Il viaggio in Canavese in compagnia di Giovanni Dughera ci porta questa volta a San Giorgio, sulle propaggini meridionali della morenica eporediese, dove, su una motta dominante l’abitato, si eleva l’elegante sagoma del castello seicentesco, innestato sulle fondamenta d’una fortezza medievale. Lasciamo la parola alla nostra guida. 

Nel secentesco castello di S. Giorgio Canavese, ricostruito sui resti della fortezza medievale, vigono una geometrìa e un ordine formale particolare: è di casa qui la gentilezza, quella dei fastigi dalle forme curvilinee, ricadenti con   grazia, del corpo centrale che pare avanzare verso il visitatore con garbo, per poi ritirarsi e riemergere nei due corpi laterali e nella cappella: è il movimento del barocco. 

L'ingresso seicentesco del castello - foto di Paolo Barosso
L’ingresso seicentesco del castello – foto di Paolo Barosso

La raffinatezza del traforo in ferro battuto del cancello, ornato ai lati da due slanciati obelischi, ci conduce nel parco. In esso vecchi alberi sono raccolti in un parterre, uno spazio di forma quadrata terrazzato, contornato da balaustre in

Il cancello d'ingresso - foto di Giovanni Dughera
Il cancello d’ingresso – foto di Giovanni Dughera

cotto, interrotte a un tratto da un raffinatissimo palazzotto in miniatura, con decorazioni colorate che contornano finestre e porte: la Gloriette, un belvedere dal tetto di tegole in ceramica multicolori che brillano al sole, così garbato anche nelle sinuose scalette laterali, simmetriche, che conducono nel giardino sottostante. Questo è in discesa, come una pagina di un immaginario libro alla quale, nell’atto di essere girata, venga imposto di fermarsi a metà altezza.

Una pagina preziosa con su vergati disegni vegetali, le siepi di bosso che ne ornano il contorno, i melograni piantati ordinatamente sullo stesso piano in filari, con la diligenza di uno scolaro “giardiniere” che segua la riga del quaderno.

La Gloriette del parco - foto di Paolo Barosso
La Gloriette del parco – foto di Paolo Barosso

E in basso, un prato in piano come un’altra pagina verde, ingentilita da un lato da un padiglione dall’aspetto vagamente orientale, le cui vetrate si aprono su di un delizioso laghetto a spicchio d’arancia, solcato da anitre e dal quale spuntano canne. Blu e verde smeraldo dell’acqua paiono vetri preziosi che il maestro stia soffiando, e alberi esotici, strani, i Taxodium disticum dalle radici che spuntano tutt’intorno, si specchiano colorando di riflessi rossastri la superficie del laghetto.

La raffinatezza di questo parco si accompagna all’originalità degli interni del castello.

Interni del castello - foto di Giovanni Dughera
Interni del castello – foto di Giovanni Dughera

Qui, a differenza di stucchi, dorature, trompe l’oeil che decorano gli altri castelli, emerge una particolare ornamentazione risalente a metà Settecento: il disegno alla Bérain, ripreso in seguito dal torinese Meissonnier (1685-1750), che scrisse un libro “sulle piante e motivi vegetali come materiale per i disegnatori“. Di origine francese, si affida qui a due soli colori, il bianco e il blu, dipinti a viticci e girali che paiono rincorrersi: è anche un riferimento alle porcellane, e infatti pare di sentirne la fragile delicatezza, come essere dentro una tazza da thè.

Interno del castello - disegni alla Bérain - foto di Giovanni Dughera
Interno del castello – disegni alla Bérain – foto di Giovanni Dughera

Il disegno ha una raffinatezza dal tratto lieve, sottile, come di una mano che in preda all’estasi creativa mai si fermi e produca una linea continua che si imbizzarrisce in volute, giri, svolazzi arrestandosi poi a comporre fantasiosi sedili, lampadarietti, quasi leggiadre altalene su cui poggiano esserini misteriosi, scimmiette, uccelletti, aironi, disposti sul filamento blu dipinto sull’etereo sfondo bianco.Il ricamo si interrompe poi in cornici che racchiudono quadri dipinti sulla parete in grisaille, raffiguranti allegorie dei quattro elementi: acqua, aria, terra, fuoco.

Il vasto salone da ballo presenta figure dipinte in trompe l’oeil tutt’intorno e una balconata in alto, dalla quale si osservavano i ballerini sottostanti.

La spiegazione dei tratti così originali che abbiamo sinora descritto di parco e castello sta nel nome della casata a cui appartenne: i marchesi Biandrate di S. Giorgio, una delle più potenti famiglie nobili piemontesi, che amò distinguersi dalle altre con questa proprietà, che ha ben in vista sulla facciata un grande stemma della famiglia.

Il castello è disponibile per meetings, congressi, matrimoni.

Testo di Giovanni Dughera

Laghetto nel parco - foto di Giovanni Dughera
Laghetto nel parco – foto di Giovanni Dughera

Nota della redazione

Ricordiamo che San Giorgio, oltre al magnifico maniero, presenta molteplici attrattive: il borgo storico, adagiato alle pendici della motta su cui sorge il complesso fortificato, con la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, dall’inusuale facciata d’impronta rinascimentale e l’affresco di Fermo Stella da Caravaggio (1537) nella lunetta d’ingresso; la villa Belloc-Malfatti, che fu dimora dell’interprete rossiniana Teresa Belloc; la storica pasticceria Roletti, fondata nel 1896 da Pinòt Rolet, con il suo repertorio di specialità; i vigneti dei dintorni, in particolare di Erbaluce, che prosperano su terreni morenici (San Giorgio si trova sull’orlo meridionale della morenica eporediese).

Per un approfondimento sulla pasticceria Roletti, clicca qui: Piemonte in vetrina, la pasticceria Roletti 

Per un approfondimento sui vini di San Giorgio Canavese, clicca qui: Fontecuore, nel regno dell’Erbaluce