di Paolo Barosso

Su un bricco prospiciente l’abitato di Cortazzone, in val Rilate, nel cuore delle colline astigiane rivestite di vigne, prati e boschetti, sorge la splendida chiesa di San Secondo, notevole esempio di romanico monferrino.

La facciata della chiesa, rivolta a occidente

Il paese di Cortazzone, per molti anni feudo dei Pelletta, potente famiglia astese di banchieri, appare dominato dalla massiccia mole del castello, più volte rimaneggiato nei secoli, ma che conserva ancora parti medioevali, probabilmente risalenti alla fine del XIV secolo. A quest’epoca si riconduce infatti la ricostruzione operata dai Pelletta sulle rovine di una più antica fortificazione, distrutta nel 1362 dai venturieri della Compagnia Bianca, che imperversavano in quegli anni specialmente nel Novarese, lasciando dietro a sé una tetra scia di devastazione.

Veduta del borgo storico di Cortazzone, abbarbicato sulla collina e dominato dal castello, di cui si nota il mastio quadrato cimato con taglio obliquo

Il nome della località in cui si trova la chiesa, Mongiglietto, deriva, secondo un’interpretazione, da Mons Jovis, monte di Giove, evocando ancestrali radici pagane del sito, sede d’apprestamenti cultuali pre-cristiani, ma altri ritengono che il toponimo sia legato al termine “mongioie”, ricalcato sul francese antico Mont-joie, designante cumuli di pietra che venivano posti già in età celtica lungo le strade come segnavia e anche come forma di propiziazione del viaggio. La facciata, in pietra arenaria nella parte inferiore, ma in parte alterata nel Seicento con una sopraelevazione in mattoni culminante in un campaniletto a vela, mostra un elegante portale d’ingresso sovrastato da una cornice orizzontale in cui compare come elemento decorativo una fila di conchiglie, simbolo che indica la chiesa e il sito come probabile luogo di sosta ad uso dei pellegrini lungo quel reticolo di strade che componevano la famosa Via Francigena.

La cornice orizzontale con la fila di conchiglie, tra i simboli del pellegrinaggio

Ciò che maggiormente sorprende, nella visita di questo edificio che fu dipendenza del vescovo di Asti e poi dal 1345 della pieve di Montechiaro, è il ricco apparato scultoreo, che si sviluppa sia all’esterno che all’interno.

Dettaglio dell’apparato ornamentale del lato sud con un’aquila inserita in un riquadro e sovrastata da un volto stilizzato, richiamo alle têtes coupées di tradizione celtica

Esternamente è il lato sud a colpire non solo per la varietà di decorazioni, che rispecchiano il repertorio del romanico astigiano, dalla cornice a “damier” alle file di archetti pensili poggianti su mensole con motivi vegetali e geometrici, ma anche per la singolarità di certe figure scolpite che paiono poco adatte a un luogo di culto cristiano.

Tra queste risalta, nella parte alta della navata centrale (detta “cleristorio” perché in genere traforata di finestre che rischiarano l’interno), una scena di accoppiamento che, rifacendosi a schemi ancestrali, pare leggibile come un richiamo ad antichi riti propiziatori della fertilità o anche come una sorta di ex voto per parti difficili.

Lato sud – scena stilizzata di accoppiamento

L’interno, suddiviso in tre navate terminanti in absidi, invita all’esercizio della fantasia, con una vera e propria foresta di figure zoomorfe, antropomorfe, fantastiche, ibride, chimeriche, che popolano i capitelli e che, in perfetta sintonia con la passione medioevale per i simboli, evocano principi e concetti non sempre intellegibili per l’uomo di oggi.

Veduta dell’interno con le tre navate

Compaiono animali, come la lepre, che esemplifica bene l’ambiguità e ambivalenza del simbolo, richiamando sia il concetto di lussuria, evocato dalla nota prolificità dell’animale, sia la caducità della vita, data la sua proverbiale rapidità di movimento, ma anche scene più articolate, con volatili provvisti di un’unica testa intenti a beccare, cavalli con le zampe curiosamente morsicate da teste bovine, gruppi di sirene con coda bipartita o coda ad arco “tenuta da ambo le mani”.

