{"id":2332,"date":"2016-07-05T09:03:09","date_gmt":"2016-07-05T09:03:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.piemonteis.org\/?p=2332"},"modified":"2016-07-05T09:04:11","modified_gmt":"2016-07-05T09:04:11","slug":"il-viaggio-del-vino-dalla-cantina-alla-tavola-del-re","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.piemonteis.org\/?p=2332","title":{"rendered":"Il viaggio del vino dalla cantina alla tavola del re"},"content":{"rendered":"<p>Di:<em> Giorgio Enrico Cavallo<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Sylvestre_Ein_guter_Tropfen.jpg\" rel=\"attachment wp-att-2335\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-2335 alignright\" src=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Sylvestre_Ein_guter_Tropfen-243x300.jpg\" alt=\"Sylvestre_Ein_guter_Tropfen\" width=\"243\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Sylvestre_Ein_guter_Tropfen-243x300.jpg 243w, https:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Sylvestre_Ein_guter_Tropfen.jpg 388w\" sizes=\"(max-width: 243px) 100vw, 243px\" \/><\/a><strong><em>Chi ch&#8217;a l&#8217;ha na bon-a cr\u00f2ta a va nen a l&#8217;oster\u00eca<\/em><\/strong>, recita un vecchio adagio piemontese. E chi aveva una cantina migliore di quella del Re? Sulla mensa dei <strong>Savoia<\/strong> non mancava mai il vino pi\u00f9 raffinato, e come poteva essere altrimenti, su una tavola regale?<\/p>\n<p>Il bere costituiva infatti una vera e propria cerimonia, che coinvolgeva decine e decine di persone; il tutto, per il diletto della gola del sovrano. E certamente Sua Maest\u00e0 non poteva bere quello che oggi chiameremmo \u201c<em><strong>vino da pasto<\/strong><\/em>\u201d: il Re poteva disporre del \u201c<em><strong>vino da bocca<\/strong><\/em>\u201d, insieme agli alti funzionari della corte e dell&#8217;aristocrazia; tutti gli altri, invece, riempivano i bicchieri di un vino comune, spesso il semplice barbera.<\/p>\n<p>Ma come si arrivava a versare un fresco nebbiolo nel calice di Sua Maest\u00e0? Per capire i passi di questo processo basta scandagliare un poco i documenti conservati presso l&#8217;Archivio di Stato, a Torino.<\/p>\n<p>Il percorso partiva naturalmente dalla campagna; anzi, dalla vigna: per portare sulla tavola di <strong>Carlo Emanuele III<\/strong> o di <strong>Vittorio Amedeo III<\/strong> il ricercato nebbiolo partivano dalle cantine piemontesi centinaia e centinaia di botti. Gli inventari rivelano che era molto gradito il vino dell&#8217;Astigiano e del Roero, allora chiamato in modo indistinto (parte del Monferrato o dell&#8217;Astigiano): da Santo Stefano \u201cRovero\u201d, Corticelle (oggi Cortiglione), Castelnuovo Calcea, Agliano, Albugnano e altri borghi arrivavano a Torino impressionanti quantit\u00e0 di <strong>\u201ccarra\u201d<\/strong> di vino. Sulla tavola del re avrebbero quindi fatto la loro comparsa <em>\u201c<strong>Nebiolo<\/strong>&#8220;, <strong>\u201cDosset\u201d<\/strong><\/em> e anche <em><strong>\u201cErbalus\u201d,<\/strong><\/em> dal Canavese.<\/p>\n<p>Quando botti \u2013 o bottiglie, in molti casi \u2013 giungevano a Torino, entravano sotto il controllo delle cantine reali. A sovrintendere alle operazioni dei cantinieri c&#8217;era un \u201c<em><strong>capo somigliere<\/strong><\/em>\u201d. Costui, spesso un enologo ante litteram, proveniente non di rado da terre di provata tradizione vinicola, realizzava gli acquisti, e gli archivi sono pieni di dichiarazioni che certificano l&#8217;avvenuta compera del vino di qualit\u00e0: \u201c<em>Dichiaro io sottoscritto di aver provvisto per la cantina di S. M. diretta dal sig. <strong>Carlo Emanuele Gandolfo<\/strong> brente trentotto di vino nero, convenuto sul posto nel luogo di S. Stefano Rovero lire cinque, soldi otto, denari quattro cad. brenta ris. In tutto l. 205.16.8<\/em>\u201d, specificava tal Giovanni Bassino, il 5 ottobre 1775.