di Paolo Barosso 

Il paese di Montemagno, adagiato sulle morbide colline a nord di Asti, si caratterizza per l’imponente castello dei Calvi di Bergolo che domina l’abitato e marca con il suo coronamento merlato il paesaggio circostante.

Risalente nel suo nucleo embrionale alla fine dell’XI secolo, il sito fortificato entrò nell’area d’influenza astigiana dal 1173, quando i rapporti tra il Comune di Asti e i signori di Montemagno vennero regolati da un patto di cittadinatico che obbligava il primo a garantire la difesa del castello con venti cavalieri e venti fanti, una guarnigione nutrita per l’epoca, segno tangibile dell’importanza che il controllo del luogo rivestiva per gli Astigiani impegnati a contrastare le mire monferrine.


Il castello originario, di cui non rimangono tracce, venne completamente ricostruito dopo il saccheggio del 1290 compiuto dalle truppe di Guglielmo VII del Monferrato, che l’aveva assaltato e temporaneamente espugnato (riportano antiche fonti che il marchese “Monte Magnum… devastavit per dies quinque”).

L’aspetto più rilevante che si può cogliere nello studio del fabbricato, oltre alla regolarità solo apparente nella planimetria e nella disposizione degli spazi, è il contrasto stilistico tra gli esterni, che mantengono le sembianze d’una fortezza trecentesca, con il tipico repertorio decorativo dei castelli astigiani, come le fasce decorate a dente di sega nel coronamento delle torri, la sequenza di archetti ciechi sotto la merlatura delle cortine, le finestre con conci alternati di arenaria e cotto, e gli interni, riplasmati nel Settecento per iniziativa dell’allora proprietario, conte Callori, in sintonia con la tendenza alla trasformazione in senso residenziale dei castelli medioevali, ormai privati di funzioni militari in un contesto di stabilizzazione del quadro politico seguita alle turbolenze del Seicento piemontese.

I restauri realizzati nel Settecento furono però meno radicali e invasivi che altrove, come si può evincere dalla conservazione in situ di caratteristiche salienti di un’antica fortificazione, tra cui il ponte levatoio.

Poco discosti dall’abitato, su un’altura accanto al cimitero, sorgono invece i suggestivi ruderi della chiesa romanica dei Santi Vittore e Corona, che, originaria dell’XI secolo, è attestata in un documento del 1345 come dipendenza dalla pieve di Grana (le pievanie nell’Alto Medioevo corrispondevano alle attuali parrocchie come unità di base dell’organizzazione territoriale ecclesiastica). Quanto sopravvive dell’edificio, campanile e abside, è pregevole testimonianza della Scuola del Monferrato studiata dal Porter.

Crocevia di influssi padani, provenzali e borgognoni, la corrente architettonica detta del Monferrato, cui sono riconducibili numerose chiese disseminate nelle campagne astigiane e aree limitrofe (in origine attorniate da villaggi e solo in seguito, con l’abbandono e la scomparsa di questi centri abitati, rimaste isolate nella quiete campestre o adibite a chiese cimiteriali), poggia la propria specificità su alcuni tratti distintivi come l’effetto coloristico dato dall’alternanza nella tessitura muraria di conci di pietra arenaria e mattoni, l’assenza di cupole e transetto, la sopraelevazione della zona presbiteriale, l’esuberanza dell’apparato scultoreo e ornamentale, con decorazioni a dente di lupo, dente di sega, a damier, il ricorso a dettagli che rivelano, secondo alcuni, influssi orientali come l’arco falcato e oltrepassato, le paraste angolari delle facciate, che rafforzano lo spigolo e delimitano i volumi, la composizione delle absidi, con la superficie esterna suddivisa in campiture da due o tre lesene, che poggiano su un basamento e portano serie di archetti pensili, le monofore a doppia strombatura che danno luce alla zona absidale, spesso coronate da un “falso” arco.

Le attrattive di Montemagno non si esauriscono nell’importanza del patrimonio architettonico o nella dolcezza del paesaggio collinare, ma comprendono anche la produzione vinicola di pregio, che vede nel Ruché il suo punto di forza.

Il Ruché, vitigno raro coltivato in questo angolo di Piemonte, nei Comuni di Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo, Viarigi, dà origine ad un vino dai tratti marcati, insignito della Docg dal 2010. Il disciplinare prescrive l’impiego di uve Ruché in purezza, coltivate su terreni in prevalenza calcarei e argillosi siti tra 120 e 400 metri di quota, o in combinazione, nella misura massima del 10% (da soli o congiuntamente), con Barbera e Brachetto.

Tra le ipotesi sull’etimologia del nome Ruché, noto anche come Moscatellina nell’alessandrino, dove è sporadicamente coltivato, c’è chi lo mette in relazione con le ròche (rocche), dossi impervi, scoscesi e assolati prediletti dalla varietà, chi lo fa derivare da roncet, degenerazione infettiva della vite che causa deperimento generale della pianta e verso cui questo vitigno mostra resistenza, e chi, come il Geave, lo lega a San Rocco (San Ròch in piemontese), patrono della locale comunità monastica che l’avrebbe importato in zona dalla Borgogna.

Cantine della Tenuta Montemagno

Il vino Ruché presenta affinità con il Gamay francese per la “nuance aromatica che contrasta con l’amaro del sorso finale” (Massobrio), mentre lo studioso Gianluigi Bera ne ipotizza la derivazione, se non dal punto di vista genetico, almeno da quello onomastico, dal Care o Cher, varietà minore un tempo presente in Astesana, corrispondente al Cari, uva aromatica a bacca nera attestata sulla collina torinese già al principio del Seicento e tutt’oggi presente.