di Arconte

In breve tempo i fratelli Sperone consumarono il bottino fatto sui viaggiatori della corriera, ed il Giovanni invitò di nuovo Battista e Giuseppe  a mettersi sulla strada, lasciando in disparte Varrone e recandosi nell’Astigiana [l’attuale Roero].

Veduta del castello di Pralormo

Nella notte perciò tra venerdì 7 e sabato 8 maggio, si misero in viaggio, passarono per i boschi di Pralormo, andarono a Orzino, a Montafia, a Piea e quindi si imboscarono in prossimità dello stradale in costruzione tra Piovà e Casalborgone, aspettando qualche viaggiatore da spogliare.

Questa volta il mal capitato è Giovacchino Andreoli, d’anni 58, da Lugano, abitante in Asti, impresario di quello stradario in società con Ilario Ginella.

Andreoli era partito da Asti sopra  una vettura condotta da Luigi Binelli per recarsi a Piovà, per pagare gli operai. Per strada incontrò il capo-cantoniere Francesco Remondino, che fece montare in vettura con lui.

Giunto il veicolo alla regione Taglio di Vasara, i tre fratelli Sperone, armati coi soliti tromboni e pistole, lo fermarono: fatti discendere i viaggiatori, intimarono loro di alzare le braccia e li frugarono nelle tasche.

Ad Andreoli presero un pacco contenente lire 200 circa in biglietti quasi tutti della Banca del Popolo d’Asti. I grassatori sottrassero al cantoniere Remondino quattro o cinque lire, e non avendo trovato denari addosso a Binelli, che teneva cinque o sei lire in una saccoccia furba, gli presero una zucca piena di vino, che poco dopo bevettero alla salute dei derubati.

Compiuta questa trista operazione, ciascuno dei grassatori passando per Buttigliera ritornò alla propria casa.

Consumato anche il provento di questa grassazione, i tre fratelli Sperone col Varrone si danno a percorrere il Monferrato. Girano per otto giorni senza poter far nulla, e finalmente il 17 agosto, verso le tre pomeridiane, in prossimità di Montemagno, in territorio di Casale e sulla strada che porta ad Asti, in regione Roncaglia, vedono una vettura portante il sensale Luigi Bertola e certo Tommaso Pomati che si recava a Vignale per comperar del vino e li bloccano.

I due viaggiatori oppongono un po’ di resistenza, ma alla fine devono cedere alla vista delle pistole e dei tromboni carichi e pronti ad esplodere.

A Pomati sottraggono il portafogli con la somma di 324 lire, l’orologio, del valore di 40 lire, ed una scatola del valore di due lire. Ed a Bertola vengono prese 28 lire circa, in biglietti di banca, ed anche l’orologio.

Io sono un povero sensale: questa è tutta la mia sostanza, lasciatemela ne ho bisogno.

– Anche noi ne abbiamo bisogno.

– Restituitemi almeno l’orologio.

Battista Sperone gli restituisce l’orologio.

– Grazie, dice il Bertola.

– Le grazie le fa la Madonna.

– E a me non restituite niente? dice Pomati.

– Andate, non volgetevi indietro, e tacete, se non volete vedervi fra poco cadavere.

Quindi i grassatori si mettono in fuga per i campi e portansi sopra una stradicciuola, dove vedono due uomini sdraiati all’ombra di un gelso, chiamati questi due uomini l’uno Domenico Scagliotti, e l’altro Giovanni Battista Corona.

– Dobbiamo perquisire quei due uomini, dice uno dei grassatori.

– È inutile, sono due straccioni, che certamente non hanno un soldo in saccoccia.

– Talvolta l’apparenza inganna: ci sono dei così detti paesani dalle coste larghe che vanno mal vestiti, ed hanno la borsa piena. Proviamo a frugarli.

– Lasciali stare: è fatica inutile.

– Voglio frugarli: ehi brav’uomini, avete dei denari in saccoccia?

– Che bella domanda è questa!

– Se ne avete dateli qui subito.

– Se ne abbiamo ce li teniamo.

– Con noi non si fa il prepotente, fuori i denari!

– Vi diamo dei pugni, se li volete.

– E noi vi diamo delle pistolettate: non sapete che siete nelle mani dei briganti!

Così dicendo tutti i grassatori saltano loro addosso, e rubano i due portafogli, quello di Scagliotti che  contiene lire 1,50 e poche carte di nessun valore mentre quello di Corona contiene 248 lire in biglietti di banca.

