di Arconte

Il terzo appuntamento con il libro “Il re Vittorio Emanuele nella sua vita intima. Bozzetti di Fausto” (1878) ci porta a visitare la guardaroba del sovrano.

Leggiamo:

La Guardaroba.

A sentir discorrere spesso della Guardaroba di Sua Maestà, ognuno sarebbe forse tentato di credere che si trattasse veramente di varie sale, o per lo meno di una vasta sala con molti armadi e cassettoni pieni zeppi di calzoni, giubbe, panciotti, pastrani, mantelli, abiti insomma di ogni colore e di ogni foggia, come hanno quei modesti signorotti, che possono spendere qualche migliaio di lire l’anno in vestiario.

Vittorio Emanuele II – foto di Luigi Montabone (1877)

Niente di tutto ciò!

La sua Guardaroba era al di sotto di quella di un meschino impiegato governativo.

La parte meglio fornita, che può dirsi la più ricca, era quella delle divise militari, delle uniformi da Generale, che il Re indossava di mala voglia, otto o dieci volte l’anno.

Queste divise, fatte senza economia né per qualità di panno, né per ampiezza di taglio, né per prezzo, erano in numero superiore al bisogno.

Vittorio Emanuele II in abiti militari

Ma gli abiti borghesi erano pochissimi, e tutti fatti della medesima foggia.

Ampie giacche, ampii pantaloni, ampli panciotti o gilè

Questi costumi erano di panno nero per le passeggiate, pei ricevimenti ordinari, pel teatro, e di color grigio misto, in tutte le altre circostanze.

Questi abbigliamenti di color grigio erano di una stoffa che si faceva fare a bella posta, di lana di capra di Angora.

Da capo a piedi dell’anno Vittorio Emanuele non conosceva che una stagione sola, e quindi sia che facesse caldo, sia che piovesse, sia che gelasse, era sempre ricoperto della medesima qualità e quantità di panni, che per altro si adattavano assai meglio ai calori estivi di Roma o di Firenze, che non ai freddi invernali delle Alpi.

Vittorio Emanuele II in abiti borghesi

Il mantello, il pastrano, il paletot, erano per lui oggetti di lusso, anzi di vera curiosità.

Nel corso di un decennio mi rammento di aver veduto il Re tre sole volte con una specie di pastrano.

Me ne feci le più grandi meraviglie, ma seppi che l’avea indossato come rimedio, in seguito ad ordinazione medica.

Come ad altri infermi si prescrive di tenersi ben coperto in letto, o di farsi un salasso in caso di febbre o di raffreddore, al Re si ordinava l’uso del pastrano, ed era già molto ch’egli seguisse la prescrizione per qualche ora.

A veder dunque Sua Maestà vestita con qualche indumento di più del consueto, si potea ben dire senza tema di andare errato: Il Re è ammalato!

L’abito nero a coda, era per lui un vero sacrifizio… l’indossar la marsina era per lui come esporsi alla berlina, e lo faceva assai di rado e di mala voglia.

Vittorio Emanuele II con il caratteristico cappello alla calabrese

Egli diceva talvolta, celiando, che la giubba fosse l’abito della vera uguaglianza, perché siffattamente vestito non si riconosce più un Ministro di Stato, dal ministro di un barbiere, un Re da un valletto.

– Inventata la giubba dalla democrazia – soggiungeva egli – i nastri e i ciondoli divengono una necessità sociale! ed i Sovrani non possono fare a meno di conferirne per ristabilire in apparenza le gerarchie!

Portava sempre cravatte nere di seta; ma non quei nodi più o meno artistici e di cento forme, che sono oggidì la delizia, e l’ubi consistam dell’elegante gioventù.

Egli avea dei triangoli di seta, quelli che volgarmente si chiamavano scolle trenta anni fa, che si annodano alla buona ventura.

Quanto a cappelli il Re odiava il cilindro; ma lo portava per convenienza… sicché la sua guardaroba non ne avea più di un paio.

