicherà allora l’ospite più ragguardevole tra i commensali partecipanti, mentre la posizione dei rebbi delle forchette  all’insù o all’ingiù rivelerà il codice di riferimento, inglese nel primo caso, francese nel secondo, e quindi l’orientamento culturale o anche le simpatie politiche dei padroni di casa. I dettagli, dunque, non sono mai insignificanti: l’uso della forchetta per consumare il gelato ci rivelerà ad esempio l’impronta sabauda della famiglia, dato che alla corte di Savoia si prevedeva l’uso di questa posata, e non del cucchiaino, per mangiarlo, e lo spessore della bordatura in oro dei piatti offrirà invece indicazioni utili per risalire al periodo di fabbricazione (indicativamente, tanto più è spessa, quanto più è antico il piatto). Di alcuni oggetti, poi, s’è persa la consapevolezza della funzionalità originaria, com’è il caso dei bowls (bol alla piemontese), piccoli recipienti riempiti d’acqua e di petali un tempo posti in tavola in ossequio ad un precetto igienico (lavarsi le mani in mancanza di posate) e poi rimasti per uso puramente ornamentale.

Castello di Castellamonte: la Torre Rossa

La partecipazione ai laboratori, per cui è obbligatorio prenotarsi contattando l’agenzia Art in Tour (e-mail: info@artintour; tel. 011.9183679), sarà anche l’occasione per visitare il castello, le cui sembianze attuali sono il frutto di vicende belliche e passaggi di proprietà che ne segnarono la travagliata storia. Già esistente nell’XI secolo, il castello appartenne per secoli ai conti di Castellamonte, di stirpe arduinica, per poi passare ai conti di San Martino di Sale e Castelnuovo e infine ai conti Ricardi di Netro. Danneggiato negli anni Ottanta del Trecento dalle turbolenze del Tuchinaggio, venne ricostruito nel Quattrocento, ma di quell’epoca rimangono poche vestigia, fra cui l’evocativa porta d’ingresso.

Castello di Castellamonte: dettaglio degli interni
Castello di Castellamonte: dettaglio degli interni

Il maniero, coinvolto nei fatti d’arme della guerra civile piemontese di metà Seicento tra madamisti e principisti, conobbe due stagioni edilizie che gli conferirono il volto attuale: gli anni Sessanta del Seicento, quando il proprietario del tempo, Amedeo Cognengo di Castellamonte, architetto ducale, lo tramutò da fortezza medioevale in maison de plaisir aggiungendovi l’ala occidentale, il cosiddetto Palazzo Bianco, e la metà dell’Ottocento, quando il fervore neo-medioevalista, ispirato alla visione idealizzata del Medioevo filtrata dai romantici, portò alla costruzione della Torre Rossa, con la merlatura ghibellina e il rosso della terra grassa di Castellamonte, utilizzata ancor oggi sia per la produzione di ceramiche,  in particolare stufe, che si ritrovano nelle residenze sabaude, ma anche nei palazzi degli Zar russi, sia per la fabbricazione di pinnacoli, comignoli, fregi e statuette decorative, i cosiddetti pitociu, che ornano monumenti, case e chiese del Canavese.

Il Palazzo Bianco
Il Palazzo Bianco

Si concluderà così, con un ultimo sguardo all’amplissimo panorama che nelle giornate terse si gode dal seicentesco giardino balconato del castello, un emozionante viaggio alla scoperta di un mondo di buon gusto e raffinatezza che merita di essere conosciuto e valorizzato.

Paolo Barosso

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Il giardino balconato