di Arconte

La complessa manifestazione torinese di disagio giovanile indicato come «barabberia» approda alla prestigiosa rivista scientifica «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» soltanto sul finire del secolo XIX e precisamente nel 1898. Ben noto a Torino fin dagli anni ‘70 di quel secolo alla cronaca nera dei giornali cittadini, questo fenomeno viene così proposto all’attenzione degli studiosi e dei cultori italiani dell’antropologia.

Ecco il testo dell’articolo, apparso privo di indicazione dell’autore e corredato da quattro disegni anonimi.

I «BARABBA» IN TORINO

L’orribile fattaccio avvenuto alcune settimane addietro a Torino ha richiamato l’attenzione del pubblico italiano sui barabba, una piaga torinese, come a Milano i teppisti, a Bologna i salati, a Napoli i guappi e i camorristi, a Palermo i mafiosi e via dicendo.

Lo studio di questi diversi tipi di delinquenti offre uno dei più interessanti contributi alla sociologia criminale.

Bisogna però notare che, mentre in Sicilia e nel Napoletano mafia e camorra assumono la forma di vere e proprie associazioni a delinquere contro le persone e le proprietà (?), i barabba e i loro sozii settentrionali non sono che prepotenti del momento, giovinastri e avvinazzati, talvolta ladri e «souteneurs», ma non vincolati da un legame fra loro.

Perché a Torino questi giovinastri si chiamano barabba?

Qualcuno sostiene che la origine di questa designazione risalga al famoso ladrone omonimo, crocifisso alla destra di Gesù.

A ogni modo, Barabba significa in ebraico figlio della vergogna, e il nome è bene appropriato a questi tipi di delinquenti.

Il barabba torinese ha generalmente un’età dai 18 ai 25 anni: dopo i venticinque, se non è finito in galera, diventa un buon operaio o magari un onesto borghese.

Il barabba infatti non è che un ragazzaccio: magro, livido, cencioso, col cappello sulla nuca o calato sugli occhi a seconda delle circostanze; sputa fra i denti, lanciando lontano uno sputo che cade preferibilmente sulle vesti delle signore e sugli abiti dei pacifici borghesi.

La giacca corta, i pantaloni aderenti al ginocchio e larghi in fondo; le scarpe a punta, con tacchi alti, quando non sono bucate e rotte, ecco la toilette del barabba.

La sua figura morale è più brutta ancora. Egli vuol essere una protesta continua, vivente, contro la società e contro chi sta meglio di lui. Se la prende infatti, generalmente, coi signori e coi militari, e per uno sfogo di brutale malvagità, incontrando qualcuno sputacchia, insulta, percuote, accoltella. È un anarchico, senza avere quasi sempre una concezione politica del suo… anarchismo.

Ma è anche, non di rado, un essere ignobile, che vive alle spalle di donne perdute, sulle cui carni lascia però la livida impronta delle sue bastonate. E quando la ragazza non molla danari corre anche il rischio di essere uccisa.

 

Il curioso è che non tutti i barabba portano calzoni.

Riproduciamo da uno studio del Carloy sul Secolo XIX il ritratto di una bellissima tosa. Ebbene, ella è un barabba in gonnella, più pericolosa per la influenza che esercita sugli altri.

Pur troppo, le donne ingrossano la famigerata schiera, e non poche di esse vanno ogni anno condannate per ferimenti e omicidi, come per ribellioni alla forza pubblica.

La bella tosa che qui si vede era una fiammiferaia; comparve tempo fa, davanti ai magistrati popolari, che la condannarono senza misericordia, avendo ella commesso uno di quei reati che fanno deplorare l’abolizione del capestro.

E questi tipi sono tutt’altro che rari in Torino: se ne incontrano, invece, frequentemente; e chi volesse farvi uno studio speciale, dovrebbe darsi la pena di mettere il piede in uno dei tanti ambienti, nei quali sogliono darsi convegno, nelle tarde ore della notte, i malviventi di ogni risma: certe osterie (per tacere d’altri locali) offrono un campo non trascurabile di osservazioni allo studioso di cose criminali.

La sera si vedono comitive di dieci o dodici barabba tra maschi e femmine, andar gironzando per varii quartieri: guai a chi li incontri quando è solo, in una strada deserta. Il meno che può capitargli come a Livorno è un lattone sul cappello duro.

Questi barabba entrano nelle osterie e non pagano lo scotto, se loro talenta: e quando l’oste resiste, viene conciato per le feste.

Il Carloy osserva:

La barabberia a Torino non ha un’organizzazione propriamente detta: ma è sparsa dovunque, e s’impone colla audacia, col terrore, col pugnale. I giornali sono pieni delle sue gesta. Questi furfanti non risparmiano nessuno, nemmeno i vecchi, nemmeno i fanciulli! Provocano meditatamente, e, se il provocato reagisce o dice una parola, lo freddano con una coltellata.

I barabba possono paragonarsi certo ai voyoux parigini, i quali sono però anche più terribili dei barabba.

Insomma tutto il mondo è paese.

La Torino del 1898 fu anche teatro dell’Esposizione nazionale

 

Questo articolo viene attribuito a Giovanni Saragat (Sanluri, 1855 – Torino, 1938), personaggio di origine sarda ma torinese di adozione, ingiustamente dimenticato nella nostra città dove si era trasferito verso il 1880. Ha esercitato la professione di avvocato penalista e nello stesso tempo ha svolto un’intensa attività pubblicistica, iniziata negli anni 1881 e 1882 con la collaborazione al giornale umoristico «Il Fischietto». Con lo pseudonimo di Toga-Rasa, ha tenuto la rubrica di cronaca giudiziaria della «Gazzetta Piemontese» dal 1882 al 1891.

