{"id":319,"date":"2015-01-02T15:14:00","date_gmt":"2015-01-02T15:14:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.piemonteis.org\/?p=319"},"modified":"2015-01-02T15:14:00","modified_gmt":"2015-01-02T15:14:00","slug":"marroni-di-valsusa-e-castanicoltura-in-piemonte-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.piemonteis.org\/?p=319","title":{"rendered":"Marroni di Valsusa e castanicoltura in Piemonte"},"content":{"rendered":"<p>Tra San Giorio e Villarfocchiardo in Valsusa s\u2019estendeva nel XIII secolo il <strong><em>castagneretus de Templeriis<\/em><\/strong>, terre dell\u2019Ordine Templare coltivate a <strong>castagni<\/strong>. Qui ancora oggi prosperano le pi\u00f9 antiche ceppaie di <strong>Marroni della Val Susa <\/strong>con i loro cinque ecotipi (di San Giorio, Bruzolo, Meana, Villarfocchiardo, Sant\u2019Antonino).<\/p>\n<p>La presenza del <strong>castagno<\/strong> caratterizza <em>ab antiquo<\/em> le vallate del Piemonte anche se la <strong>castanicoltura, <\/strong>intesa come coltivazione condotta con criteri minimamente scientifici, prese piede dall\u2019XI\/XII secolo soprattutto nella fascia alpina compresa tra il fondovalle (2\/300 metri) e i 1000 metri di quota.<\/p>\n<p>Del castagno non si adoperava solo il frutto, la castagna, ma anche le foglie (lettiere per il bestiame), i tannini (concia delle pelli e tinta in nero) e il legno, per i pali di sostegno delle viti, <em>br\u00f2pe<\/em> in piemontese, da cui <em>broparetum<\/em>, bosco ceduo di castagno diffuso dal Medioevo.<\/p>\n<p>La <strong>castagna<\/strong> in Piemonte si consumava fresca da inizio ottobre a met\u00e0 novembre, oppure veniva trattata per prolungarne la conservabilit\u00e0 sino a primavera. Diversi i metodi impiegati: tra quelli tradizionali, la <strong><em>ricciaia<\/em><\/strong>, dove i frutti, ammucchiati, erano ricoperti con foglie e pietre o anche sabbia e torba, la <strong><em>curatura<\/em><\/strong> o idroterapia, detta anche <strong><em>novena<\/em><\/strong> perch\u00e9 si scartavano per affioramento le castagne bacate dopo un\u2019immersione in acqua sino a nove giorni, e l\u2019<strong>essiccazione, <\/strong>spesso condotta in appositi seccatoi detti <em>canicci<\/em> o <em>metati <\/em>(in Piemonte <em>scau, tecci, cason, seco, <\/em>a seconda delle zone), edifici in pietra separati dalle abitazioni e composti da due vani sovrapposti divisi da un graticcio: sopra si posavano le castagne, sotto ardeva la brace per essiccarle.<\/p>\n<p>Le castagne secche si consumavano lessate, da sole o in minestra: tipica del Biellese, dove il castagno \u00e8 l\u2019<em>arbo<\/em>, albero per eccellenza, \u00e8 la minestra detta <strong><em>mac<\/em><\/strong> o <strong><em>mactabi<\/em><\/strong>, con castagne, riso, latte. Con le castagne secche si macinava poi una farina usata, specialmente nei periodi di magra, per la produzione del pane. Accanto al <em>pan bianc<\/em>, di frumento, al <em>barbari\u00e0<\/em>, di frumento e segale, al <em>pan ni\u00e9<\/em>, di segale, dal Medioevo si diffuse un tipo di pane ricavato da una mix di farina di segale, avena e grano saraceno, integrate talvolta da farina di patate, fave, <strong>castagne<\/strong>, ghiande. In Ossola, invece, si impastano gli <strong>gnocchi<\/strong> con patate, zucca, farina di frumento e castagne.