di Arconte

«Un fonogramma da Valle San Martino annunciava ieri sera alla nostra Questura che era stato trovato in un bosco sperduto sulle più alte colline il cadavere di un uomo sulla cinquantina. Non si sapeva ancora con precisione la causa della morte, ma tutto faceva ritenere che si trattasse di un suicidio. Partiva subito per il luogo, dove la lugubre scoperta era stata fatta, il delegato Pappalardo con alcuni agenti.

Il funzionario dovette molto faticare prima di trovare il luogo dove giaceva il cadavere. Finalmente, nella parte più elevata delle colline di Valle San Martino, in un fittissimo bosco, di proprietà Rey, presso la strada del Lauro, gli fu indicato un burrone, dove dai contadini del luogo si diceva con terrore che ci fosse un morto. Infatti, in un crepaccio, che si apriva nel bosco come una nicchia funeraria, il delegato scoperse in mezzo ad una patina di sangue raggrumato che ricopriva il terreno roccioso, il cadavere di un uomo orribilmente squarciato da larghe ferite. Prima cura del funzionario fu di perquisire le tasche del morto, per identificarlo; e gli fu dato di trovare la ricevuta di un pacco di manoscritti inviato alla Casa editrice Bemporad, di Firenze, e firmato Cav. Salgari.

Non v’era dunque dubbio alcuno: si trattava del cav. Emilio Salgari, il notissimo e popolare scrittore di avventure e di viaggi!».

Così un anonimo cronista, su «La Stampa» del 26 aprile 1911, dà la notizia del suicidio di Emilio Salgari avvenuto il giorno precedente.

Come è noto, la tragica scomparsa del romanziere torinese viene presto travolta dalle notizie dei festeggiamenti per il cinquantenario del Regno d’Italia e la concomitante Esposizione internazionale di Torino incentrata sul progresso industriale e manifatturiero della nazione.

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Il vero ricordo di Emilio Salgari viene dal fatto che i suoi libri continuano a essere letti, e non soltanto dai ragazzini, e dall’interesse suscitato nei registi e produttori cinematografici torinesi fin dai tempi del muto.

Nel 1953, quando il cinema d’avventura italiano produce a basso costo, con attori americani di secondo piano, impiegando poche comparse e riciclando costumi e scenografie, a Torino si parla di nuovo di Emilio Salgari. Gli Studi FERT di corso Lombardia mettono in produzione tre film, due ispirati al ciclo indo-malese di Salgari, «I Misteri della jungla nera» e «La vendetta dei Thugs» mentre il terzo, «Il Tesoro del Bengala», non ha riscontro in romanzi o racconti del Nostro ma propone personaggi e ambienti di ispirazione “salgariana”.

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Il protagonista dei primi due non sarà Sandokan ma Tremal Naik, l’indiano bengalese che vive nella giungla di un’India di fantasia e combatte contro la malvagia setta degli strangolatori Thugs.

Come interprete è chiamato Lex Barker.

Barker, che ha impersonato sugli schermi americani Tarzan dopo Johnny Weissmuller e si dice stanco di questo ruolo, si trasferisce a Torino, affitta sulla strada di Revigliasco la magnifica villa “Primo Sole”, dove il 20 agosto lo raggiunge la fidanzata, Lana Turner. I due attori si sposano presso il Municipio di Torino nel tardo pomeriggio di lunedì 7 settembre 1953.

Nel corso dell’agosto del 1953, «La Stampa» e «Stampa Sera» non parlano soltanto di questo matrimonio ma concedono spazio anche alla lavorazione dei tre film che comporta tra l’altro la presenza di una tigre addestrata che impersona Darma, la belva che si è affezionata a Tremal Naik.

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Ha occasione di dire la sua anche Omar, il figlio di Salgari custode della memoria paterna, che si suiciderà dieci anni dopo.

Così i tre film godono di una discreta pubblicità.

Vengono girati in corso Lombardia, dove è stato costruito l’imponente tempio della dea Kalì. Per gli esterni si parla della pineta di San Rossore ma anche del Sangone.

Ne parliamo brevemente sulla scorta delle informazioni reperibili in rete.