Giovanni Saragat ha pubblicato dodici libri costituiti da raccolte di racconti: tre libri sono dedicati alla Sardegna, due scritti in collaborazione con Guido Rey considerano la montagna e l’alpinismo, un libro narra il servizio militare di un soldato sardo e sei, infine, contengono vicende di cronaca giudiziaria.

Sono «Mondo birbone. Vita giudiziaria» (Torino, 1890 e 1905); «La commedia della giustizia nell’ora presente. Ricchi e poveri» (Torino, 1898); «Tribunali umoristici» (Torino, 1900 e 1901); «La Giustizia che diverte» (Torino, 1902); «Ironie» (Torino, 1917).

Giovanni Saragat, nel settembre del 1896, ha sposato la torinese Ernesta Stratta. Dal loro matrimonio, il 19 settembre 1898, è nato a Torino il loro secondo figlio, Giuseppe, quinto Presidente della Repubblica Italiana, dal 1964 al 1971. La morte di Giovanni Saragat è avvenuta a Torino il 27 febbraio 1938.

Come già detto, l’articolo viene attribuito a Giovanni Saragat ma parecchi elementi paiono smentire questa affermazione.

In primo luogo, il fenomeno dei barabba di Torino è visto in modo piuttosto superficiale, enfatizzandone gli aspetti più torvi e sinistri, tali da colpire e impressionare i lettori (e le lettrici) della cronaca nera e di quella giudiziaria.

Pare poco probabile che Giovanni Saragat, forte della sua esperienza di cronista giudiziario e di avvocato penalista, facesse ricorso alla citazione di un articolo pubblicato da un giornale genovese («Il Secolo XIX») e scritto da Carloy, verosimilmente Emanuele Carloy, giornalista spesso associato a giornali savonesi. E non aveva certo una forma mentis che gli potesse far rimpiangere l’abolizione della pena di morte!

Non viene fornita una spiegazione del perché i giovinastri siano detti barabba e alla mancata spiegazione si affianca un errore piuttosto grossolano: Barabba non è affatto il «famoso ladrone omonimo, crocifisso alla destra di Gesù», bensì il ribelle e/o assassino ebreo che, secondo i Vangeli, Ponzio Pilato ha liberato al posto di Cristo.

L’affermazione che il nome Barabba significhi in ebraico «figlio della vergogna» è invece in sintonia con la cultura dell’epoca anche se oggi viene spiegato come «figlio del padre» oppure «figlio del maestro».

Secondo la spiegazione oggi più condivisa, il nome di Barabba è stato utilizzato per indicare il tentativo di insurrezione mazziniano di domenica 6 febbraio 1853 a Milano, cui ha partecipato un migliaio tra artigiani e operai di ideologia vagamente socialista: la Polizia austriaca lo ha definito «tumulto dei barabba». Questa connotazione negativa attribuita dalla Polizia austriaca ai partecipanti all’insurrezione, sarebbe poi stata ripresa dalla Polizia italiana per indicare i malavitosi torinesi di Porta Palazzo.

L’uso del termine barabba a Milano fin dal 1848 è documentato da Luigi Torelli, patriota e senatore del Regno d’Italia nel suo libro autobiografico «Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 Marzo 1848)» (1876) dove al capitolo nono descrive alcuni giovani barabba che si offrono di prendere due cannoni agli Austriaci, in cambio di una somma di 30.000 lire. Così Torelli li presenta ai lettori: «… per darne un’idea a coloro ai quali suonasse nuovo questo termine [barabba], corrispondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che una volta si dicevano bravi e che i Toscani chiamano beceri».

Personalmente ritengo che questo primo articolo non sia opera di Giovanni Saragat bensì un redazionale pubblicato sull’onda emotiva di un terribile fatto di sangue torinese. Questo potrebbe essere identificato con l’omicidio avvenuto il 7 giugno 1898 nella Birreria Viennese, in via XX Settembre angolo via Santa Teresa, che ha inizialmente destato una fortissima impressione in città («La Stampa» lo ha definito come un «… terribile fatto di sangue, avente a protagonisti i soliti barabba crudeli e sanguinarii …»).

Si tratta in realtà di un redazionale un po’ raffazzonato, messo insieme utilizzando fonti bibliografiche piuttosto eterogenee con citazioni di fatti poco decifrabili e, forse, non tutti torinesi come quello della bella Tosa fiammiferaia.

Pur con tutti questi limiti, questo articolo appare comunque degno di interesse perché ha portato il fenomeno dei barabba torinesi all’attenzione degli antropologi e nello stesso tempo ha evidenziato, dopo un trentennio, la grande scarsità di contributi da parte di studiosi qualificati all’analisi sociologica di un fenomeno complesso e non riconducibile soltanto a manifestazioni criminali, così diffuso e rilevante nella vita quotidiana cittadina.

Giovanni Saragat pubblicherà la sua analisi, più approfondita e con interessanti considerazioni sociologiche, due anni dopo.

Note bibiliografiche:

Luigi Torelli, Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 Marzo 1848), U. Hoepli Milano, 1876.

 

 

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