di Redazione

Già abitato da popolazioni di stirpe celto-ligure, gli Statielli, il territorio di Acqui Terme venne occupato dai Romani, che nel II secolo a.C. vinsero la strenua resistenza delle tribù locali procedendo, una volta distrutto il villaggio principale di Caristo (Carystum), alla fondazione del municipium di Aquae Statiellae, che reca nel nome il riferimento alle sorgenti termali presenti in loco e all’etnonimo dei primitivi abitanti (Statielli). La città romana crebbe in prosperità grazie alla presenza delle fonti termali (tra le migliori dell’impero, secondo il giudizio di Plinio) e al passaggio della via Aemilia Scauri, costruita dal 109 a.C. per collegare l’importante città di Derthona (Tortona) alla costa ligure (porto di Vada Sabatia, oggi Vado Ligure).

Passando all’Alto Medioevo, dopo il dominio longobardo (quando Acqui venne compresa nel ducato di Asti) e l’avvento dei Franchi, che la eressero a sede di comitato, nel X secolo la civitas di AQUIS entrò a far parte della Marca aleramica, pur mantenendo una certa autonomia grazie alla forza e al prestigio del potere vescovile (rimarchevole la figura del vescovo Guido, vissuto nell’XI secolo, venerato come santo e patrono della città). Nel corso del XII secolo si svilupparono istituzioni comunali, che non ebbero vita facile perché contrastate all’interno dalla rivalità con il vescovo e all’esterno dalla competizione con forze signorili (marchesi di Ponzone, Del Bosco, Del Carretto, marchesi del Monferrato) e comuni più potenti (Alessandria, Alba, Savona, Genova).

Del periodo antico non rimangono molte vestigia, ma tra queste, oltre alle rovine del teatro romano, nei pressi di piazza della Bollente, sono di particolare interesse i resti dell’acquedotto romano, risalente agli inizi del I secolo d.C., di cui tratto più significativo, con alcuni archi e piloni di sostegno ben conservati, è osservabile sul greto del fiume Bormida dal ponte Carlo Alberto.

Veduta della fontana “La Bollente” nell’omonima piazza (foto IAT Acqui)

I secoli del Medioevo ci hanno invece lasciato consistenti testimonianze. Tra queste risalta la Cattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1067 dal vescovo Guido, che conserva del periodo romanico le absidi e la cripta, mentre a lato della facciata, adorna di un pronao seicentesco che ben si armonizza con i porticati laterali della piazza, si eleva il campanile della seconda metà del Quattrocento. Degno di attenzione è il portale maggiore, opera di Pilacorte (1481), e il chiostro dei Canonici, ultimato nel 1495. Sulla piazza sorgono il Palazzo Vescovile, in pietra e mattoni, di fine Cinquecento, e il Seminario Maggiore, di metà Settecento. Il secondo monumento rilevante del Medioevo acquese è la chiesa dell’Addolorata, già monastero di San Pietro, in stile romanico a tre navate con campanile ottagonale.  

Il Quattrocento, al tempo dei marchesi Paleologi del Monferrato, fu un secolo prospero per la città di Acqui Terme che si avvantaggiò da un lato della maggiore solidità dello Stato monferrino, impegnato a resistere contro l’espansionismo visconteo, e dall’altro lato del potenziamento del porto di Savona, tale da favorire i commerci. La città si arricchì di eleganti palazzi nobiliari, che ancora oggi possiamo ammirare nell’antico borgo Pisterna. Il Castello dei Paleologi, storica dimora dei marchesi del Monferrato, ricostruito nella seconda metà del XV secolo sul sedime d’una precedente fortificazione, è oggi sede del Civico Museo Archeologico.

La facciata della cattedrale di Acqui

Nel 1708 la città di Acqui Terme, insieme con tutto il ducato di Monferrato, passò ai Savoia, che nel corso dell’Ottocento ne promossero lo sviluppo economico, legato al termalismo, all’industria manifatturiera e alla produzione vinicola. Nel tardo Seicento, ancora sotto il duca di Mantova, si era provveduto alla riedificazione delle Antiche Terme, su progetto dell’architetto casalese Giovanni Battista Scapitta. I sovrani sabaudi, in particolare Carlo Emanuele III e Vittorio Amedeo III di Savoia, diedero impulso al termalismo acquese, organizzandolo in tre stabilimenti distinti, il civile, quello riservato ai poveri e le terme per i militari.  

Importante fu nel 1858 l’apertura della prima linea ferroviaria Alessandria-Acqui (1858), cui seguirono i collegamenti con Savona, Asti e Genova, e nel 1836 l’avvio dei lavori per la costruzione del “ponte Carlo Alberto”, ultimato nel 1850, che servì a collegare il centro cittadino alle sorgenti termali dell’Oltrebormida. Tra il 1860 e il 1870 l’amministrazione comunale guidata da Giuseppe Saracco deliberò la risistemazione dell’area circostante la fontana chiamata “Bollente”, da cui sgorga acqua salso-bromo-iodica alla temperatura di circa 75 gradi, con l’edificazione del tempietto marmoreo in stile eclettico disegnato nel 1879 da Giovanni Ceruti. Sulla piazza svetta la Torre Civica dell’Orologio, detta anche “torre senza fondamenta”, ampliata e sopraelevata nel 1763 e così chiamata perché si appoggia sulle case adiacenti.

Grappolo di Brachetto – foto Consorzio Tutela Brachetto d’Acqui

Dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento la crescita del turismo termale fu rilevante, con la costruzione di nuovi teatri, del casinò e la risistemazione del complesso delle Nuove Terme (fino agli anni Cinquanta Acqui poté vantare la più grande piscina estiva d’Europa), mentre il declino del secondo Dopoguerra è stato contrastato in tempi recenti da importanti interventi di risanamento e restauro conservativo del centro storico (amministrazione Bosio), dal tentativo di rivitalizzare il turismo termale e dalla valorizzazione dell’enogastronomia e della produzione vinicola (protagonisti il Brachetto d’Acqui o Acqui Dop e il Dolcetto d’Acqui Doc), che ha la sua vetrina istituzionale nell’Enoteca Regionale Acqui “Terme & Vino” con sede nello storico Palazzo Robellini di fine Cinquecento.

Tra le curiosità della tradizione acquese vi è la figura del “Brentau”, colui che un tempo si guadagnava da vivere portando l’acqua calda della Bollente nelle case dei concittadini e utilizzando allo scopo un recipiente della capienza di 50 litri in lamiera zincata chiamato “brenta”. Anche il soprannome degli acquesi, noti come “sgaientò” (scottati), deriva da un’antica pratica che la memoria popolare ritiene legata alla Bollente: si tramanda infatti che nelle calde acque della sorgente venissero immersi, ovviamente per brevissimo tempo (o previo raffreddamento delle stesse), i bambini di Acqui, come una sorta di rito “iniziatico” volto a temprare i nuovi nati, imprimendo loro il marchio della “acquesità”.