«I misteri della Giungla Nera» (1954) ha come registi Gian Paolo Callegari e Ralph Murphy.

Lex Barker è Tremal-Naik, coraggioso cacciatore bengalese. La protagonista femminile è Fiorella Mari nelle vesti di Ada MacPherson, la figlia di un ufficiale inglese, rapita per farne la sacerdotessa di Kalì, che corrisponde all’amore a prima vista di Tremal Naik. Franco Balducci interpreta Kammamuri, il fedelissimo servitore di Tremal Naik.

Souyodhana, il crudele e diabolico capo dei Tughs, è impersonato da Paul Müller; il padre di Ada, il capitano MacPherson, da Luigi Tosi.

L’ex pugile Enzo Fiermonte interpreta il sergente Claridge e Raf Pindi il maggiore Kennedy, personaggi di secondo piano. Troviamo un secondo personaggio femminile aggiunto a quelli originali salgariani, Sulima una seconda sacerdotessa di Kalì, interpretata da Carla Calò, allo scopo di accrescere la componente femminile del cast.

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Gli spettatori maschi molto verosimilmente non erano come i giovani lettori salgariani, più interessati a duelli, scontri armati, arrembaggi, fughe rocambolesche che alle vicende amorose e ai personaggi femminili. Così è stato aggiunto anche un corpo di ballo della dea Kalì, con otto danzatrici dai succinti abiti trasparenti.

Merita un cenno anche il produttore Giorgio Venturini, che rischia addirittura di essere sbranato dalla tigre Darma!

Di questo film ho potuto vedere soltanto due minuscoli spezzoni, presenti su You Tube, dove si vede Lex Barker in turbante che vaga nei sotterranei del tempio di Kalì e assiste a una cerimonia funebre con tanto di balletto del già citato corpo di ballo.

L’impressione personale è quella di un film peplum che non stona con il testo originale salgariano, tanto che i manifesti pubblicitari ricordano le copertine variopinte delle migliori edizioni dei libri di Salgari.

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Dobbiamo ora considerare il secondo film, «La vendetta dei Tughs», dello stesso anno 1954, sempre diretto da Gian Paolo Callegari e Ralph Murphy.

E qui cominciano le dolenti note. Anche se presentato come opera di Emilio Salgari, in realtà «La vendetta dei Tughs» è stato scritto dal figlio Omar: lo si legge chiaramente sul frontespizio del volume pubblicato nel 1947 dall’editore Carroccio di Milano: «Romanzo d’avventure da una trama inedita di Emilio Salgari». Ma il punto debole nel film non è la controversa paternità del testo ma il fatto che è un clone del precedente al quale fa precisi riferimenti e ripropone diverse scene. Lo evidenzia anche la sinossi che ripropone in pratica la trama del precedente: Durante il tentativo di liberare Ada, la sua donna, Tremal Naik, cacciatore di tigri, finisce prigioniero dei Thugs, sanguinari adoratori della dea Kalì. Dopo molte peripezie, col risolutivo intervento dell’esercito, Tremal Naik si libera, uccide in duello il capo della setta e finalmente può unirsi ad Ada.

Il cast è il medesimo del precedente, con minime variazioni: scompare il padre di Ada, il capitano MacPherson, e l’attore Luigi Tosi acquisisce il grado di colonnello Kennedy.

La documentata scheda curata da Davide Larocca sulla Enciclopedia del Cinema in Piemonte elenca tutte le critiche negative su questo film, visibile su You Tube in una versione completa in spagnolo oltre che in una breve clip della parte iniziale in italiano.

Non è il caso di soffermarsi su «Il Tesoro del Bengala», film di avventura per famiglie che di salgariano ha veramente poco.

A 109 anni dalla tragica scomparsa di Emilio Salgari, ho ricordato questi due film torinesi con grande simpatia, pur evidenziandone i limiti, perché ritengo che meglio di altre produzioni, anche molto costose, possano evocare il clima salgariano delle mirabolanti avventure in paesi lontani e un po’ favolosi, conosciuti soltanto attraverso la lettura di resoconti e diari di viaggio, di articoli di riviste geografiche ed enciclopedie.