di Arconte

A Torino, verso le ore 13 del 20 dicembre 1898, un giovanotto e una ragazza entrano nell’Albergo del Gran Colombo, al n. 19 di piazza Emanuele Filiberto (oggi piazza della Repubblica). I due giovani, con aspetto di una coppia di innamorati, prendono posto ad una tavola di una saletta con l’uscita verso questa piazza.

Il pranzo si svolge senza litigi ma il contegno della coppietta non appare normale all’albergatore, il quale sospetta che i due colombi abbiano l’intenzione di prendere il volo prima di saldare il conto che si è fatto significativo, visto che hanno consumato cibo e vino per l’importo di 6,20 lire. Perciò, pur non restando nella saletta, li tiene d’occhio per impedire loro una fuga strategica.

Verso le 16,30, l’albergatore sente aprire e chiudere in fretta la vetrata dell’ingresso: esce alla svelta per rincorrere, se necessario, i fuggitivi. Ma già sulla soglia, vede a pochi passi la ragazza, ferita, sostenuta da due passanti. L’albergatore si guarda intorno, alla ricerca di un agente della forza pubblica, e poco dopo scorge un brigadiere dei carabinieri. Gli narra sommariamente l’accaduto, rientrano nell’albergo e vedono il giovanotto, seduto, che manifesta una grande sofferenza causata da alcune ferite al ventre. Sopraggiungono intanto anche due poliziotti che trasportano i due giovani all’Ospedale di San Giovanni.

La ragazza presenta una ferita al costato sinistro ed un’altra al polso del braccio destro, causate da una lima a forma di triangolo ferite non gravi, salvo complicazioni. Il giovanotto ha l’intestino squarciato da varie ferite al ventre, molto più gravi.

Sono identificati dagli inquirenti come Giuseppe Varano, di 21 anni, di Crescentino, e Maria Benna, di 17 anni, anche lei nata a Crescentino e abitante con la madre in via delle Scuole (oggi via Bligny), al n. 9.

Le cause di questo dramma amoroso, che desta un certo clamore in Torino, anche per il clima prenatalizio, vengono così ricostruite.

Giuseppe Varano mentre stava svolgendo il servizio militare di leva come addetto alla compagnia panettieri della sussistenza, aveva disertato e si era rifugiato in Francia, a Nizza Marittima.

Era però tormentato dal pensiero ossessivo di aver lasciato a Torino la sua giovane morosa Maria Benna. Ha così deciso di tornare a Torino per invitare Maria a seguirlo nel suo esilio, malgrado il pericolo di un probabile arresto per diserzione. Così ha fatto: è giunto a Torino il 19 dicembre ed è subito andato dall’amante, ha insistito perché lei si decidesse a seguirlo in Francia. Maria si è dimostrata assai recalcitrante perché non se la sentiva di abbandonare Torino, famiglia e parenti.

Resta un mistero come Varano volesse effettuare il suo progetto di fuga visto che aveva con sé soltanto 55 contesimi!

Lo sciagurato, inasprito dal rifiuto della ragazza, ha estratto la lima che portava con sé, l’ha colpita una prima volta al costato poi, estratta l’arma dalla ferita, ha cercato di ripetere il colpo ma lei si è riparata col braccio destro, rimasto ferito. Poi la ragazza, benché ferita, ha ancora avuto la forza di uscire per cadere svenuta fra le braccia di due passanti. Intanto Varano, rimasto nell’albergo, si è ferito più volte al ventre con la stessa arma. L’aggressione era premeditata, come dimostra il possesso della lima, e Varano è piantonato in ospedale dalla polizia.

Questo è il fatto di cronaca nera che La Stampa racconta, il 21 dicembre 1898 sotto il titolo «Gli amanti sanguinari».

Prima di proseguire nel racconto, è opportuno precisare che abbiamo preso in considerazione questa vicenda per proseguire l’analisi del fenomeno dei barabba torinesi, in particolare del loro rapporto con le rispettive innamorate. Nel comportamento di Giuseppe Varano, infatti, i cronisti del tempo identificano la forma mentis del barabba “innamorato” e non vedono, come faremmo noi oggi, il comportamento da stalker.