Portava un cappello per molti mesi, e lo si induceva a stento a metterne uno nuovo, anzi amava i cappelli molto usati e molto malandati.

In ciò non saprei dire se egli imitasse l’onorevole Massari, o se l’ex-deputato di Bari imitasse l’Augusto Sovrano.

Appena fuori le porte di città, metteva un cappello alla calabrese, cioè col cucuzzulo a punta, e a larghe tese, nero o grigio.

Il sovrano vestito da caccia

Ed anche più volentieri poi portava il berretto di panno grigio.

La sera, in carrozza, quando non era veduto, d’ordinario andava senza nulla in capo.

Quanto a calzatura egli metteva abitualmente larghe scarpacce da vero campagnolo o da alpinista; parea proprio che ne avesse preso il modello da Quintino il Biellese.

Per la caccia portava grossi e pesanti stivaloni, e per le piccole escursioni metteva dei gambali neri di panno, abbottonati da cima a fondo come i guettres dei Granatieri della vecchia guardia.

Sicché il vestito da cacciatore era precisamente lo stesso di quello della città. Solamente al cappello a cilindro sostituiva il cappello calabrese o il berretto – alle scarpe sostituiva gli stivaloni, o sovrapponeva i gambali, ed ecco tutto.

Detestava i guanti, non ne metteva che in quei casi eccezionalissimi in cui sarebbe divenuto ridicolo il non averne… ma anche in questi casi ne calzava uno solo, quello di man sinistra, e se lo cavava appena gli riesciva di farlo convenientemente.

Il gran lusso del Re era per la biancheria, molta e buona.

Ognuno rammenta i suoi colletti rivoltati, a lunghe punte in giù, che, di tela candidissima, facevano un contrasto spiccato col collo del Re cacciatore, arrossito ed abbronzato dai raggi salari.

Vittorio Emanuele II con un abito grigio

Questi colletti son tanto noti, che in qualunque negozio di biancheria si vada; in qualunque città d’Italia, e talvolta anche all’estero, basta chiedere de’ solini alla Vittorio Emanuele e tutti ve ne daranno il campione.

Egli da vero soldato non ha mai fatto uso di paracqua.

Il Figaro in un suo articolo parlando di lui dice che

«… il Re va in carrozza scoperta con qualunque tempo. Talvolta rientra bagnato fino alle ossa con un mezzo piede di acqua nella carrozza: ma egli non si cura mai di simili inezie.

Del resto non v’è pericolo ch’egli sciupi le sue vestimenta, Vittorio Emanuele è forse l’uomo più semplicemente vestito di tutti i suoi Stati, e nel vederlo si capisce l’esclamazione di un lazzarone napoletano, che disse, facendo allusione a’ Ministri, un giorno che il Re passava per una delle vie di Napoli.

– Ci sovraccaricano di tasse e non hanno neppure cuore di comprare a Vittorio un paio di pantaloni nuovi!

Il Re sentì questa esclamazione e ne rise di cuore.»

++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++

Anche in questo capitolo, come nel precedente dedicato alla giornata del Re, Fausto ostenta la tranquilla sicurezza della persona molto bene informata. Ci fornisce così l’immagine di un sovrano tutto sommato simpatico, informale, insofferente alla etichetta di Corte e con abitudini spartane, “uno come noi” verrebbe da dire. In questo clima di simpatia non ci chiediamo quali siano state le sue fonti, anche se potrebbe essere interessante capire se questa vivace e accattivante descrizione sia veramente farina del suo sacco oppure se nascesse da precise indicazioni dell’entourage del re per accreditarne un ritratto tale da attirargli la simpatia popolare.

La mancanza di precise indicazioni biografiche sul nostro Fausto non ci permette di rispondere adeguatamente e, forse, è meglio così, in modo che considerazioni troppo precise e puntigliose non ci tolgano il piacere della lettura.