All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, s’inaugurò una stagione funesta per Torino, che venne defraudata del ruolo di capitale, rivestito per secoli, e cadde vittima di politiche governative settarie, attuate da ministri come il napoletano Silvio Spaventa o il fiorentino Ubaldino Peruzzi (passato alla storia come “bandiera dell’antipiemontesismo”), volte a relegare il Piemonte ad un ruolo del tutto marginale.

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Prova ne è la firma della “Convenzione di settembre” con la Francia, che prevedeva con clausola segreta (suggerita dall’emiliano Pepoli), il trasferimento della capitale a Firenze. La sera del 21 settembre 1864 si raggiunse l’apice della repressione anti-torinese con l’eccidio di piazza San Carlo, che vide i carabinieri aprire il fuoco senza motivo contro 300 persone in corteo, provocando 52 vittime e molti feriti. Collegandosi a questi fatti, poco conosciuti perché minimizzati o ignorati dai libri di storia, Milo Julini ci racconta un’appendice ancora meno nota, la deportazione di alcuni dimostranti, poi arrestati, in Sud America.

di Milo Julini

Massimo Novelli nel suo libro “I fantasmi dei Savoia” (Torino, 2012) ha ricostruito un episodio collegato alle dimostrazioni del settembre 1864, emerso soltanto per caso quando il ricercatore romano Marco Fano ha ritrovato la relativa documentazione, agli inizi del 2000, negli archivi del ministero degli esteri.

Diversi dimostranti arrestati nel settembre 1864 e detenuti a Torino e a Genova, malgrado che il re Vittorio Emanuele II avesse concesso l’amnistia, vennero deportati e arruolati a forza nell’esercito argentino tra il gennaio e il febbraio del 1866. Al tempo era in corso una feroce guerra da parte di Argentina, Brasile e Uruguay coalizzati contro il minuscolo stato del Paraguay.

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Piazza San Carlo, luogo dell’eccidio del 1864, in una veduta d’epoca

Studiando questo conflitto, il ricercatore Marco Fano ha trovato una lettera, spedita dal console italiano di Montevideo al generale Lamarmora, presidente del consiglio e ministro degli esteri nella capitale Firenze, per segnalargli che il comandante del brigantino genovese “Emilia” aveva ammesso di aver trasportato 138 prigionieri italiani deportati per essere arruolati a forza in Argentina: di questi 72 erano dimostranti arrestati a Torino nel settembre 1864. Di loro non si seppe più nulla e quasi di certo morirono nella guerra contro il Paraguay.

 

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