Testo e foto di Paolo Barosso

Il lago d’Orta è un bacino lacustre prealpino, situato a occidente del lago Maggiore, da cui lo separano dolci declivi boscosi, che trasse origine dal fronte meridionale del grande ghiacciaio ossolano.

Indicato nelle antiche fonti come “lago di San Giulio“, dal nome del presbitero greco che, inviato dall’imperatore Teodosio, evangelizzò il territorio dell’alto Novarese con l’aiuto del fratello San Giuliano, cominciò ad essere designato come “lago d’Orta” soltanto a partire dal tardo Quattrocento quando, in concomitanza con l’accrescersi dell’importanza demografica e commerciale dell’abitato di Orta, la nuova denominazione entrò nell’uso popolare, sostituendosi progressivamente a quella d’origine altomedievale.

Un altro toponimo adoperato per il lago e per il territorio circostante, entrato in uso in epoca ancora più tarda, è “Cusio”, utilizzato soprattutto nel linguaggio colto e amministrativo. Il nome viene fatto derivare da una errata lettura della cosiddetta “Tabula Peutingeriana” (da Konrad Peutinger, giurista, consigliere imperiale e antiquario tedesco), copia medievale (XII/XIII secolo) di una carta stradale (“itinerarium pictum”) d’epoca romana imperiale, in cui è presente il disegno di un bacino lacustre denominato “Cusius”.

L’umanista tedesco Konrad Peutinger (1465 – 1547)

Sebbene lo storico e geografo germanico Filippo Cluverio (1580-1622) fosse incerto, per mancanza di indizi precisi e concordanti, se riconoscere in questo disegno il lago di Varese, il lago di Lugano o quello d’Orta, più tardi il giurista novarese (nato ad Ameno) Lazzaro Agostino Cotta (1645-1719), erudito e appassionato studioso di storia locale, autore di una “Corografia della Riviera di San Giulio” (1688), ritenne di identificarlo senza margini di dubbio proprio con il lago d’Orta.

Orta, soffitto affrescato di Villa Gippini con la scritta “Cusius” nel cartiglio

In realtà, da ricerche successive è emerso che il lago rappresentato sulla Tabula non viene indicato con il nome di “Cusius”, bensì di “Clisius”, e inoltre non sembra collegabile al lago d’Orta, bensì ad un altro bacino lacustre non identificabile con chiarezza. Malgrado il riconoscimento dell’errore, il toponimo “Cusio” s’impose nell’uso erudito e burocratico, affiancando la denominazione popolare di “lago d’Orta”.

Scorcio dell’isola San Giulio con la mole possente dell’ex Seminario Vescovile, costruito a metà Ottocento, oggi sede dell’abbazia benedettina femminile di clausura “Mater Ecclesiae”

Al centro del lago, sorge l’isola di San Giulio (in base a documenti medievali pare che ve ne fosse una seconda, molto più piccola, poi sommersa dalle acque), che porta il nome del religioso greco, originario di Egina, che predicò la fede cristiana sulla “Riviera d’Orta”. La figura di San Giulio, che possiamo ricostruire basandoci essenzialmente sul testo intitolato “Vita di San Giulio” forse databile nel suo nucleo più antico all’età longobarda (VII/VIII secolo), è proiettata in una dimensione quasi mitica, in cui non è facile distinguere tra verità storica e sovrapposizioni leggendarie.

Veduta dell’isola con il campanile romanico della basilica di San Giulio

In base alla leggenda di fondazione della basilica di San Giulio, edificio d’impianto romanico più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, sarebbe stato proprio il religioso greco ad approdare sull’isola alla fine del IV secolo, fondandovi la centesima chiesa dopo averne già costruite novantanove con l’ausilio del fratello Giuliano, che s’era fermato presso la comunità di Gozzano.

La tradizione narra che Giulio, messo in guardia dagli abitanti della costiera lacustre circa la pericolosità del luogo, infestato da serpenti velenosi e da un gigantesco drago (anzi una “draghessa”, come precisa Laura Violet Rimola nel suo studio), vi si recò ugualmente, liberando l’isola sia dai rettili, costretti ad andarsene, sia dalla presenza inquietante della mostruosa creatura.

