di Fabio Occhial

Con il secolo X, a seguito dell’abbandono del monastero di Novalesa in val Cenischia, la «santissima mater nostra Novaliciensis ecclesia», [Chronicon, IV, fragm. xxii, a cura di G. C. Alessio, Torino 1982, pp. 240 sg.], da parte della comunità benedettina minacciata dalle incursioni saracene, si ebbe il trasferimento della comunità monastica a Breme e l’edificazione di un nuovo importante complesso monastico in area lomellina.

Chiostro dell’abbazia di Novalesa in val Cenischia

Questa è la versione accreditata dalla comunità stessa, che evoca il terrore indotto dalla minaccia saracena e la conseguente fuga dei monaci, guidati dall’abate Domniverto: Domnivertus vero abbas ob timorem Saracenorum, abbas et omnes monachi derelinquerunt cenobium Novalicie…Et ubi discederunt, venerunt Saraceni, qui combusserunt monasterium [Chronicon, IV, fragm. xxiii, in Cronaca di Novalesa.]

La ricostruzione di quei travagliati avvenimenti registrata dal Chronicon intorno alla metà dell’XI secolo delineerebbe, come citato, il quadro di una fuga imposta dalla minaccia delle incursioni saracene: […] ob inundationem Saracenorum ex Fraxineto, qui… totam  quoque Galliam subalpinam sanguine et incendio submerserunt  (Chronicon, Fragm. XX: Cronaca, p. 236), in cui il pericolo viene presentato quale condizione certa e determinante il  trasferimento a Torino come scelta ovvia.

Scena di battaglia tra Saraceni e Crociati

In verità, all’interno di tali dinamiche, studi recenti stanno evidenziando realtà notevolmente più complesse. Quella che dal Chronicon viene presentata come fuga andrebbe invece interpretata come un trasferimento preventivo, nel timore di spedizioni che si verificarono in maniera significativa soltanto dopo l’abbandono delle strutture monastiche. [A. A. Settia, Monasteri subalpini e presenza saracena: una storia da riscrivere, in Dal Piemonte all’Europa: esperienze monastiche nella società medievale (Relazioni e Comunicazioni presentate al XXXIVCongresso Storico Subalpino nel millenario di S. Michele della Chiusa, Torino 1985), Torino 1988,part. pp. 293-295 e 305 sg.].

Forti riserve sulla tradizionale identificazione dei Saraceni con elementi di origine araba indicano la possibilità che essi fossero corsari o predoni andalusi oppure elementi locali. Esemplari appaiono comunque le stratigrafie del terreno in sede di scavo, le quali  non hanno restituito tracce consistenti ed univoche di distruzione violenta nell’arco cronologico interessato; le uniche tracce di distruzione, dovuta verosimilmente ad un incendio prodottosi nel corso del X secolo, di origine comunque non chiaramente identificabile, sono state rilevate solamente negli alzati della cappella di S. Maria.

Inoltre, il trasferimento in altra sede sarebbe preceduto da dinamiche che mutuarono degli interessi patrimoniali del monastero dall’area transalpina in ragione dell’Italia nord-occidentale.

Scorcio della Val Cenischia verso il paese di Novalesa e la cappella di Santa Maria

L’analisi di queste diverse prospettive sarebbe coerente con  il successivo insediamento della comunità in Lomellina, parallelamente o meno al ruolo svolto dal marchese Adalberto di Ivrea, che dopo aver accolto i monaci a Torino, fu artefice della donazione delle curtes regie di Breme: Santa Maria in castrum e Santa Maria in  Pollicino.

Sarà quella di Breme ad essere privilegiata per l’insediamento della comunità, che vi si colloca in relazione con un oppidum preesistente: […] Di Bremito oppido parla il Chronicon (Cronaca, p. 276). Ovviamente il termine non va assunto  nel senso di un insediamento chiaramente definibile come fortificato: difatti nel  precedente passo del Chronicon la locuzione Bremetense oppido parrebbe riferirsi in relazione al monastero (Cronaca, p. 260).

