Testo e foto di Paolo Barosso

La prima menzione scritta del castello di Ozegna, che oggi possiamo ammirare con la sua mole turrita nel cuore antico del paese canavesano, risale al 1363 ed è contenuta nel De bello canepiciano, opera del notaio e cronachista novarese Pietro Azario (1312-dopo 1366) che vi descrisse le varie fasi della cosiddetta “guerra del Canavese”, combattuta nel corso del Trecento in questa fetta di Piemonte bagnata dalle acque della Dora Baltea e dell’Orco.

Il castello visto dal lato sud con la poderosa torre cilindrica a protezione dello spigolo

Il conflitto, seguendo la ricostruzione dell’Azario, aveva tratto origine dalle aspre rivalità tra le due famiglie comitali apparentate, ma avversarie, dei Valperga, di parte ghibellina, e dei San Martino, di parte guelfa, i primi appoggiati dai marchesi Paleologi del Monferrato e i secondi forti dell’alleanza stretta con i principi di Savoia-Acaia, che al tempo governavano buona parte del Piemonte occidentale in qualità di vassalli dei conti di Savoia.

Accanto a questi attori principali, che ricorsero ampiamente, com’era d’uso all’epoca, ai servigi di mercenari e compagnie di ventura inglesi e tedesche, intervennero sulla scena bellica altri casati con interessi in Canavese, in particolare i conti di Biandrate, che, dagli originari possedimenti nel Novarese, s’erano notevolmente espansi, acquisendo terre e ramificandosi in varie zone del Piemonte.

Il fronte nord con le tre torri quadrangolari

In Canavese i Biandrate, sostenitori dei conti di Valperga, avevano il loro più importante attestamento nel castello di San Giorgio Canavese (da cui il ramo dei conti Biandrate di San Giorgio), ma, in base alle informazioni riportate nella cronaca di Azario, detenevano diversi altri siti fortificati, come Caluso, San Benigno, Volpiano e Ozegna.

Anche questa località venne quindi coinvolta nella lunga guerra, protrattasi fino al 1362 con esiti favorevoli ora all’uno ora all’altro dei contendenti in campo, ma che determinò, alla fine, il consolidamento in area canavesana della posizione dei principi di Savoia-Acaia, vassalli dei conti di Savoia, e dei marchesi del Monferrato.

La manica centrale del castello, con il lato rivolto verso ovest dal disegno “schiettamente rinascimentale”

Un’altra tappa significativa nella storia della comunità di Ozegna è il 1432: in quell’anno, come scrive l’abate Goffredo Casalis (1781-1856), storico del Piemonte, il permanere di un quadro di incertezza generale aveva indotto gli abitanti di Ozegna, che al tempo erano in parte soggetti alla signoria, evidentemente sgradita, dei Valperga ramo di Rivara, a raggiungere un accordo di protezione con il conte Gotofredo di Biandrate, residente nel limitrofo paese di San Giorgio, il quale si obbligava a difendere la popolazione locale da qualsivoglia nemico, ricevendo in cambio l’impegno degli Ozegnesi a costruire un nuovo castello, ad uso del signore di Biandrate, munendolo di valide mura.

Dettaglio della torre tonda dello spigolo sud con le tracce della merlatura ghibellina tamponata nel corso del Cinquecento

Così fecero gli abitanti del borgo che, in ossequio al patto, provvidero in breve tempo ad erigere la residenza fortificata, plasmandola, forse su progetto fornito dallo stesso Gotofredo di Biandrate, nelle forme architettoniche che oggi possiamo ammirare, rimaste sostanzialmente integre fino ai nostri giorni nei loro lineamenti quattrocenteschi
(“quinta scenografica di sapore umanistico padano”, secondo il giudizio del Cavallari Murat), in quanto poco compromesse dai cantieri avviati in periodi successivi.

L’anno seguente, il 1433, un nuovo fatto d’arme segnò la storia del castello, che venne assaltato e espugnato dagli uomini di Teobaldo d’Avanchier (o d’Avanchy), condottiero al servizio del duca Amedeo VIII di Savoia, che in quel tempo era coinvolto nell’ennesimo conflitto con i milanesi Visconti e i marchesi del Monferrato.

Essendo i Biandrate, proprietari di Ozegna, alleati dei Paleologi monferrini, il Savoia aveva inviato il d’Avanchier a occupare la fortezza e, in seguito al buon esito dell’impresa, che avrebbe sancito, con la pace conclusa nel 1435, il passaggio del paese canavesano sotto l’egemonia sabauda, il condottiero venne premiato con l’investitura del feudo, sottratto ai Biandrate.

Scorcio del portico sovrastato dal loggiato, a sua volta sormontato da una balconata lignea

Negli anni della signoria del d’Avanchier, vennero effettuati interventi di riparazione della struttura, che aveva subito danni dall’assedio, così come il ricetto di Ozegna, ma un altro cantiere, che incise in modo più significativo sull’aspetto degli ambienti interni, ampliati e abbelliti, fu avviato nella seconda metà del XVI secolo, quando la residenza era in proprietà dei conti San Martino d’Agliè, cui era stata ceduta dai figli di Teobaldo d’Avanchier.

