di Paolo Benevelli

La situazione linguistica del Piemonte durante il XVIII secolo era molto particolare, e diversa da quella delle altre regioni italiane. Di fatto, gli editti di politica linguistica di Emanuele Filiberto di Savoia che avevano abolito l’uso del latino negli atti pubblici e nelle procedure giudiziarie, obbligando in suo luogo all’uso dell’italiano, non avevano avuto radicamento popolare nel territorio.

Torino, la capitale sabauda, nel 1718
Torino, la capitale sabauda, nel 1718

L’italiano era percepito da tutti come una lingua lontana e distante: la “lingua volgare”, parlata dalla comunità, era il piemontese. E, se all’inizio il piemontese era parlato soltanto dal popolo perché la nobiltà parlava francese (e questo gli dava un connotato negativo di “patois” o “mauvais jargon”), quando la nobiltà assunse il piemontese come propria lingua, esso divenne la lingua naturale di Torino. Certo, come Alfieri ci insegna, poiché il mondo culturale piemontese era all’epoca proiettato verso quello francese, la lingua di scrittura preferita continuava ad essere il francese.

Louis Capello di Sanfranco, nella prefazione del suo Dictionnaire Portatif Piémontais-Français, addirittura consigliava ai viaggiatori subalpini che avessero visitato Firenze e la Toscana, di non osare avventurarsi in conversazioni in italiano per evitare di trovarsi in difficoltà, e di usare piuttosto il francese: «Nous prononçons cependant mieux le Français que l’Italien; aussi je conseille mes compatriotes de parler français s’ils vont en Toscane, car ils auraient bien de la peine à soutenir une conversation suivie».

In questo contesto, è emblematica la vicenda di Francesco Grassi. Nelle Scuole Regie, scuole superiori d’élite istituite da Vittorio Amedeo II, era stato introdotto, in modo molto marginale, l’insegnamento dell’italiano, con una lezione di lingua da tenersi il sabato. La riforma scolastica del ministro Bogino incrementò le ore di italiano (ma sempre solo nelle scuole secondarie), disponendo che si assumessero anche all’estero dei letterati idonei all’insegnamento di questo nuovo idioma.

Teoria di antenati sabaudi - dalla quadreria della Reggia di Venaria Reale
Teoria di antenati sabaudi e loro consorti – dalla quadreria della Reggia di Venaria Reale

Fu così che dalla Repubblica di Genova, dove risiedeva, venne chiamato a Torino nel 1780 l’erudito Francesco Grassi, come “professore di rettorica e umanità”. L’arrivo a Torino fu per lui come approdare ad un Paese straniero: egli, grande ammiratore di Metastasio e verseggiatore egli stesso in italiano e latino, restò meravigliato per il fatto che praticamente nessuno (al di fuori dei soci delle Accademie) fosse in grado di intelligere l’italiano.

Infatti, mentre nel resto d’Italia i ceti medio-alti parlavano e scrivevano abitualmente in italiano e il dialetto era riservato al basso popolo, qui (come abbiamo detto) i ceti medio-alti l’italiano lo ignoravano, esprimendosi di solito in piemontese o in francese. Il francese era prediletto per la scrittura epistolare, mentre il popolo (che non sapeva scrivere) conosceva solo il piemontese, pur orecchiando genericamente il francese come familiare.

Il Grassi, che non conosceva il piemontese, tentava di usare l’italiano nella vita di tutti i giorni, ma con poco successo. La sua ostinazione nel voler adoperare l’idioma toscano per comunicare, suscitava risolini di derisione, mentre lui veniva giudicato un eccentrico mattoide. E’ più o meno (come ci racconta Vittorio Alfieri) ciò che era capitato a suo zio, l’architetto Benedetto che, nato a Roma da un Alfieri di Sostegno e da una nobildonna romana, era vissuto là per tutta la giovinezza, venendo spedito dal padre a Torino per laurearsi: «On avait si peu l’habitude de l’entendre à Turin, que l’architecte Benedetto Alfieri, qui l’employait quotidiennement, sembla ridicule à ses compatriotes» (F.Brunot, “Histoire de la langue française”).

Vedute di Torino nel Settecento - da incisioni d'epoca
Vedute di Torino nel Settecento – da incisioni d’epoca

Francesco Grassi, deluso dall’ambiente che trovava intorno e con un stipendio misero, decise nel 1782 (dopo aver chiesto il permesso a Vittorio Amedeo III), di lasciare Torino e di insegnare italiano a Londra, come a quell’epoca facevano molti letterati. Ma giunto in terra d’Albione, si accorse presto che per i letterati italiani la professione di «language teacher» era spesso associata alla miseria. Così, pur essendosi nel frattempo innamorato della lingua, della cultura e della letteratura inglese, nell’autunno 1784 fu costretto a tornare a Torino.

Qui ritrovò il suo (malpagato) posto di “professore di retorica e umanità”, ed entrò di nuovo nella piccola accolita della “Patria Società Letteraria” (la più nota accademia di letterati a Torino). Solo in questo entourage egli poteva leggere i suoi poemi, sicuro di venire apprezzato. Ma lo scarso amore dei Torinesi per la lingua di Dante lo angustiava. Perché, si chiedeva, respingere una lingua così nobile ed elegante, per rifugiarsi in un vernacolo incolto? Com’era possibile che esso venisse parlato con orgoglio anche a Palazzo Reale?