<\/p>\n<p>Mons\u00f9 Gandolfo controll\u00f2 per anni le cantine di Sua Maest\u00e0: indubbiamente, sapeva fare il suo lavoro. E non solo: aveva anche l&#8217;incarico di occuparsi della cristalleria: \u201c<em>Li Sommiglieri sono tenuti di somministrare mediante queste <\/em>[1000 lire, nel 1763, nda]<em> i vetri e i cristalli alla tavola delle persone Reali, e alla tavola del Gran Maestro, ma non sono tenuti somministrarli alla tavola del Maggiordomo e per questa somministranza come altres\u00ec per quella del sale, ed aceto e alle tavole, si pagano lire 100 a Credenzieri e Mastri di Stato<\/em>\u201d. Sul <strong>Duboin<\/strong>, raccolta che contiene leggi ed editti del vecchio Regno di Sardegna, scopriamo che i Somiglieri di bocca di Sua Altezza Reale \u201c<em>servono anch&#8217;essi a settimane, e sono quelli, li quelli hanno la cura del vino della persona, e della coppa, e bicchieri [&#8230;]<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Nelle cantine del Re il vino veniva quindi custodito per dissetare la reale gola del sovrano e della sua famiglia. Le disposizioni del 1775 rilasciate da Carlo Emanuele Gandolfo sono chiare: a coloro che lavoravano nella Cantina del Re era fissata una quantit\u00e0 di vino che potevano \u201c<em>levare giornalmente per il loro uso<\/em>\u201d. Gli addetti alla cantina dovevano quindi \u201cavere tutta la cura non solo del vino in cantina, che de&#8217; cristalli e vetri appartenenti al capo somigliere, trovandosi il medesimo assente od impedito di custodirvi\u201d. <strong>In tempo di vendemmia<\/strong> gli addetti non potevano fissare il prezzo delle uve, senza il consenso del capo. E, soprattutto, visto che quando il gatto non c&#8217;\u00e8, i topi ballano: \u201c<em>In qualunque uscita, che far\u00e0 la Real Famiglia da Torino, non si debba smaltire in verun conto d&#8217;alcuna sorta di vino senza del sud. Capo Somigliere<\/em>\u201d. Gli alzatori di gomito erano avvisati.<\/p>\n<p><strong><a href=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Junger_Mann_am_Weink\u00fchler.jpg\" rel=\"attachment wp-att-2334\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-2334 alignleft\" src=\"http:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Junger_Mann_am_Weink\u00fchler-220x300.jpg\" alt=\"Junger_Mann_am_Weink\u00fchler\" width=\"220\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Junger_Mann_am_Weink\u00fchler-220x300.jpg 220w, https:\/\/www.piemonteis.org\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/Junger_Mann_am_Weink\u00fchler.jpg 316w\" sizes=\"(max-width: 220px) 100vw, 220px\" \/><\/a>Ed eccoci alla tavola<\/strong>. Qui l&#8217;etichetta era d&#8217;obbligo. I somiglieri di bocca dovevano tenere il vino e l&#8217;acqua per il Re e la sua famiglia, \u201c<em>quando l&#8217;A.S.R. dimanda a bere, e quando il Gentiluomo di bocca va al buffetto a pigliare il vino per S.A.R., il Somigliere di settimana <\/em>[il loro lavoro era infatti suddiviso per settimane, nda]<em> <strong>deve prima farne l&#8217;assaggio<\/strong>, bevendo un poco di vino, e un poco d&#8217;acqua avanti di versarli nel bicchiere di S.A.R. alla presenza del Gentiluomo di bocca che serve alla coppa, ed avendo <strong>consegnato la coppa all&#8217;accennato Gentiluomo di bocca<\/strong>, deve seguitarlo fino vicino alla tavola per ripigliarla subito che S.A.R. abbia bevuto<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Eh, s\u00ec, il lavoro del Somegliere (in tutto, erano quattro) era s\u00ec di prestigio, ma pur sempre destinato a restare nell&#8217;ombra. Coloro che apparivano, agli occhi del Re, erano i Gentiluomini di Bocca, che a loro volta dipendevano da un Primo Maggiordomo, che sottostava al Gran Maestro di Cerimonia. E cos\u00ec via. <strong>Il tutto per porgere un bicchiere di rosso nebbiolo al sovrano<\/strong>. Nella speranza, naturalmente, che fosse di suo gradimento. E come poteva non esserlo, dopo essere passato per tante mani e tante supervisioni? S\u00ec, la cantina del re era sempre la migliore: di certo, il sovrano non doveva andare all\u2019osteria\u2026<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di: Giorgio Enrico Cavallo Chi ch&#8217;a l&#8217;ha na bon-a cr\u00f2ta a va nen a l&#8217;oster\u00eca, recita un vecchio adagio piemontese. 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