Il grande chiostro abbaziale di epoca olivetana

Il complesso abbaziale è oggi quasi completamente di pertinenza comunale, formato da tre corpi di fabbrica porticati, di concezione e realizzazione unitaria, disposti intorno ad un ampio cortile; in origine, il quarto lato, quello a nord, era occupato  dalla chiesa abbaziale, a tre navate, come appare in una  pianta verosimilmente edita nel 1635, demolita successivamente all’inizio del XIX secolo, «La chiesa ne venne atterrata in questi ultimi tempi, standovi per altro in piè l’antico campanile, guasto dal fulmine nella sua sommità» (Casalis 1834, p. 619).

Contestualmente alla sua demolizione, sulla linea del colonnato della navata sinistra fu costruito un muro, scandito da lesene e articolato da quattro archi di diseguale altezza, in origine aperti in relazione diretta con un edificio retrostante le cui caratteristiche e funzioni non sono ancora del tutto precisate.

Muro edificato in luogo del colonnato della navata sinistra

Si possono cogliere gli elementi costituenti la chiesa abbaziale, tre navate, l’abside e due corpi simmetrici attigui, stilizzati i colonnati.

Nell’osservazione delle sue linee generali, l’intero complesso sembrerebbe già strutturato sulla pianta citata; è verosimile che esso risalga agli interventi operati al momento dell’ingresso dei monaci Olivetani, anche se i lavori nei vari corpi di fabbrica, di entità imprecisata (tranne alcuni attualmente oggetto di analisi), sarebbero assimilabili  alle operazioni di  smantellamento della fortezza e in relazione alle precedenti azioni ossidionali e di rifortificazione.

Per contro, si evidenziano tracce significative se pur modeste delle strutture più antiche.

Sopravvivono tuttora parte della parete settentrionale della prima chiesa abbaziale, inglobata entro le murature della chiesa seicentesca e conservatasi a tratti fino all’imposta del tetto, un ridotto lembo della parete meridionale, inglobato nel campanile e la cripta, che malgrado i pesanti interventi subiti ha conservato leggibili le proprie caratteristiche.

Veduta della cripta – dal sito www.comunebreme.it

La parete settentrionale della chiesa che ora si apre su un cortile privato nel suo tratto orientale è la risultante di successivi interventi, risalenti alla fine del XVIII/inizio del XIX secolo e moderni. Essa presenta molte e complesse stratificazioni murarie e di intonaci, esito delle numerose modifiche intervenute sulla struttura originaria, leggibile fortunosamente nella parte superiore della stessa.

I suoi elementi caratteristici  sono disposti su due livelli; a quello inferiore si trova, all’estremità sinistra, una lunga specchiatura, definita e conclusa in alto da una coppia di archetti e delimitata sulla destra da un breve tratto di parete con un grande arco, oggi tamponato e solo in parte conservato, la cui ghiera è formata da mattoni legati da abbondante malta di buona qualità, con il bardellone dai mattoni di dimensioni minori.

Al di sopra, è presente su tutta la lunghezza della parete una sequenza di specchiature coperte da intonaco che dovevano in origine concludersi con archetti binati, analoghi a quelli ancora conservati nel tratto di parete meridionale inglobato nel campanile e del tutto simili a quelli presenti in elevato sul vicino battistero.

Particolare della parete settentrionale con specchiatura ad archetti

L’estremità sinistra della parete corrisponde al limite verso l’innesto dell’abside, sostituito verosimilmente nel XVII secolo da quello poligonale, del quale si colgono ancora le linee essenziali. Manca del tutto ogni elemento esplicito atto ad indicare come fosse lo sviluppo verso ovest, ma qualche indicazione la si può ricavare dalla cripta, che ne suggerisce uno sviluppo non trascurabile.

Ad esclusione dell’arco sopracitato, la parete non conserva tracce di aperture identificabili con la fase originaria; due archi, in seguito tamponati, si individuano nel settore occidentale, appaiono aperti in breccia, proponendo l’integrazione di una navata laterale alla originaria navata unica. La residuale traccia di innesto inframurario continuo e omogeneo che percorre la parete appena sotto la base delle specchiature superiori è indicativa di una originaria volta a botte, ma non è possibile attribuirla alla copertura più antica.

 

 

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