di Giovanni Dughera 

E’ per confronto e paragone con qualcosa di minuto, che un albero secolare appare nella sua grandezza.

Così, vagando senza metà  tra le betulle contorte e la brughiera delle Vaude, avendo costantemente parate dinnanzi, lontane, le grandi cime delle Valli di Lanzo e del Canavese, queste appaiono in una bellezza e imponenza particolare, riunite tutte insieme in un unico massiccio anfiteatro che sovrasta la striscia limitata dell’altipiano che da esse promana. Il contrasto è ancor più evidente in quelle distese di erbe secche che paiono savane e che culminano nella massa tondeggiante e scabra del Monte Giovetto, nei pressi di Balangero.

Calesse nelle Vaude – ph Giovanni Dughera

La Bessanese, l’Uia di Mondrone, la Ciamarella, la Lera, le Levanne, la Quinzeina, il Soglio, il Monviso lontano e altre, ma si può anche non pensare al nome, per vederle più in una dimensione arcaica, o da scoperta e esplorazione, esse paiono voler fare a gara per emergere, con le cime ora appuntite, ora arrotondate, ora che paiono farsi largo spingendo tra le consorelle e assumere così una forma stravagante.

Forse emersero proprio così ai tempi del corrugamento della crosta terrestre, con chissà quali immani forze, come giganteschi funghi che spingano dalla terra e assumano via via forme diverse.

Una danza di pietra, immobilizzata poi.

Danza che fu tutt’altro che aggraziata, ma prepotente e inimmaginabile per i nostri occhi abituati a paesaggi geologicamente assestati, stabilizzati e spesso modificati  dall’Uomo. Ricordo con emozione un filmato della Nuova Zelanda, dove massi instabili precipitano usualmente dalle montagne, essendo quelle aree geografiche ancora in fase di assestamento, un paesaggio di una “vitalità” particolare!

Solo i venti e le alluvioni, le cadute di pietre in montagna, i temporali e così via possono rendere l’idea di ciò che avvenne nelle lontane ere geologiche, ma come pallidi riflessi.

Paesaggi canavesani: la Quinseina o Quinzeina (2344 mt) vista da Belmonte – ph Paolo Barosso

E le foreste piatte delle Vauda, il cui nome deriva dal celtico-germanico wald, bosco, selvagge anch’esse, ma calme sembrano avere soluzione di continuità con lo sfondo tormentato di cime, in quanto la compattezza delle betulle al di sopra delle quali si elevano le cime fa dimenticare che esistono comunque, frapposte e nascoste, strade, auto, paesi.

Vien voglia di immaginarsi uomini preistorici che si avventurino nella foresta alla ricerca di cibo, e nati simultaneamente all’”eruzione” delle montagne.

Da Ciriè, per raggiungere le Vaude, percorrendo la leggera salita a tornanti che, dopo aver attraversato il pianoro, ridiscende con egual pendenza a Front, si ha subito l’idea del compatto altipiano sceso dalle testate alpine delle valli di Lanzo e Canavesane sotto forma di massi, ciottoli, ghiaia, sabbia coperti da uno strato di argilla.

Questo fenomeno avvenne a causa dell’erosione delle cime in epoca proto-glaciale.

La natura del terreno così costituito fece sì che le Vaude resistettero, in molte zone, ai tentativi di coltivazione messi in atto dall’Uomo, permettendo solo la pastorizia.

L’altopiano delle Vaude evoca in certi punti immagini di terre lontane, selvagge e sconfinate – ph Giovanni Dughera

Queste le cause dell’attuale “veste” ambientale dell’altopiano, che venne utilizzata anche come accampamento e sede d’esercitazione militare: a questo proposito il Bertolotti, autore de “Passeggiate canavesane”, 1870, ricorda il brulicare d’artiglieria e di manovre negli anni che precedettero il Risorgimento. Ora le Vaude sono una Riserva Naturale Regionale, sebbene sussistano zone soggette alle autorità militari.

Vien voglia di iniziare la camminata in montagna da qui, come instancabili camminatori di un tempo, obbligati loro, gitanti noi.

Questi grandi spazi selvaggi, “grandi” per una piccola terra come il Piemonte, dalle pianure intensamente coltivate,  fan subito venire in mente territori vastissimi come l’America, il Canada, la Russia, dove l’urbanizzazione non è certo così capillare come nelle nostre regioni.

Il ricordo va a Tolstoj con le sue indimenticabili descrizioni di foreste russe, terre di caccia per lui, sentimenti forti e sanguigni di tempi passati; o a crude immagini di una brutale e vergine America, terra di conquista, dove le violenze consumate ai danni dei nativi pellirosse non addolciscono il peso delle carovane di pionieri, che avanzavano nei territori selvaggi.

Mandria al pascolo nelle quiete campagne canavesane – ph Paolo Barosso

Sarà a causa di questa similitudine che capita di vedere un allevamento di cavalli denominato  “ranch”? Ma lo sapranno tutti che cowboy è l’equivalente di “garzone di stalla, vaccaro, margaro…”, mestieri  che qui non sono certo stato mitizzati come ne è stato dei loro colleghi del Far West!?

E le popolazioni barbare che scesero dal Nord Europa dopo la caduta dell’Impero Romano  passarono anche qui scendendo dalle Alpi? E gli elefanti di Annibale calpestarono le brughiere della Vauda? Anche se non abbiamo notizie storiche al riguardo piace immaginarsi tutto ciò, complice l’atmosfera arcaica del luogo.

Ciò che sappiamo è che lassù, a 3000 m. di quota del Col d’Arnas e del Col del Lautaret (da altare, ara) vennero scoperte nell’Ottocento strade romane, are votive dedicate a Ercole, Giove, Mercurio, un Giano bifronte a Corio, in quella sovrapposizione di celtico e romano tale da rendere difficile un’attribuzione certa ai ritrovamenti.

Dalle Vaude lontani nello spazio e nel tempo appaiono questi segni sulle Alpi.

 

Note bibliografiche

A. Cavallari Murat, Tra Serra d’Ivrea, Orco e Po, Ist. bancario San Paolo di Torino, 1976

M.L.Tibone, L.M.Cardino, Il Canavese, Terra di Storia e d’Arte, Omega ed., 1993

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