Il riso giunse in Piemonte nel Tardo Medioevo grazie all’iniziativa dei monaci cistercensi di Lucedio, che ne avviarono la coltivazione attorno all’abbazia, nell’area delle odierne grange vercellesi. La zona si presentava al tempo ricoperta da vaste foreste planiziali, di cui rimane traccia nel Bosco delle Sorti della Partecipanza, alternate ad acquitrini, pascoli, viti allevate ad alteno, campi di frumento, segale, miglio, panico. Proprio il nome latino del miglio, panicum, diede origine ai termini panissa/paniscia designanti le celebri specialità a base di riso del Vercellese e Novarese, perché con i grani del miglio si preparava una minestra di tradizione gallica, il panicium, considerata antesignana del moderno risotto.

Già noto sui mercati europei come prodotto d’importazione e coltivato a Minorca e Valencia, il riso si diffuse dal 1450 in altre aree d’Europa, come nelle valli veronesi e nel Mantovano e poi in Piemonte, nel basso Vercellese, ma ancora nel Settecento si calcola che appena il 7% della superficie agricola in quest’area fosse destinata a riso. Solo con la sistematica canalizzazione delle acque realizzata nell’Ottocento la coltivazione del riso divenne prevalente e quindi caratterizzante ampie aree del Piemonte orientale.

L’abbazia cistercense di Santa Maria di Lucedio, fondata nel XII secolo e rimaneggiata in forme barocche nel Settecento, conserva della struttura originaria la torre ottagonale, la sala capitolare e altre porzioni ora inglobate nell’azienda agricola.

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