Di Gasparo Murtola (1570-1624) spesso ci si ricorda soltanto per i colpi di archibugio con i quali “accolse” il celebre cavalier Marino in via Dora Grossa a Torino, ferendo il suo domestico. Per il resto, il suo nome è finito nell’oblio. Per carità, non si può paragonare il Murtola ad un Dante o ad un Petrarca: egli fu uno dei tanti rimatori dell’Italia a cavallo tra il Cinque ed il Seicento, nel pieno fulgore di quel barocco letterario che dietro di sé ha lasciato ben poche tracce. I grandi della poesia dell’epoca sono scomparsi senza godere della fama imperitura che noi oggi riserviamo ad altri letterati spesso ben poco meritevoli. Ma non divaghiamo. Tali archibugiate gli valsero una certa fama già all’epoca, e di certo se fosse stato un poeta futurista, avrebbe potuto intitolare così una delle sue sillogi, veramente “incendiarie”!
Invece, egli era un poeta barocco, e i suoi libri di versi non potevano avere nomi più… barocchi: come non ricordare le Piscatorie, celebre raccolta del 1618 con un vero e proprio oceano di versi in tema marittimo, strabordanti di ninfe, conchiglie, pesci e naturalmente pescatori? E come non celebrare la Marineide, nota raccolta di insulti in rima diretti al cavalier Marino (che, graziosamente, contraccambiò con la Murtoleide)? Ma, soprattutto, come non ricordare quella dolcissima silloge che sono le Rime… cioè Sonetti, gli Occhi, Lacrime, i Pallori, i Nei, i Baci, le Veneri, gli Amori? Insomma, già dai titoli, possiamo capire che il Murtola era un poeta di tendenza.
Ma veramente i suoi versi erano tanto brutti? Murtola venne dimenticato perché la critica letteraria italiana nel corso dell’Otto e soprattutto del primo Novecento ha semplicemente guardato il calendario, cestinando tutto ciò che era contenuto negli anni “dannati” del Barocco. Giova quindi riproporre alcuni suoi versi, che serviranno a capire meglio di chi stiamo parlando, e a fornire un giudizio sul Murtola e sulla poesia alla corte di Carlo Emanuele I di Savoia. Si prenda ad esempio il sonetto Le orme della sua amata sulla spiaggia del mare, che rievoca una serie di luoghi comuni così cari alla poesia di maniera.
Le orme della sua amata sulla spiaggia del mare
È stata Elpinia qui, veggio le belle
Orme dei piedi in sù le molli arene,
son picciole, e leggiadre, e son ripiene
di mille gratie che lor dier le stelle.
O come par, che l’Oceano à quelle
Per reverenza li suoi flutti affrene,
come lor tributario ecco sen viene,
a mirar le sue forme agili e snelle.
Baci sono d’amore l’humide spume,
che s’accostono lor, e dolcemente
lambono qui quelle dolcezze loro:
E perché degne son del più lucente
Ceruleo smalto, che le illustri, e allume,
però di sotto hanno l’arene d’oro.

Di certo, il poeta non brilla di originalità, visto con il senno di poi. Accostare le onde del mare ai baci rientrava in una serie di infiniti giochi figurativi, per i quali i baci si accostavano ad ogni cosa possibile ed immaginabile. Eppure, nel contesto, il sonetto appare ben costruito e anche aggraziato: i versi non sono brutti, e l’immagine della prima quartina non è certamente da cestinare, sebbene ricalchi anch’essa una serie di immagini, a cominciare da quella del sempre valido Petrarca (ad esempio, i sonetti 74, 108 o 243 del Canzoniere).
Si parlava di baci. Perché sì, non si è poeti senza mettere in rima qualcosa di terribilmente romantico. Ironia a parte, il Murtola fa nuovamente proprio il gusto della “sorpresa” tutto barocco per gli stessi concetti espressi in modi diversi, declinati in tal guisa da far sembrare la poesia stessa un caleidoscopio di luci, ombre e… baci.
Labro baciato
Quando il labro vi bacio,
bacio alhor due amorose
suavissime rose,
Se poi ritorna il bacio
In me da voi, ferite
Sento dolci, e gradite,
che per virtù d’Amore
il vostro labro è un’Ape, e hora un fiore.
Era un tombeur de femmes, il nostro Murtola? Vai a sapere. Di certo, eccelleva in tutti i barocchismi poetici, e queste poesie rispecchiano proprio la sua abilità nel creare immagini sempre nuove, avvincenti e sinuose (anche se talvolta un po’ patetiche) che caratterizzavano i verseggiatori dell’epoca. Sono poesie che abbondano di luoghi comuni e di cliché. Che dire del gusto per il travestimento? All’epoca andava di gran moda, e tra gli Arlecchini e i Pantaloni della commedia dell’arte, poteva forse capitare di trovare il Murtola, con il suo bell’archibugio nascosto sotto il mantello?
Mascherato balla con la sua donna
Venni à voi sconosciuto,
e con finte sembianze,
raccolto fui da voi tra care danze,
strinsi la cruda mano,
la man, che nel mio cor già più di mille
bianca e nuda avventò strali, e faville,
strinsila, e fiso ancora vi rimirai,
né col mirar mi conosceste mai,
pur s’ignoto à voi fui, noto ad Amore,
fui, che le paghe rinnovommi al core.
Non mancano nelle sue raccolte le poesie d’occasione. Mi è passata tra le mani questa, che merita se non altro per sottolineare come la poesia dell’epoca fosse totalmente asservita al potente di turno (i Savoia, in questo caso):
Per la comparsa dei Serenissimi Principi di Savoia in giostra nello spuntar del giorno
Spuntava il dì da oriente fuore
Giovinetti Reali, allor che in giostra
Venisti a far di voi, pomposa mostra
E dell’invitto vostro alto valore
S’allegrò l’Aria di un più bel splendore
In quella fosca, e tenebrosa chiostra
E di quel Regio ardir, che in voi si mostra,
plause il Teatro, e ne gioì ogni core.
Riser le stelle ancor la sovra accolte
E per dolor del lor patir versaro
Brine di pianto, ruggiadose e sole.
E ben era dover, ch’altonde volte
Gissero al vostro regio aspetto e chiaro
E fosse degno spettator il Sole.
Il Murtola non fu solo questo. Si cimentò anche con il poema sacro, scrivendo una colossale Della creazione del mondo e altri componimenti nei quali la tenzone con il Marino sembrava essere destinata a non finire mai. E forse c’è da ringraziare questa accesa – accesissima! – diatriba letteraria se il nome del Murtola è ancora noto, sebbene avvolto da un giudizio pesantemente negativo. A lui sono rivolti i celebri versi del cavalier Marino, assurti a sunto di tutta la poesia barocca: spesso i soli versi del Seicento italiano studiati nella scuola nostrana, nonostante il Murtola e gli altri suoi colleghi non siano da buttar via come cose usate; sono semmai testimoni della loro epoca e, nonostante tutto, sono ingegnosi, creativi, talvolta spiritosi e spesso moderni, modernissimi, pur nella loro leziosità. Ma tant’è. Per la scuola, essi non esistono. E tutto si riassume in:
È del poeta il fin la meraviglia
Parlo dell’eccellente, e non del goffo,
chi non sa far stupir, vada alla striglia!