<\/p>\n<p>La castagna e in particolare il marrone sono di largo impiego nella pasticceria piemontese, che annovera tra i suoi vanti il <strong><em>marron glac\u00e9<\/em><\/strong>, marrone candito e glassato tanto amato in Francia da essere noto sin dai tempi di Luigi XIV come <em>Marron de Turin<\/em>. Malgrado la disputa tra Lione e Torino sui natali dei <strong><em>marroni cotti nello zucchero<\/em><\/strong>, pare che la prima sperimentazione sia avvenuta a fine Cinquecento nelle cucine di Carlo Emanuele I di Savoia. La ricetta impone di usare il <strong>marrone,<\/strong> coltivato in Val Susa, ma anche nel Cuneese e in Val Pellice, distinto dalla castagna per la pezzatura maggiore e adatto alla canditura per il sapore dolce e profumato, la polpa croccante, la sottile pellicina sotto la buccia. Il <strong>marrone <\/strong>valsusino, ricco d\u2019amido, presenta forma ellittica, pelosit\u00e0 fitta, pericarpo marrone chiaro con striature pi\u00f9 marcate. La <strong>canditura<\/strong> implica l\u2019immersione del frutto nello sciroppo di zucchero, operazione da ripetersi pi\u00f9 volte a diverse temperature per circa otto giorni, eseguita con il <em>candissoire<\/em>, bacino in rame con aperture di scolo sul fondo. Segue la <strong>glassatura<\/strong>, cio\u00e8 il rivestimento del frutto candito con una miscela zuccherina. Imperdibili a Torino i <em>marrons glac\u00e9s<\/em> di <strong>www.pfatisch.com.<\/strong><\/p>\n<p>Tra i dolci con le castagne spicca poi il <strong>Montebianco<\/strong>, forse d\u2019origine svizzera, che accosta pasta di marroni, panna, Rhum su un disco di meringa, impasto di zucchero e albume montato a neve inventato secondo la tradizione da un pasticcere originario di <em>Meiringen<\/em> nell\u2019Oberland bernese. Pare che la combinazione di crema di marroni e meringa sia nata dalla creativit\u00e0 del conte Nesselrode, diplomatico russo e gran <em>gourmet. <\/em><\/p>\n<p>Alla Svizzera ci riportano anche i <strong>caldarrostai ticinesi<\/strong> che in autunno scendevano dalle montagne, soprattutto dalla valle di Blennio, per vendere i loro prodotti. In seguito ai moti antiasburgici nella Milano di met\u00e0 Ottocento, alcuni ticinesi, colpiti da restrizioni, migrarono in Piemonte: tra questi i <strong>fratelli Cavargna<\/strong>, Giovanni e Lorenzo, fondatori d\u2019una ditta esportatrice di marroni ancora oggi attiva in Valsusa, che si stabilirono dapprima a Torino, nei pressi della Porta Palatina, poi dal 1854 a Bussoleno, dove aprirono magazzini per la raccolta dei marroni. Da qui i pregiati frutti venivano spediti in prevalenza in Francia, grazie ai nascenti collegamenti ferroviari (la ferrovia Fell, che valicava il Moncenisio, e dal 1871 il traforo del Frejus).<\/p>\n<p>L\u2019attivit\u00e0 esportatrice di castagne e marroni valsusini si radic\u00f2 talmente che ancora ad inizio Novecento a Bussoleno si contavano cinque ditte attive, tra cui la Cavargna, di cui si ricordano nel 1880 le prime spedizioni transoceaniche (a New York) di <strong>marroni<\/strong>.<\/p>\n<p>Fonte: <a href=\"http:\/\/kiteinnepal.com\/2014\/12\/29\/marroni-di-valsusa-e-castanicoltura-in-piemonte\/\">Kiteinnepal.com\u00a0<\/a><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/cas.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-320\" src=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/cas-300x225.jpg\" alt=\"cas\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/cas-300x225.jpg 300w, http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/cas.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tra San Giorio e Villarfocchiardo in Valsusa s\u2019estendeva nel XIII secolo il castagneretus de Templeriis, terre dell\u2019Ordine Templare coltivate a castagni. 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