Poiché tutti i membri della “Patria Società Letteraria” declamavano nelle riunioni periodiche i loro componimenti (che venivano poi raccolti in un libro a stampa), Francesco Grassi pensò di presentare un suo saggio, “Sopra le lingue ed i dialetti”. In questo libello, egli rimarcava di aver osservato i Piemontesi molto orgogliosi del loro Stato e della loro capitale, tanto da ritenersi quasi superiori agli altri Italiani. Ma come potevano i Piemontesi definirsi una Nazione, se per parlare utilizzavano un misero dialetto e se per scrivere utilizzavano la lingua di un altro popolo? Soltanto sostituendo ambedue gli idiomi con una lingua “fiorita e colta” come l’italiano avrebbero aspirare ad essere una Nazione degna di questo nome.

Ma di tutto questo erano responsabili la Nobiltà e la Corte, visto che il popolo tendeva ad imitare ciò che essi facevano perché dava in generale prestigio. Soltanto se essi avessero rigettato il piemontese e il francese e dando credito al toscano, il popolo avrebbe seguito per emulazione. La critica del Grassi direttamente alla Corte e alla Nobiltà fece scalpore, e suscitò molte polemiche tra i membri della Società, che inizialmente rifiutò di pubblicare il suo saggio, poi diede l’assenso a patto che esso venisse abbondantemente purgato. L’attacco del Grassi al francese però era fuori luogo, perché dimenticava che il Regno di Sardegna, a cavallo delle Alpi, non poteva essere, per sua natura, che uno stato bilingue.

Frontespizio Grammatica Piemontese di Maurizio Pipino
Frontespizio Gramatica Piemontese di Maurizio Pipino

L’attacco al piemontese sembrava poi un attacco diretto alla Corte, poiché proprio la principessa Maria Adelaide (moglie del futuro Carlo Emanuele IV) era stata colei che aveva spinto e incoraggiato Maurizio Pipino a pubblicare nel 1783 il “Vocabolario Piemontese” e l’anno seguente la Grammatica. Maria Adelaide si era innamorata del piemontese, pur essendo lei nata a Versailles e pur essendo lei sorella minore di re Luigi XVI.

Dopo questo episodio, Francesco Grassi decise di propagandare l’uso dell’italiano attraverso la pubblicazione di un giornale letterario, “Lo Spettatore Italiano-Piemontese”. Il giornale chiuse dopo due anni, e per un decennio Francesco Grassi scomparve dalla scena culturale torinese. Nel 1801, l’Accademia delle Scienze, che distingueva secondo l’uso del tempo le sue discipline scientifiche in “Scienze Naturali” e “Scienze Morali”, chiamò il Grassi tra i suoi membri quale erudito esperto di letteratura e filosofia. Ma, nel frattempo, era avvenuta la Rivoluzione, ed era cambiato il mondo. I Savoia erano dovuti fuggire, e il Piemonte era stato posto dapprima sotto amministrazione militare francese, in attesa di essere l’anno successivo “rattaché à la France”, cioè incorporato a tutti gli effetti nel territorio metropolitano francese e suddiviso in sei dipartimenti.

Piemonte Savoia

Il povero Francesco Grassi pensò bene di leggere ai membri dell’Accademia un “Discorso accademico sopra la presupposta unione del Piemonte alla Francia considerata secondo i rapporti di sicurezza, arti, commercio e letteratura”, nel quale sosteneva che nel Piemonte francese, l’Accademia avrebbe lei dovuto farsi carico della difesa della lingua italiana e della sua letteratura. E’ inutile dire che un “Discorso” del genere, in quel contesto storico, era totalmente in antitesi con la politica di Parigi, che mirava al contrario alla completa francisation del territorio.

Essendo stato ritenuto del tutto inopportuno, gli Accademici si rifiutarono di pubblicarlo. Ciò nonostante, Francesco Grassi fu nominato bibliotecario aggiunto dell’Accademia, e tale rimase fino al 1806. In quell’anno, egli si arrese allo stato dei fatti, pubblicando una “Grammatica comparativa d’ambo le lingue, italiana e francese”. Non si sa cosa accadde, ma in quello stesso anno perse il posto di bibliotecario, e da quel momento venne rifiutata ogni sua richiesta di pubblicare i suoi scritti presso l’Accademia.

Quando la parabola imperiale ebbe termine, i Savoia vollero regolare i conti con tutti coloro che avevano collaborato con il regime precedente, e la cosa più paradossale è che la vendetta di Vittorio Emanuele I colpì inesorabile proprio l’incolpevole Francesco Grassi, che venne privato dei suoi beni e ostracizzato. Invano egli tentò di commuovere i Savoia, pubblicando carmi encomiastici in latino per celebrare il loro ritorno, come “In Diem Assumptionis Beatae Mariae Virginis Carmen Votivum Pro Faustissimo Regis, Augustaeque Familia Reditu” o “Faustissimi Ingressus Augustissimi Regis Victorii Emanuelis in Urbem Commemoratio Alcaici”. Ma non ci fu nulla da fare. Povero, solo, deluso e malato, morì nel 1818 dimenticato da tutti, dopo aver lasciato nel testamento le sue poche monete alla domestica.

Fonte: Andrea Merlotti in Dizionario Biografico degli Italiani volume 58, Treccani editore