di Paolo Barosso

La mostra “Rinascimento privato. Da Spanzotti a Defendente Ferrari nelle collezioni piemontesi”, visitabile fino al 29 gennaio negli spazi della fondazione Accorsi-Ometto – Museo di Arti Decorative, racconta, attraverso l’esposizione di una trentina di opere pittoriche provenienti esclusivamente dal collezionismo privato, l’evoluzione della pittura in Piemonte e nei territori degli antichi Stati di Savoia tra il Quattrocento e il Cinquecento, focalizzandosi sulla fase di passaggio dalla lunga fase tardo-gotica all’ondata di rinnovamento del linguaggio artistico portata dalla stagione rinascimentale.   

In Piemonte l’interesse per i cosiddetti “pittori primitivi”, così definiti in quanto attivi prima di Raffaello Sanzio (1483-1520), cominciò a manifestarsi nel corso dell’Ottocento con le ricerche pionieristiche di padre Luigi Bruzza e di Francesco Gamba che furono i primi a dare un profilo biografico ad artisti come Defendente Ferrari destinati ad acquisire grande notorietà nei decenni successivi, attribuendo una paternità ad opere fino ad allora rimaste spesso nell’anonimato.  

Andrea de Aste, Santi Giovanni Battista e Nicola (registro principale), 1420-1425 circa, pittura e oro su tavola.

L’attenzione dei collezionisti privati per le opere del Rinascimento piemontese crebbe notevolmente in conseguenza della spoliazione e dispersione degli arredi sacri dovuta ai provvedimenti di soppressione degli enti religiosi adottati nel periodo napoleonico e in quello risorgimentale, con le leggi Rattazzi (1866).

Con l’applicazione di queste disposizioni, molte opere d’arte sacra, pale d’altare e polittici, custodite in chiese, conventi e monasteri, vennero purtroppo rimosse e smontate per essere restituite, in certi casi, alle famiglie proprietarie oppure immesse nel mercato dell’arte, finendo nelle mani di collezionisti privati.

Tommaso Biazaci (attr.), San Nicola di Bari, 1480 circa, pittura su tavola.

Il percorso espositivo, suddiviso in sei sezioni, si apre con I precursori, introduzione alla stagione rinascimentale incentrata su tre figure di artisti che, operando nei decenni centrali del XV secolo, importarono in Piemonte le novità del linguaggio figurativo fiammingo: il pinerolese Giovanni Canavesio, documentato a Pinerolo nel 1450 e attivo in Liguria e nel Nizzardo, dove eseguì il ciclo pittorico noto come la “Cappella Sistina delle Alpi” nel santuario di Notre Dame des Fontaines in valle Roya, i fratelli Tommaso e Matteo Biazaci, originari di Busca nel Cuneese, che si ispirano ancora, nei loro lavori, alla cultura tardo-gotica pur ammorbidendone le asprezze e prefigurando quindi le incipienti novità artistiche, e Andrea de Aste, pittore di natali astigiani, ma formatosi a Genova e attivo anche a Napoli.

Tommaso (e Francesco?) Cagnola, Madonna in trono col bambino tra San Nicola da Tolentino e Santo Vescovo con donatori e angeli, 1499, affresco strappato.

La seconda sezione, denominata I committenti, convoglia l’attenzione del visitatore sulla figura di chi commissiona l’opera pittorica, ingaggiando l’artista incaricato di eseguirla, mosso sia da ragioni devozionali, come nel caso, ad esempio, delle Confraternite, sia per motivi legati alla celebrazione della propria persona o della famiglia di appartenenza. Le scelte del committente condizionano fortemente il risultato finale del lavoro artistico, facendo sì che, talvolta, opere dello stesso pittore realizzate a breve distanza temporale l’una dall’altra mostrino caratteristiche anche molto differenti tra loro.  

Antoine de Lonhy, Profeta con turbante e filatterio (Salomone?), 1480-1485 circa, pittura su tavola.

L’itinerario prosegue con I grandi polittici tra scomposizione e ricostruzione, settore della mostra che mette in luce l’importanza del polittico, vocabolo derivato dal greco antico “poluttukos”, nel significato di “che ha molte pieghe”, in quando indica una pala d’altare di grandi dimensioni composta da più tavole, inserite in cornici in legno, intagliate e dorate, che tendono a imitare le architetture del tempo.

La struttura del polittico si articola in scomparti posizionati a diverse altezze o “registri”, in cui quello centrale rappresenta la figura cui è dedicata l’opera, la Madonna o un santo, la parte superiore è invece chiamata “cimasa”, mentre la fascia più in basso, detta “predella”, è formata da tavole più piccole in cui si trovano di solito dipinti episodi di vita del personaggio principale.

Sperindio Cagnoli, Natività, 1515-1520 circa, pittura su tavola.

In questa sezione troviamo opere di Giovanni Martino Spanzotti, grande interprete del rinnovamento rinascimentale in Piemonte, con la sua cura per la resa prospettica delle architetture e un’attenzione tutta nuova per la figura umana, e dell’allievo Defendente Ferrari, oltre a due ante dipinte da Pietro Grammorseo.

Nella sezione Arredare decorandosi ammirano due fronti di cassoni nuziali, mentre in Immaginare la santità il leit motiv è la devozione religiosa, tema affrontato soprattutto attraverso opere di Antoine De Lonhy, artista borgognone poliedrico, pittore, miniaturista, disegnatore di ricami, maestro di vetrate, che fu attivo nel ducato di Savoia, tra Torino, Susa e valle d’Aosta, dopo il 1462, Gandolfino da Roreto, documentato tra il 1493 e il 1518 al servizio di importanti famiglie del patriziato astigiano, con una produzione influenzata da modelli fiamminghi, come traspare dalla tendenza all’osservazione minuziosa di ogni particolare, sottoposto ai giochi della luce e riprodotto in modo analitico, grazie all’uso (innovativo) della lente d’ingrandimento, e Gerolamo Giovenone, principale esponente della famiglia che per tre generazioni fu caposcuola della scuola vercellese e che, nelle sue realizzazioni, si allontana dal descrittivismo minuto tipico dell’arte delle Fiandre e dall’intenso realismo nordico per aderire maggiormente allo stile di Gaudenzio Ferrari, con figure più monumentali.

Jacopino Longo, Adorazione dei Magi, 1530-1540 circa, pittura su tavola.

La sesta e ultima sezione della mostra è intitolata Defendente Ferrari e la pittura rinascimentale in Piemonte tra tradizione e innovazione e propone un’esposizione di opere che, pur allargando lo sguardo alla produzione pittorica di altri artisti, come Bernardino Lanino e Gerolamo Giovenone, si concentra sul chivassese Defendente Ferrari, allievo di Giovanni Martino Spanzotti, che ebbe particolare successo nel Piemonte occidentale, fino alla cessazione della sua attività avvenuta intorno al 1535, presso la committenza ecclesiastica come autore di pale d’altare e polittici, in cui rivela il persistere di una marcata impronta nordica, evidente nell’uso di colori smaltati alla maniera fiamminga e tedesca e nella resa particolareggiata dei dettagli decorativi.  

Defendente Ferrari, Bacio di Giuda, 1520 circa, pittura su tavola.