Riprendendo il filo del racconto, 27 dicembre, “La Stampa” riferisce, col titolo «Echi del dramma d’amore di Porta Palazzo», che Varano e Maria sono ancora al San Giovanni ma in via di costante miglioramento. Emerge un significativo precedente del feritore: nel 1892 è già stato condannato a 4 anni di reclusione, interamente scontati, perché, dopo essersi arruolato ancora giovane nelle Guardie di Finanza, a Bagnara, in un momento di collera, ha sparato a bruciapelo due colpi di fucile contro un brigadiere che l’aveva rimproverato. A gennaio del 1899, dall’ospedale viene portato alle Carceri Nuove.

Sul finire del luglio del 1899, Varano è processato al Tribunale penale di Torino, accusato di mancato omicidio premeditato, di porto d’arma insidiosa e di truffa a danno dell’oste, (è entrato nell’Albergo del Gran Colombo privo di denaro!) grazie all’arringa del suo valoroso difensore, cavalier Giovanni Rastelli, è condannato soltanto a undici mesi di reclusione, in gran parte già scontati. Varano tenta la revisione del processo in Corte d’Appello, questa volta con il cavalier Plinio Gherardini come difensore, ma la pena viene confermata (La Stampa, 27 settembre 1899).

Deve ancora essere processato per diserzione dal Tribunale militare. Per Varano, e anche per Maria Benna, non si prospetta un futuro troppo promettente!

Riportiamo a questo punto le cronache dei due processi dai quali emergono chiaramente le idee dei cronisti del tempo nei confronti del “barabba” Giuseppe Varano e della sua morosa Maria Benna, giudicata piuttosto severamente e senza sconti per la sua condotta.

Leggiamo:

Reati e Pene. L’amore a coltellate. – Amor nel sangue cresce e si rafforza, come sotto lo scudiscio od il bastone la donna s’umilia, si fa più tenera e più appassionata. Questo è il vangelo del barabba quando fa l’occhio di triglia alle ragazze che si sgonellano civettuole, ed a cui domandano raramente prova d’onestà passata e di fedeltà futura.

E la ragazza, se ad onta delle scudisciate o degli scapaccioni perde… la staffa ed il barabba ci ha la convenienza od è in un momento di buonumore, trova facile il perdono, pagato magari con qualche franco.

Ma poi un brutto giorno nell’animo dell’amatore rusticano si risveglia la passione colle sue punture feroci, coi suoi sospetti, coi suoi travagli e colle angoscie inenarrabili. La ragazza che ha… scivolato, ed ignara sta del mutamento psichico del compagno, non perde ventura e seguita a… scivolare. Ed allora non più per l’aria è il sibilo dello scudiscio roteante, non più è il tonfo di scapaccioni screanzati sulle carni, ma è il balenare corrusco della lama del coltello su cui sprizzerà poi il sangue.

Con questo preambolo io evito di illustrare il fatto che sabato, dopo molto rumore destato, ebbe epilogo in tribunale. Il preambolo è dettato dall’esperienza che viene dall’audizione di questi frequenti processi, pomposamente detti drammi d’amore.

E d’altronde io non saprei come meglio spiegare le furie di Varano Giuseppe, uno di quegli uomini che la tracotanza spavalda l’hanno nelle vene, e cui essa è causa di rovina.

Egli aveva la sua morosa, una brunettina vispa, ma non molto simpatica. Ma è bello quel che piace, e Varano, nel mentre ch’era soldato, compì uno di quei matrimoni con lei, cui non v’ha bisogno né di sindaco, né di pievano. E la mamma della ragazza non ci badò troppo. Allora Varano, sotto l’assillo di quell’amore, gettò alle ortiche la divisa di soldato e disertò. «Per te, mia bella, io varco i monti e trascorro il piano» disse. Ma quando fece invito alla amante di venirlo a raggiungere a Nizza, la ragazza rispose, come nella vecchia canzone: «Ho un altro amante ardito e san, tu varca i monti e io resto al pian.»

