Testo e foto di Paolo Barosso

Considerata la capitale del gotico in Piemonte, la città di Vercelli, fondata dai Celti e divenuta in epoca romana un importante municipium della Gallia Cisalpina, vanta uno straordinario patrimonio architettonico e artistico che rivela il suo glorioso passato. Sede della prima diocesi piemontese, al tempo di Sant’Eusebio tra III e IV secolo, Vercelli raggiunse l’apice della prosperità economica e della potenza politica nel corso del Duecento, periodo a cui risalgono alcuni dei monumenti civili e religiosi più significativi, tra cui l’Abbazia di Sant’Andrea, eretta tra il 1219 e il 1227 per iniziativa del cardinale Guala Bicchieri, ecclesiastico, mecenate e diplomatico al servizio delle corte pontificia.  

L’antica piazza Maggiore, cuore medievale di Vercelli

Città universitaria, sede nel XIII secolo del primo studium piemontese, e luogo di transito per i tanti pellegrini che si avventuravano lungo la Via Francigena per raggiungere Roma e i luoghi santi della Cristianità, Vercelli vanta anche un prestigioso sistema museale, che comprende il Museo Leone, aperto nel 1910 radunando all’interno della cinquecentesca Casa Alciati e nel barocco palazzo Langosco la collezione d’arte del notaio Camillo Leone, la Pinacoteca Borgogna, la seconda del Piemonte per quantità e qualità delle opere pittoriche esposte dopo la Galleria Sabauda di Torino, fondata nel 1907 grazie al lascito di Antonio Borgogna, e il Museo del Tesoro del Duomo, allestito nel palazzo vescovile, che custodisce un importante e bimillenario patrimonio artistico, bibliografico, archivistico, storico e religioso, e comprende altresì l’Archivio e la Biblioteca Capitolare.

Abbazia di Sant’Andrea – la lunetta del portale con le sculture di ispirazione antelamica

Tra i testi conservati, risalta per importanza storica e letteraria il cosiddetto VERCELLI BOOK, databile a prima del Mille, che deriva la sua eccezionalità dall’essere una delle più antiche testimonianze al mondo di letteratura in lingua anglosassone, un primato condiviso con i tre codici coevi conservati in Inghilterra nella Cathedral Chapter Library di Exeter, nella British Library di Londra e nella Bodleian Library di Oxford.

Il manoscritto, realizzato in pergamena e in ottimo stato di conservazione, venne redatto, secondo l’ipotesi più accreditata, in uno scriptorium del Sud-est dell’Inghilterra da un unico scriba e la lingua utilizzata è l’anglosassone antico, precisamente un dialetto sassone occidentale. L’opera risale quindi a un periodo precedente alla conquista normanna sancita dalla battaglia di Hastings del 1066, vinta da Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, contro l’esercito di re Aroldo II.

Vercelli Book – copia anastatica in esposizione

La caratteristica che rende unico il Vercelli Book, consacrandolo come prezioso documento linguistico e culturale, tale da attrarre ogni anno nella città delle risaie studiosi e ricercatori provenienti dal Regno Unito, è il fatto di contenere, insieme con gli altri tre codici ancora esistenti, la maggior parte della produzione poetica in antico inglese. L’opera comprende infatti 23 omelie, di cui 11 attestate esclusivamente nel Vercelli Book, e 6 componimenti poetici, tra cui citiamo Andreas, che racconta della missione condotta dall’apostolo Andrea tra i Mirmidoni antropofagi, popolazione della mitologia greca, da lui convertiti, il Sogno della Croce, in cui è il legno della Croce ad animarsi e narrare il sacrificio di Cristo, Elena, riguardante il ritrovamento della vera Croce da parte di Elena, madre di Costantino.

Il manoscritto è anche un testo essenziale per la comprensione delle radici cristiane della cultura inglese: nei componimenti poetici la prospettiva salvifica del messaggio cristiano si innesta su una solida tradizione celtica, fondendosi armoniosamente con essa e integrandola con suggestioni classiche, di derivazione greca. E’ il caso dell’Andreas, in cui i Mirmidoni della mitologia greca, dediti al cannibalismo e rapitori di San Matteo, vengono soggiogati dalla forza e dalla predicazione cristiana di Sant’Andrea, che alla fine li converte, o del Sogno della Croce, dove l’impianto narrativo del legno della Vera Croce che prende vita e racconta la Passione di Cristo deriva dallo schema letterario dell’albero parlante, tipico della cultura celtica, applicato a un tema cristiano.   

