di Arconte

Il 17 febbraio di quest’anno ricorre il 168° anniversario della nascita a Torino di Alberto Viriglio, lo scrittore e poeta che piaceva a Guido Gozzano e che Nino Costa definiva maestro, autore di numerosi libri di storia e storie della nostra città, vere miniere di informazioni di prima mano, spesso copiate (anche male!) e molto di rado citate correttamente un tempo nelle pubblicazioni dedicate a Torino, e successivamente nel web e nei social.

Nato nel 1851, Viriglio conosce il periodo risorgimentale grazie ai ricordi della nonna, ha un modesto ma sicuro impiego in ferrovia che gli permette di dedicarsi con tranquillità alle sue ricerche. Ha un posto rilevante fra gli scrittori piemontesi coevi, più o meno vicini al giornale torinese «’L Birichin», pubblicato tra il 1884 e il 1928. Muore a Torino il 22 agosto 1913 nel suo piccolo alloggio di via Roma n. 10, da lui trasformato in una sorta di museo, come ricorda un partecipe articolo anonimo apparso su La Stampa del giorno successivo col titolo “Un poeta dialettale – La morte di Alberto Viriglio”. Ne riportiamo alcuni passi che ci informano sui suoi ultimi anni di vita del Nostro, quando era stato quasi dimenticato dai torinesi.

«Ieri è morto nella sua abitazione, in via Roma 10, il poeta dialettale Alberto Viriglio, e la notizia ha prodotto in quanti lo conoscevano una profonda commozione.

Da molti anni Alberto Viriglio usava trascorrere le giornate più calde dell’estate sulle nostre Alpi. Benché la sua salute, già da molto tempo minata da una tormentosa infermità, fosse in quest’anno scossa assai più che non lo fosse mai stata, egli non volle rinunziare ai quieti diletti della montagna; e scelse a mèta delle sue divagazioni estive le terre biellesi, tanto ricche di note poetiche care alla sua mente. Purtroppo però le sofferenze lo riafferrarono con maggior energia e Io obbligarono a fare ritorno a Torino per poter riaffidarsi alle cure dell’amico suo, il dott. Rossi, da molti anni confidente amorevole delle sue tribolazioni fisiche. Egli giunse nella nostra città il 22 luglio e appena vi giunse si mise a letto.

Non rivide più da quel giorno le vie di questa città sua per nascita e più ancora per l’immenso amore filiale di cui egli la circondò con tutte le energie del suo spirito. La malattia non gli diede più tregua; però mai, né l’ammalato né il medico curante, ebbero sospetto che una catastrofe fosse tanto prossima. Ancora l’altra sera, l’infermo appariva tranquillissimo e alle 21 volle che la donna che lo assisteva si ritirasse. La donna ubbidì e lo lasciò che leggeva nel letto alla luce di una lampada a petrolio. Come di consuetudine, la donna rientrò nella camera alle 9 di ieri mattina. Entrando osservò che la lampada si trovava su una scrivania, segno che nella notte l’ammalato era disceso dal letto ed aveva scritto o tentato di scrivere. Alberto Viriglio era coricato sul Ietto supino. Teneva le mani giunte sul petto, ed aveva gli occhi aperti. Pareva che fosse fisso in un pensiero. La donna si avvicinò al letto, lo chiamò, lo toccò e vide con indicibile terrore che era morto!»

L’articolo così prosegue:

«Alberto Viriglio, lo confessava egli stesso presentandosi ai lettori in un suo volume, scriveva solo quando il cuore gli suggeriva. Se la fantasia e il cuore tacevano, egli non scriveva più.

Da tempo era quasi un dimenticato, non essendo sufficienti a mantenergli l’aureola di popolarità, che si era creata con monologhi, tipo Sentinela morta, e canzoni come il Gatiime nen e Aria Majn, le sole pubblicazioni di carattere storico riguardanti Torino antica, i suoi usi, i suoi costumi. Era un dimenticato e non se ne doleva. Anche nei momenti di maggiore successo, quando nella nostra città non si sapeva pensare ad un avvenimento grandioso, giocondo o triste, senza richiamarsi ad Alberto Viriglio perché in una qualche forma rappresentativa ne rivelasse la sintesi lieta o pietosa. Il poeta amava vivere da solo o con una stretta cerchia di amici, vagabondare meditabondo, raccogliendo immagini, motivi, luci, che in un’ora di vena avrebbe poi richiamati in una di quelle sue composizioni sentimentali fiorite di ironia caustica.