– Vedi che avevo ragione io? dice un ladro agli altri.

– È vero, qualche volta l’apparenza inganna.

Compiuta anche  questa grassazione, i quattro malandrini, a passo precipitato se ne vanno a San Salvadore e nella notte dormono in una fornace, senza essere osservati da nessuno. Ed all’indomani si recano a Quattordio per ritornare a casa. Ma sentendosi fame, mandano Battista a comperare del pane e del formaggio. Mentre Battista si trova nella bottega del panettiere, passano sulla strada due carabinieri. Alla loro vista i tre malfattori che aspettavano il compagno, si dividono per non dar sospetti e si danno alla fuga.

Battista ritorna e non trovando più i fratelli e Varrone, si reca a Felizzano dove incontra i carabinieri  che lo interrogano:

– Chi siete?

– Sono un povero padre di cinque sei ragazzi: ho guadagnato qualche soldo lavorando ed ora porto ai miei bambini che hanno fame, questo pane e questo formaggio.

Dice queste parole in modo da destare compassione, ed i carabinieri non gli domandano altro.

Appena i carabinieri spariscono, Battista corre alla stazione della strada ferrata, prende un biglietto per Cambiano ed appena passa il convoglio, sale e parte; discende a Cambiano e va a Poirino.

Due o tre giorni appresso i suoi fratelli lo raggiungono là e gli raccontano diverse avventure che noi omettiamo per lasciar posto al resto delle imprese dei nostri malandrini.

Ai primi di settembre costoro non avevano più monete, e pensano ricorrere all’antico mezzo.

All’indomani di buon mattino proseguirono il cammino ed andarono ad Airasca, a Buriasco, a Macello, a Cavour, a Staffarda, a Cardè, a Torre di Moretta e finalmente giunsero presso la Stura.

In questo viaggio, fatto a piedi, impiegarono cinque giorni. Ed al 14 settembre, verso le ore due e tre quarti del pomeriggio, mentre si trovavano in un campo seminato a meliga sul territorio di La Margarita, lungo la strada che da Mondovì va a Cuneo, vedono due vetture su cui stavano parecchie persone ben vestite.

– Alle armi! dice Giovanni che sta più attento degli altri – qui c’è da fare  un buon colpo.

Tutti i malandrini sono pronti all’assalto; ma prima di vederli all’opera, i lettori devono conoscere le persone che si trovano sulle vetture.

La Camera di commercio di Cuneo aveva dato l’incarico al senatore Giovanni Audifredi[1] di visitare la filatura del signor Siccardi in Ceva. Egli vi andò appunto il 14 settembre ed alle due pomeridiane era già di ritorno coi signori cavalier Giovanni Briolo, cavalier Giacomo Ravera, cavalier Filippo Odetti di Frabosa e suo cognato Emilio Voise di Parigi.

Essi si trovavano su due vetture che procedevano alla distanza di trecento metri circa l’una dall’altra.

Sulla prima vettura vi erano il senatore Giovanni Audifredi ed il cavalier Ravera, sull’altra si trovavano il cavalier Briolo, il cavalier Odetti ed il Voise.

I malfattori fermarono la prima vettura dicendo al senatore Audifredi:

– Ella ha votato per la legge sul macinato, or ci mantenga e ci dia i denari.

E in ciò dire intimano a lui ed a Ravera di discendere e di consegnare tutti i valori che hanno sulla persona.

Poi vanno all’altra carrozza, fanno discendere i viaggiatori e li spogliano di tutto, dei denari, dei revolver di cui sono muniti, di due bottoni d’oro da camicia, di due coltelli, delle carte e persino del permesso di caccia di Emilio Voise. Rompono i sacchi da viaggio per visitarli ed infine partono con un bottino di oltre ottocento lire, parte in biglietti e parte in oro rapito a Emilio Voise che da pochi giorni era venuto dalla Francia.

  • continua

[1] Giovanni Audifredi (Cuneo, 1808 – Torino, 1875) industriale serico, assai stimato per le sue vaste cognizioni in materia agraria, soprattutto in merito alla coltura dei gelsi, all’allevamento ed alla successiva lavorazione del baco da seta. Nel 1853 venne nominato senatore; ricoprì anche la carica di consigliere comunale di Cuneo e fu membro della Camera di commercio di Torino, presidente del Comizio agrario di Cuneo,  membro del Consiglio superiore dell’agricoltura, membro corrispondente e presidente dell’Associazione agraria subalpina di Torino, socio dell’Accademia di agricoltura di Torino.