Committente dei lavori fu Bonifacio San Martino, conte di Ozegna, che si era distinto al servizio dei duchi di Savoia, ricoprendo il ruolo di ambasciatore dello Stato Sabaudo a Madrid, presso il Re di Spagna, poi dall’Imperatore e infine presso la Santa Sede, alla corte di papa Innocenzo IX.

La brillante carriera diplomatica gli consentì di essere spettatore di alcuni degli avvenimenti più significativi del suo tempo, di cui troviamo testimonianza negli affreschi realizzati per suo volere all’interno del castello di Ozegna.

Il fronte nord con la torre centrale, aggiunta a fine Cinquecento

Entrando nel grande salone d’onore al piano nobile si nota infatti alle pareti un ciclo pittorico, dovuto forse a maestranze fiamminghe, che raffigura episodi celebri della vita del re di Francia Enrico IV di Borbone (1553-1610), vissuto in un periodo di forti ostilità tra Cattolici e calvinisti nonché protagonista, insieme con Enrico III di Valois e Enrico di Guisa, della contesa dinastica al vertice del Regno sfociata nella cosiddetta “Guerra dei tre Enrichi”.

In particolare si segnalano le scene dell’abiura, riferita alla rinuncia al protestantesimo (1593) da parte di Enrico di Borbone (che dal 1572 era anche re di Navarra come Enrico III), al quale si attribuisce la frase, divenuta celebre, “Parigi val bene una Messa”, e dell’incoronazione, che sancì l’ascesa della Casa di Borbone al trono di Francia.

Nel 1764 il castello di Ozegna, in abbandono, venne ceduto al re Carlo Emanuele III di Savoia, che lo incluse, insieme con i feudi e relativi castelli di Agliè e Bairo, nell’appannaggio del figlio, Benedetto Maria Maurizio, duca del Chiablese, passando poi, con le vicende dinastiche successive, ai duchi di Genova che, con Filiberto di Savoia-Genova, nel 1964 lo cedettero infine a un privato del posto.

Il castello, che occupa l’angolo nord-occidentale del ricetto di Ozegna, inglobandone alcune strutture murarie, si presenta con una curiosa pianta a L, dovuta all’incompiutezza del disegno originario (e forse a demolizioni operate dal d’Avanchier quando diede l’assalto al castello).

Dettaglio del loggiato che corre sopra il portico della manica nord-sud

Sul fronte nord si ergono tre eleganti torri quadrangolari, che rivelano segni di diverse fasi costruttive (a differenza delle torri angolari, d’impianto medievale, quella posta al centro mostra infatti tratti rinascimentali, essendo stata eretta a fine Cinquecento per contenere il nuovo scalone di collegamento tra i piani, in aggiunta a quello elicoidale più antico), mentre lo spigolo sud è protetto da una poderosa torre cilindrica.

La parte più interessante dell’edificio, dal punto di vista architettonico, è però la manica nord-sud, che mostra, nel lato rivolto a ovest, un portico sormontato da un loggiato dal sapore “schiettamente rinascimentale”, a sua volta sovrastato da una balconata lignea.  

La struttura del loggiato e parti della decorazione in cotto si trovano riprodotte nella cosiddetta “Casa di Ozegna” al Borgo Medievale di Torino, insieme con elementi decorativi ispirati ai castelli della Manta, Rivara e Settimo Torinese.

Nei primi anni 2000 il castello di Ozegna sembrò vivere una fase di rinascita, destinata però a durare soltanto pochi anni, in quanto l’edificio venne acquistato da un imprenditore con l’intenzione di restaurarlo e adibirlo a struttura turistico-alberghiera, sull’esempio di altri castelli piemontesi.

Si aprì un cantiere di “restauro strutturale” e “restauro conservativo degli interni”, ma purtroppo, a causa della mancanza di finanziamenti, i lavori si fermarono prima di poter procedere alla seconda fase, che avrebbe dovuto comportare il restauro e recupero funzionale degli ambienti interni.

Il castello, pur consolidato dal punto di vista strutturale, giace oggi in stato di abbandono, nell’attesa di un nuovo proprietario disposto a recuperarne gli interni, con i maestosi camini realizzati al tempo del conte Bonifacio di San Martino e gli interessanti affreschi di fine Cinquecento, trasformando il bene in un punto di riferimento culturale e turistico al centro di un’area di sicuro interesse per il visitatore.

Bibliografia:

I castelli del Piemonte, Tomo II Alessandria e Asti, Flavio Conti e Gian Maria Tabarelli, Gorlich editore, 1978

Atlante Castellano. Strutture fortificate della Provincia di Torino, AA.VV., Celid, Torino, 2007