Dettaglio del Vercelli Book (copia anastatica in esposizione)

Il codice, menzionato per la prima volta nell’inventario del Capitolo della Cattedrale di Vercelli effettuato nel 1602 dal canonico Leone, che lo definisce Liber Gothicus sive Longobardus, rimase indecifrato fino al 1822 quando il giurista Fridrich Blume riuscì a identificare la misteriosa lingua nell’antico inglese.

Tra le curiosità riguardanti il Vercelli Book, vi è la presenza delle rune, utilizzate sin dall’antichità come metodo di predizione e nell’ambito di rituali magici, fino a che l’avvento del Cristianesimo, con la lotta alle superstizioni, intese quali sopravvivenze dei culti idolatrici, non ne disincentivò l’uso, considerandole retaggio di credenze pagane. Nel codice vercellese, spoglio di decorazioni, si nota però all’interno dei componimenti intitolati Fasti degli Apostoli e Elena una sequenza di rune disposte a formare il nome di Cynewulf. Si tratta degli unici due testi non anonimi, ma di cui si conosce l’identità dell’autore, il poeta cristiano anglosassone Cynewulf, vissuto tra la fine dell’VIII secolo e il IX secolo.

Legatura di un Evangelistario detto anche Codice C prodotto nello scriptorium vercellese nel XII secolo (la legatura è antecedente di almeno un secolo) – Museo del Tesoro del Duomo

L’interrogativo più importante, e ancora irrisolto, concerne però le modalità con cui il manoscritto giunse dal sud dell’Inghilterra nella città di Vercelli, dove tuttora è conservato.  

La prima ipotesi, oggi non più ritenuta credibile, ruota attorno alla figura del cardinale Guala Bicchieri (1150-1227) che, secondo una tradizione ottocentesca, sarebbe entrato in possesso del manoscritto quando era legato papale in Inghilterra donandolo poi alla città di Vercelli.

Un seconda ipotesi collega invece l’arrivo del codice nella città piemontese alla donazione di un viaggiatore illustre, di rango ecclesiastico, proveniente dalle isole britanniche e in transito a Vercelli lungo la Via Francigena: l’idea, pur non suffragata da documenti e quindi non dimostrabile, può essere però considerata verosimile, dato che Vercelli disponeva sin dall’Alto Medioevo di specifiche strutture adibite all’accoglienza dei pellegrini inglesi, gallesi, scozzesi, irlandesi.

Dettaglio della facciata dell’ex Ospedale Maggiore di Sant’Andrea (XIII secolo) con i caratteristici capitelli a crochet

Dove oggi sorge il palazzo Berzetti di Murazzano esisteva infatti sin dall’XI/XII secolo l’Ospedale di Santa Brigida, detto “degli Scoti” (inizialmente chiamato Ospedale di Sant’Eusebio), fondato dal canonico Bonfiglio con l’intento di dare ospitalità ai pellegrini di area britannica che discendevano dal Gran San Bernardo in direzione di Roma. Alcuni di questi pellegrini, morti a Vercelli, disposero dei lasciti in favore della cattedrale vercellese o dell’ospedale stesso e inoltre è appurato che diversi arcivescovi di Canterbury, a partire da Sigerico, fecero tappa in città, donando spesso alle chiese locali dei manoscritti e opere di meditazione religiosa.

Una terza teoria riconduce la presenza del manoscritto anglosassone al Concilio di Vercelli, tenutosi nel 1050, a cui partecipò tale Urf, vescovo di Dorchester. In base alle cronache il prelato venne accusato di adempiere in modo non adeguato ai doveri connessi al proprio ufficio, rimediando come sanzione l’obbligo di consegnare un “tesoro”, che viene menzionato negli Annali Anglosassoni e di cui si ipotizza potesse far parte il prezioso Vercelli Book.

Il Crocifisso ottoniano

Rimane infine in piedi una quarta ipotesi, che indica come donatore il celebre vescovo vercellese Leone, vissuto tra la fine del X secolo e il principio del nuovo Millennio, uomo di grande fede e cultura, figura di spicco della politica imperiale, ricordato soprattutto per aver arricchito la Biblioteca Capitolare di molti testi e per essere stato il committente del magnifico Crocifisso ottoniano della Cattedrale in lamina d’oro e argento, in cui il Cristo è raffigurato non come patiens, cioè nel momento del martirio, bensì vivo e triumphans, trionfante sulla morte, elevando la croce a vessillo di vittoria e simbolo di redenzione per i Cristiani.