Orta San Giulio – veduta di piazza Mario Motta, prospiciente il lago, con il tardo cinquecentesco palazzo della Comunità

Nelle gesta di San Giulio si trovano elementi comuni ad altre leggende di fondazione di chiese e monasteri, rintracciabili ad esempio nelle storie di Sant’Eldrado, abate di Novalesa in alta valle di Susa (val Cenischia) che nel IX secolo, stando alla testimonianza del “Chronicon Novalciense”, intervenne in soccorso di un gruppo di monaci incaricati di fondare una comunità presso il villaggio di Monêtier-les-Bains, nel Briançonnais (Delfinato), rendendo prodigiosamente innocui i serpenti che proliferavano nella zona. Nell’agire del santo “liberatore” si rispecchia la rappresentazione dell’uomo di Dio che combatte il disordine e le forze del male, mostrandosi come “civilizzatore” e apportando altresì la luce della verità cristiana nel mondo delle tenebre pagane.  

I declivi boscosi che circondano il lago – verso sud, in cima a un’altura ai confini tra Orta e Gozzano, svetta la torre del castello di Buccione, citato per la prima volta nel 1200

In entrambi i casi si può anche notare come il santo non ricorra ad atti violenti per ottenere lo scopo, bensì ad un’opera di “persuasione”, esortando i serpenti e anche il drago ad abbandonare l’isola e trovare rifugio altrove (secondo la leggenda, riportata da Laura Violet Rimola, i primi avrebbero trovato una nuova dimora nei boschi del monte Camosino, tuttora conosciuto come sito abitato da vipere, mentre il drago si sarebbe rintanato nel golfo di Bagnera).

E’ possibile che in questa narrazione, che risponde a uno schema letterario ricorrente nei testi agiografici, vi sia il riflesso dell’antica concezione culturale, di matrice celtica, che vede nel drago, identificato poi negativamente dalla cultura cristiana medievale con il serpente del Genesi (Jacques Le Goff), una sorta di “genius loci”, certamente temibile, ma con cui appare praticabile un compromesso, ad esempio ingraziandoselo con offerte votive.

Se consideriamo i serpenti e il drago come rappresentazione simbolica dei culti idolatrici delle origini e il santo come il civilizzatore che porta l’ordine e la luce di Cristo, allora potremmo intravedere in questa interazione priva di violenza tra il santo e le creature infestanti l’isola, esortate ad andarsene dopo che San Giulio ebbe parlato loro, l’effetto delle prescrizioni di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che, agi albori del VII secolo, rispondendo a una missiva di Mellito di Canterbury, apostolo della Gran Bretagna, lo esortava a un atteggiamento più “conciliante”, rispettando i luoghi di culto pagani e sostituendo naturalmente in essi gli idoli con gli elementi della venerazione cristiana.  

Veduta del paese di Pella, sulla sponda occidentale del lago d’Orta

Già fortificata in età teodericiana, l’isola di San Giulio fu prescelta dai Longobardi, anche se forse non in via esclusiva, come la sede d’uno dei quattro ducati in cui i nuovi dominatori organizzarono a partire dalla fine del VI secolo il territorio dell’odierno Piemonte. Secondo quanto sostengono studiosi locali, l’imponente edificio che oggi ospita il Palazzo Vescovile, frutto di interventi edilizi realizzati nel corso dei secoli, sarebbe stato eretto sulle vestigia dell’antico “castrum” dei duchi longobardi.

L’elegante campanile romanico della basilica di San Giulio, ispirato nelle forme e nella struttura al campanile dell’abbazia di Fruttuaria nel Canavese

L’isola fu anche teatro di un evento bellico di notevole importanza quando nel 962 le truppe dell’imperatore sassone Ottone I cinsero d’assedio i fedeli di re Berengario II e della moglie Villa, provocando danni alla primitiva chiesa di San Giulio, che sarebbe stata eretta alla fine del IV secolo per iniziativa del presbitero greco e successivamente ricostruita tra V e VI secolo. Già dal IX secolo la chiesa risulta affidata, per volere dei vescovi di Novara, a un capitolo di canonici.