E Varano mise per un po’ di tempo il suo cuore in pace. Ma poi gli saltò il grillo di rivedere l’innamorata antica, di libare ancora una volta alla coppa del trascorso amore, e cheto, di soppiatto, venne a Torino, corse difilato dall’amante, ottenne dalla madre il permesso di portarsela per una giornata assieme e d’idillio fu ripreso in una stanza dell’Albergo Sebastopoli alla Madonna del Pilone. Se i cavoli non entrassero nell’amore come… i cavoli a merenda, si potrebbe ripetere il vecchio adagio prosaico, ma giusto: i cavoli riscaldati non fanno bene. Ed invero subito s’accorsero che molto era mutato dai primi giorni della loro felicità.

Aveva bensì confessato la ragazza i suoi peccati veniali e… mortali, e Varano perdonò, o meglio disse di perdonare, con generosità grande. Ma poi, quando in un altro albergo, il Gran Colombo, ove avevano trasportati i loro stanchi peccati d’amore, s’accingevano a suggellare il trattato di pace, Varano colpì disperatamente e cecamente la piccola e procace donnina e crivellò anche se stesso di ferito.

Perché il delitto? Che avvenne in quei giovani cuori? Che cosa turbò quelle menti?

Se il lettore non ripensa al nostro preambolo difficilmente saprà trovare spiegazione a questo dramma che pur tanta impressione destò nella nostra cittadinanza. (La Stampa, 24 luglio 1899).

La cronaca del processo in Corte d’Appello di Torino ci presenta invece un Varano non più “barabba” ma vendicatore del suo onore tradito:

L’amore che avvince e che uccide. – Terribile amore quello del ventitreenne Varano Giuseppe, amore che volle nel sangue vendicare l’onta patita, dopo lotte infinite ed infiniti strazi. E più. L’amore gli fece perdere la diritta via per cui s’era messo nella speranza della riabilitazione più sincera dopo un grave fallo. […]

Uscito dal carcere, si propose una vita migliore, cosi che l’onestà intemerata di oggi avesse potuto far dimenticare ai più il grave fallo di ieri.

Ma non aveva fatti i conti col cuore, quel cuore che batteva di violenta passione per una fanciulla, cui la fedeltà all’innamorato non era la cosa più gradita e pretesa. Soldato, il Varano, impazzito d’amore, meditò l’attuazione più spiccia d’una novella romantica dell’antica maniera: all’ortiche la divisa militare!

L’amore non conosce confini di patrie o di paesi e, pur che vi sia una capannuccia ove nascondersi, vive ed esulta dovunque.

Ma se il disertore pensava ancora come un eroe dei romanzi alla Dumas o d’un melodramma di mezzo secolo fa, l’innamorata sua aveva il senso più pratico della vita, retaggio di queste epoche… positive. Rese infatti Varano partecipe del suo progetto l’amata e questa lo lasciò partire lusingandolo con un prossimo raggiungimento.

Attese indarno a Nizza l’infelice, che all’amore aveva sacrificato pace, onore, famiglia e patria. Guardingo ripassò la frontiera, attese l’ora propizia e venne a Torino per ritrovarvi lei, per indurla in una disperata preghiera a seguirlo per sempre.

La giovinetta accondiscese all’abboccamento…

Fu perciò che dopo una… peregrina notte d’amore Varano ridivento per la seconda volta assassino.

L’infelice e spensierata fanciulla fu salva con qualche grave ferita, e Varano, ormai disdegnoso di una mala vita e tristissima, s’affondò per ben sette volte un pugnale nel petto. Ma guari.

Il dramma era finito: ne fece la critica la giustizia: e non fu severa. Per undici mesi fu il disgraziato amatore mandato in una cella a meditarvi il suo amore ed a trovarvi tregua ed oblio: ed i giudici di seconda istanza non trovarono la pena né eccessiva, né poca. […] (La Stampa, 27 settembre 1899).

Forse questa volta il cronista si è un po’ troppo ispirato all’arringa del difensore… in ogni caso riteniamo che il lettore possa essersi fatto una sua idea della mentalità della Torino del 1899.