Infine i tre capitelli disadorni, lasciati allo stato grezzo, paiono rivelare nella loro incompiutezza il senso della finitudine umana dinnanzi all’onnipotenza e perfezione di Dio.

Capitello con due volatili provvisti di un’unica testa intenti a beccare

Interessante nel catino dell’abside centrale è un affresco trecentesco, di recente restaurato, che reca la figura di Cristo assiso tra San Secondo e un’altra figura di dubbia interpretazione, identificata con San Girolamo, il traduttore della Bibbia dal greco al latino (la cosiddetta Vulgata), ma da altri con San Brunone, vescovo di Segni, ma di natali astigiani, o San Siro, primo vescovo di Pavia. L’ultima ipotesi, se accettata, potrebbe avvalorare un’originaria dipendenza della chiesa di San Secondo dalla mensa episcopale di Pavia, come per la pieve di Tigliole d’Asti.

Capitello recante quattro sirene sugli angoli con coda bipartita e braccia tese verso l’alto

Osservando i caratteri stilistici delle chiese romaniche astigiane si riscontrano evidenti affinità, che indussero il Porter e altri studiosi a teorizzare l’esistenza di una vera e propria “Scuola del Monferrato”, nata da una commistione di influssi padani, borgognoni e provenzali, accostati a tratti originali: l’effetto coloristico dato dall’alternanza nella tessitura muraria di conci di pietra e mattoni; l’assenza di cupole e transetto; la sopraelevazione della zona presbiteriale; l’esuberanza dell’apparato scultoreo e ornamentale, con decorazioni a “dente di lupo”, “dente di sega”, “damier”; la presenza di elementi forse rivelanti influssi orientali come l’arco falcato e oltrepassato; le paraste angolari delle facciate, che rafforzano lo spigolo e delimitano i volumi; la composizione delle absidi, con la superficie esterna suddivisa in campiture da due o tre lesene, che poggiano su un basamento e portano serie di archetti pensili.

Capitello con figure zoomorfe e antropomorfe in apparente disordine

Oltre ai tratti stilistici e architettonici è comune alle chiese delle campagne astigiane e monferrine la condizione di isolamento, immerse come sono nel verde, in cima a bricchi e a mezza costa, o attorniate da cimiteri, in certi casi ancora in uso. Tale isolamento, annotato già dalle relazioni approntate da vescovi e visitatori apostolici dopo il Concilio di Trento concluso nel 1563, non deve ingannare perché non è una condizione originaria di queste chiese, bensì sopravvenuta, per una serie di fattori sociali, economici e politici che agirono nel quadro dei secoli centrali del Medioevo, determinando cambiamenti importanti nella mappa dell’insediamento umano piemontese e, più in generale, europeo.

Scorcio della zona absidale

Queste chiesette, al tempo della costruzione, tra IX e XII secolo, talvolta innestate sul sedime di edifici più antichi in legno, si trovavano infatti a svolgere la funzione di pievi di villaggio dove per pieve s’intende una chiesa avente diritto di battesimo e di sepoltura e centro fisico del piviere, l’unità territoriale di base dell’originaria organizzazione ecclesiastica del territorio, o in certi casi come oratorii e tituli, chiese minori dipendenti da una pieve.

Erano quindi circondate da modesti aggregati di casupole, che con il tempo, per motivi diversi, vennero abbandonate per il trasferimento degli abitanti in centri di nuova fondazione. Le case dei villaggi, prive di manutenzione, scomparvero, inghiottite dall’inesorabile fluire del tempo, mentre le chiese in genere rimasero in piedi, come unica traccia materiale superstite, isolate nel contesto campestre o entro recinti cimiteriali, perché persistette l’abitudine di seppellire i morti attorno ad esse.

Dettaglio decorativo con l’omino intento ad arrampicarsi lungo la linea interna dell’archetto pensile

Le funzioni di parrocchiale vennero gradatamente accentrate all’interno degli abitati di nuova fondazione, con la costruzione di nuove chiese, mentre quelle antiche decaddero, venendo adoperate una volta l’anno in occasione della festa del santo titolare, ma conservando in tal modo, in assenza di interventi di manutenzione e adeguamento, l’aspetto architettonico originario e quella purezza di linee e di forme che tuttora stupisce il visitatore.

Tutte le foto pubblicate sono di Paolo Barosso