Giovanni Dughera, appassionato di arte e storia del Piemonte, ci accompagna in un viaggio a puntate alla scoperta del verde e romantico Canavese. Nella prima parte dell’itinerario, preceduto da una breve introduzione, esploreremo la porzione orientale di questa regione del Piemonte, partendo dal castello di Roppolo, in posizione dominante sul lago di Viverone, per spingerci su sino al confine con la Val d’Aosta ad ammirare i monumentali terrazzamenti coltivati a vigneto di Carema.

 

Il Canavese. Il nome deriva dalla pianta di canapa, largamente coltivata nei secoli passati e rappresentata persino nello stemma dell’illustre casata canavesana dei Valperga di Masino.

Il suo territorio: immaginiamo un grande anfiteatro di montagne, che hanno il loro culmine nel massiccio del Gran Paradiso (4463 metri) col suo Parco Nazionale e considerato, tra storia e mito, l’acropoli dei Salassi, antichi abitanti di origine celtica della regione. Testimonianza di ciò sono graffiti rupestri e menhir disseminati sulle aspre rocce che punteggiano le zone prative, adatte agli insediamenti umani dai tempi preistorici.

Da queste montagne scendono, come i paludamenti degli antichi Romani che colonizzarono anche queste zone, verdi mantelli di pascoli, boschi, colline dalla variegata morfologia costellate di laghi, degradante tutto ciò in fertili pianure.

Ivrea, centro principale del Canavese una grande piana orlata da colline, si trovava nella preistoria ai margini del cosiddetto Gran Lago, dovuto allo scioglimento dei ghiacciai preistorici: tesi che sta tra mito e scienza geologica. Pietro Azario, notaio e storico del Trecento, afferma che ancora ai suoi tempi si vedevano in certo luoghi gli anelli ai quali l’uomo legava le piroghe. Avanzi di esse furono trovate alla fine dell’Ottocento a S.Giovanni dei Boschi.

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Quel fenomeno unico che è la Serra d’Ivrea, lunga e poderosa collina che dalla pianura appare come un insolito cordone boscoso, piatto in cima, e che promana dalle ultime propaggini delle montagne, è composta dai materiali rocciosi e ghiaiosi che il ghiacciaio della Dora Baltea lasciò nel ritirarsi (morena), da cui il termine Serra morenica.

Il fiume proviene dal Monte Bianco e raccoglie le acque delle valli laterali della Valle d’Aosta, dove vi sono montagne come il Cervino e il Monte Rosa.

Il Canavese fu duramente lavorato da questi fenomeni geologici, i quali lasciarono una varietà di forme che dall’alto appaiono come morbida e malleabile materia, che l’Uomo dissodò in parte nel corso dei secoli: dai Salassi e dai Romani, agli uomini del Medioevo che costruirono protettivi borghi e “ricetti” alle falde dei castelli dei loro feudatari posti su innumerevoli poggi.

Castelli che videro, peraltro, parziali distruzioni nel corso del trecento ad opera di un antesignano della Rivoluzione Francese: il tuchinaggio, da “tucc un” (tutti insieme), movimento popolare di ribellione a signori troppo esigenti.

Ma i castelli, ricostruiti, permangono riplasmati nelle varie epoche in diversi stili, vigili sul paesaggio tanto amato dai romantici: il letterato Giuseppe Giacosa che ispirò l’architetto portoghese Alfredo D’Andrade nel restauro ottocentesco dei castelli, l’Avondo, il Nigra, e pittori come Antonio Fontanesi, poeti decadenti come Guido Gozzano.

Iniziamo il nostro viaggio uscendo al casello di Santhià, autostrada Torino-Milano.

Dopo Cavaglià incontriamo Roppolo. Il castello è immerso in lievi ondulazioni collinari nelle quali si stempera la formidabile Serra d’Ivrea, ai margini dell’umida pianura vercellese e del lago di Viverone. D’inverno si trova immerso in pallide nebbie che si formano e svaniscono velocemente, e così il castello appare e si nasconde in esse alternativamente, insieme alle vigne che lo circondano, parendo l’artefice dell’incantesimo.

2 Roppolo

Il piccolo maniero, coronato da una scansione ritmica di spalti, è un silenzioso belvedere sul sottostante lago di Viverone, a cui è d’obbligo approdare, per la serenità dello specchio d’acqua che riflette le montagne canavesane

Il castello è sede dell’Enoteca Regionale della Serra.

Continuando in direzione di Ivrea ammiriamo la Serra che si erge sulla destra e giungiamo al silenzioso borgo di Azeglio. Il castello, appartenuto a Massimo D’Azeglio quando sposò la figlia di Alessandro Manzoni, si presenta ora come una rigorosa costruzione tardo ottocentesca, neogotica e neorinascimentale, rallegrata dal colore giallo aranciato e dalle cornici delle finestre in cotto, raffiguranti volti di fantasia.

Invitiamo sin da ora il visitatore a porre attenzione agli elementi in cotto che incontrerà nel viaggio: comignoli, medaglioni, balaustre, capitelli, vasi, cornici di finestre, tegoline di ceramica colorata su i tetti delle chiese e campanili, piccole statue poste sui tetti per scaramanzia. Sarà un leitmotiv a cui daremo spiegazioni in seguito.

Il castello, imponente, presenta un grande timpano che lo sovrasta e pare allungarne il corpo e saldarlo con le forme classiche della chiesa tardo settecentesca, dai rilievi plastici, bianchi..

C’è un’armonia in questa piazzetta acciottolata, ornata di platani che si fondono col parco, un abbraccio di forme architettoniche e naturali che incanta. Poco sopra il borgo stradine tra le vigne consentono una piacevole passeggiata sino al Castlass, antica torre in posizione dominante

Continuiamo in direzione di Ivrea e saliamo sulle alture della Serra, sopra Bollengo, fermandoci ad ammirare la chiesetta romanica di S.Pietro e Paolo, esempio commovente di quella primitiva, semplice, religiosità degli uomini medievali e saliamo in direzione Vignarossa per arrivare al magnifico prato dove sorge, isolato, altissimo, un pietroso inno al romanico: il campanile di S.Martino. Chiesa e paese non ci sono più, distrutti e mai ricostruiti, ma da qui il panorama sulla piana d’Ivrea, le Alpi da cui inizia la Serra sono veramente appaganti. Cascine, una villa dal tetto a pagoda, prati, boschi: se il clima lo permette, è una sosta ideale per un pic-nic.

Bollengo

Per chi ama le passeggiate, consigliamo il giro dei cinque laghi di Ivrea, attraverso antiche stradine acciottolate, luoghi di sosta tra fonti e antichi alberi, cominciando dal piccolo lago Pistono, nel quale si specchia l’imponente castello di Montalto Dora, indi il lago S. Michele, Sirio, di Chiaverano e Cascinette d’Ivrea.

6 Montalto Dora

Sarà anche un’occasione per vedere i particolarissimi vigneti canavesani, sorretti da pilastri in pietra a secco di probabile origine romana, detti topioni, e che paiono una classicheggiante e rurale massa ondeggiante, seguendo i vigneti la variegata morfologia delle montagne o formazioni rocciose ergentesi dal fondovalle.

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I comuni nei quali sono più presenti: Montestrutto, Settimo Vittone, Cesnola, Carema. E’ uno spettacolo insolito e fermo nel tempo. – continua –

Giovanni Dughera