La grande basilica di San Giulio, che rappresenta il monumento più significativo dell’isola, è il risultato di una stratificazione di interventi, succedutisi nel corso dei secoli e promossi dai vescovi di Novara, che dal 1219, anno in cui si definì la lunga controversia tra comune novarese e diocesi, esercitarono le prerogative di governo sull’isola e sul territorio cusiano, configurato come un vero e proprio piccolo Stato, indicato nelle fonti come “Dictio Sancti IulIi”, soppresso definitivamente nel 1767. In memoria dell’antico ruolo pubblico, il vescovo di Novara ancora nella Restaurazione (1814) si fregiava del titolo di “Principe di San Giulio e d’Orta”.  

L’impianto della costruzione romanica, suddivisa in tre navate terminanti in altrettante absidi e sormontata da un’elegante cupola innestata su un tamburo ottagonale, risale alla prima metà del XII secolo. La struttura architettonica è rimasta pressoché inalterata, mentre si è arricchito nel tempo l’apparato decorativo e pittorico degli interni, grazie all’apporto di insigni artisti come Gaudenzio Ferrari e allievi, il vercellese Bernardino Lanino e gli artisti della famiglia Gagnoli.

Capolavoro assoluto dell’arte romanica è il magnifico pulpito o ambone, ritenuto dagli studiosi opera di maestranze comacine strettamente connesse all’area culturale germanica, con cui il Cusio intratteneva intense relazioni, come attestato dalle analogie con le sculture delle cattedrali di Magonza e di Spira.

Realizzato tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo in marmo serpentino verde di Oira, l’ambone poggia su quattro colonne, di cui due lisce e due decorate con motivi diversi, a nastri intrecciati e ispirati a lavori di “oreficeria e a cancellate di ferro” (G. Fusconi). Secondo quanto riporta Simone Caldano nella sua guida al “Piemonte medievale”, nella lavorazione dei capitelli si notano richiami agli elementi scultorei del duomo di Casale Monferrato.

Sono però gli scomparti dell’ambone a mostrare il repertorio più interessante e raffinato, con figure caratterizzate da una marcata plasticità e ispirate ai Bestiari medievali (troviamo un centauro che scocca una freccia all’indirizzo di un cervo, due fiere che si contendono un cerbiatto e un grifone che afferra con gli artigli e il becco un coccodrillo posto a testa in giù). Vi sono poi le rappresentazioni simboliche dei quattro Evangelisti – aquila, toro, leone, angelo – e, accanto all’angelo, si scorge una figura maschile che ha suscitato accesi dibattiti.  

Le caratteristiche abitazioni di Orta San Giulio

Identificato dapprima con San Paolo (manca però la spada, tra gli elementi cardine della sua iconografia), con San Giulio (il volto però è senza barba e il capo mostra la tonsura monacale, mentre Giulio non era un monaco) o con l’imperatore Ottone il Grande (senza attributi regali), il personaggio scolpito è stato di recente riletto come la raffigurazione di Guglielmo da Volpiano, monaco benedettino e abate (come traspare dal bastone pastorale con manico a forma di “tau”, tipico degli abati del X/XI/XII secolo), costruttore di abbazie e riformatore liturgico, morto nel 1031.

Guglielmo nacque proprio sull’isola di San Giulio nel 962, l’anno dell’assedio di Ottone I, da Roberto dei signori di Volpiano, difensore dell’isola, e venne battezzato alla presenza dell’imperatore e della moglie Adelaide.  

Dettaglio dell’ambone con la figura scolpita che si ritiene raffigurare Guglielmo da Volpiano – immagine tratta da http://www.bildindex.de, FAL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=13284544

Dedicò la sua vita alle riforme del monachesimo benedettino e provvide alla fondazione o ristrutturazione materiale e spirituale di diversi monasteri in giro per l’Europa, in Normandia, Lorena, Borgogna, Piemonte, come l’abbazia di Fruttuaria nel Canavese, San Benigno a Digione e Fécamp in Normandia, dove è sepolto. Osservando il campanile della basilica di San Giulio, si evidenziano chiare analogie con quello della Fruttuaria, eretto nell’XI secolo, che costituì infatti l’archetipo di riferimento per molti campanili romanici di area piemontese.

Jean-Claude Schmitt, Medioevo “superstizioso”, Laterza edizioni, Bari 1992

Simone Caldano, Piemonte medievale. 55 luoghi da scoprire e visitare, Edizioni del Capricorno, Torino 2020

G.A. Dell’Acqua (a cura di), Isola San Giulio e Sacro Monte d’Orta, Istituto Bancario San Paolo, Torino 1977


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