[…] Viveva modestamente. Impiegato ferroviario aveva occupato gli ozi scrivendo versi, raccogliendo documenti, mettendo insieme memorie; pensionato aveva proseguito nei suoi lavori, cercando di penetrare sempre più addentro nel cuore della sua città che amava come si può amare una madre. Recentemente il fratello orefice lo aveva lasciato erede di una discreta fortuna, ma ciò non servi a fargli cambiare abitudini. Non servi a farlo uscire dalla sua conchiglia ove viveva da ricercatore paziente di cose morte. […]

I maggiori amori […] di Viriglio furono il dialetto piemontese e la storia di Torino. Negli scaffali della sua libreria egli aveva adunato un tesoro di documenti e cimeli di storia torinese, frutto di lunghe ed accurato ricerche; questo tesoro aveva caro sopra ogni cosa, poiché in essi e con essi il suo spirito poteva famigliarizzarsi con la vita della vecchia Torino, a cui ogni giorno andava strappando con intima gioia un segreto.

Di tanto in tanto egli amava impartire ai concittadini una parte di tali suoi gaudi intellettuali; e lo faceva in brillanti articoli di storia paesana, dettati con quel garbo o quell’arguzia che erano doti del suo temperamento di scrittore. Fra le sue pubblicazioni storiche ricordiamo: Come si parla a Torino, opuscolo di utile e dilettevole lettura; Torino e i torinesi, scritto in collaborazione con «Caronte» [Arturo Calleri (1861-1923)]; Torino Napoleonica e Vecchia Torino, memorie e scritti editi dal Lattes.

Dei versi, come abbiamo detto, da tempo non ne scriveva, o almeno, non ne pubblicava più. E lo si vedeva anche di rado. Unico posto dove si era quasi sicuri di trovarlo era al Balôn, nei giorni di sabato. Là, tra i feramiù, tra i rifiuti di cento case accumulati, egli si recava per cercare tra le vecchie carte i documenti che interessavano Torino, la città nativa, nel suo passato, nelle sue glorie e nei suoi dolori, ha formato il suo grande amore sino all’estremo momento».

Lapide commemorativa di Viriglio con il medaglione bronzeo di Edoardo Rubino (foto di Betty&Giò)

Viriglio è autore di 15 opere, quelle più note sono Torino e i torinesi. Minuzie e memorie (Lattes, Torino, 1898) e Voci e cose del vecchio Piemonte (pubblicato postumo da Lattes, nel 1917, a cura di Giuseppe Debate). Torino e i torinesi viene ristampato nel 1931 ma nella seconda metà del Novecento le sue opere, ancora citate, erano praticamente introvabili. A questa situazione ha rimediato il benemerito editore Andrea Viglongo, nel 1970, con la ristampa in anastatica de L’opera di Alberto Viriglio, che comprendeva in tre volumi di tutte le sue 15 opere, seguita da alcune edizioni di Torino e i torinesi e Voci e cose del vecchio Piemonte.

Amici e ammiratori, auspice il Municipio, lo hanno ricordato con una lapide posta sul Palazzo di Città, ornata da un medaglione modellato da Edoardo Rubino. Gli è stata anche dedicata una via, in Barriera di Milano, che va da via Mercadante a via Domenico Cimarosa.

A distanza di più di un secolo e mezzo dalla nascita di Alberto Viriglio, sarà interessante vedere sui numerosi gruppi di Facebook dedicati a Torino quanti ricordino adeguatamente il Nostro, riconoscendogli i meriti di ricercatore e cultore del folclore, della parlata e della storia minuta torinese, meriti che qualcuno oggi tende un po’ snobisticamente a sminuire e molti, fin troppo disinvoltamente, a saccheggiare.