Dopo aver esplorato Casale, che rivestì per secoli il ruolo di capitale dei domini monferrini, andiamo alla scoperta della città di Asti, che si trova alla confluenza del fiume Tanaro con i torrenti Borbore e Versa, in una verdeggiante conca cinta da morbide colline.

Il nome odierno della città, Asti, riflette, secondo gli studiosi, il toponimo del villaggio celto-ligure, Ast, che doveva sorgere prima della conquista romana sui rilievi collinari che oggi ospitano i quartieri alti dell’abitato moderno.
In età romana, la città, costruita ex novo e battezzata, sulla base del precedente toponimo, Hasta Pompeia (la tradizione fa però derivare il nome dal gesto compiuto dal console Gneo Pompeo, che conficcò l’asta nel terreno in segno di appropriazione), si sviluppò nella fascia pianeggiante, ai piedi della collina, estendendosi lungo la via Fulvia, la cui apertura risale alla prima romanizzazione dell’area, nel II secolo a.C.. Il tracciato del Decumano Massimo, asse viario della città romana con andamento est-ovest, impostato sulla via Fulvia, di cui costituiva il tratto urbano, è tuttora leggibile nel centrale corso Alfieri, che conservò nei secoli ruolo e funzioni di direttrice principale della città.

Del periodo romano sopravvivono vestigia importanti, tra cui tratti di mura, il complesso della domus di via Varrone e il basamento poligonale (a 16 lati) della Torre Rossa, così battezzata in omaggio alla famiglia che ne fu proprietaria nel Medioevo, i De Rubeis. Collocata all’estremità occidentale di Corso Alfieri, costituiva in origine uno dei torrioni angolari della Porta Decumana, l’ingresso occidentale della città romana. Nel primo Medioevo venne sopraelevata di due piani, con l’aggiunta di un coronamento a fasce alternate di blocchi d’arenaria e laterizi, secondo uno stilema tipico della scuola romanica astigiana, per fungere da campanile alla chiesa monastica di San Secondo, poi demolita e sostituita dalla tardo-barocca chiesa di Santa Caterina, di proprietà dell’Ordine Mauriziano, ultimata nel 1773 su disegno del vercellese Ferroggio.

Alla base della Torre Rossa, dentro una nicchia, si trova la statua marmorea di San Secondo, patrono della città, commissionata dal cavaliere mauriziano Domenico Coardo nel 1618 in ricordo del periodo di prigionia che il santo, secondo la tradizione, avrebbe patito, proprio nella torre, prima del martirio. In base ad una leggenda più volte messa in discussione, Secondo, un nobile pagano convertito al Cristianesimo, sarebbe caduto vittima delle persecuzioni anti-cristiane messe in atto nel II secolo d. C., subendo il martirio in un luogo appena fuori le mura di Asti, dove venne poi eretta, per la custodia e la venerazione delle sue spoglie, una basilica santuariale, divenuta poi sede del vescovo prima che venisse edificata la cattedrale intra muros di Santa Maria. Tale ipotesi, che accredita un avvicendamento tra basilica di San Secondo e chiesa di Santa Maria nel ruolo di cattedrale, è stata ripetutamente confutata ed oggi si fa risalire la figura di San Secondo al IV secolo oppure ad un periodo successivo, identificandolo, da parte di alcuni cultori di storia locale, con un vescovo d’epoca longobarda, perseguitato perché inviso alla fazione ariana (cui i Longobardi stessi, almeno inizialmente, avevano aderito). Nella tradizione iconografica astigiana – sulle monete, sui vessilli, sugli statuti – il santo viene raffigurato intento a domare un cavallo recalcitrante, allusione al prodigioso attraversamento delle acque del Po di cui fu protagonista, oppure nell’atto di issare uno stendardo crociato.

Al santo patrono, il cui culto assunse forti connotazioni civiche e “popolari” nella dialettica tra potere comunale e potere ecclesiastico, è dedicata la splendida Chiesa Collegiata di San Secondo che, eretta nelle attuali forme romanico-gotiche a partire dalla fine del XIII secolo ed ultimata nel 1462, mostra una facciata a capanna tripartita da contrafforti culminanti in pinnacoli di fattura ottocentesca, un grande rosone centrale con ricchi fregi in cotto e portali cinquecenteschi a forte strombatura.

L’interno, con planimetria a tre navate, ampio tiburio ottagonale e coro molto profondo, è stato riportato in epoca recente alla purezza delle linee originarie, che vedono prevalere, rispetto alla Cattedrale, maggiormente improntata agli slanci ascensionali dell’architettura d’Oltralpe, la dimensione orizzontale propria delle chiese d’area padana.

La Collegiata, affacciata sulla centrale piazza San Secondo, cuore della vita amministrativa e commerciale della città, fu teatro nella seconda metà del Cinquecento (quando Asti, assegnata nel 1531 dall’imperatore Carlo V a Beatrice del Portogallo, sposa del duca Di Savoia Carlo II, era già parte integrante dei domini sabaudi) di una doppia cerimonia di traslazione delle reliquie del santo patrono. Nel 1581, dopo la riscoperta delle spoglie di San Secondo dentro un cassa appoggiata sul pavimento della cripta, si decise di risistemarle su un piccolo altare appositamente realizzato per proteggerle dall’umidità del luogo, mentre nel 1597, per volontà del duca di Savoia Carlo Emanuele I, che volle accreditarsi come garante del culto civico e tutore dell’identità cittadina, se ne stabilì la traslazione nell’altar maggiore della chiesa, organizzando una solenne processione dalla forte valenza politica e religiosa che servì per “evidenziare il controllo ormai acquisito dalla dinastia su quella santità cittadina” (Paolo Cozzo).

All’interno della chiesa, oltre a varie opere d’arte, tra cui un polittico con l’Adorazione dei Magi di Gandolfino da Roreto (o d’Asti), si possono ammirare i grandi drappi in velluto cremisi che, in occasione delle annuali celebrazioni del Palio, vengono donati dalle autorità comunali alla Collegiata.

Infatti, secondo la tradizione della festa, le cui origini si fanno risalire al 1275 quando, per irridere gli sconfitti Albesi, si corse per la prima volta una gara tra cavalli sotto le mura della città rivale, il Palio propriamente detto (dal latino pallium, telo di stoffa indossato sopra la tunica romana), cioè il grande drappo congiunto ad un labaro con le insegne di Asti e l’effigie di San Secondo, viene prodotto ogni anno in due esemplari, l’uno da assegnare in premio al vincitore, il secondo da offrire al santo patrono (dal 1531 furono i Savoia ad assumersi l’onere e l’onore di fornire i drappi alla città).

Accanto alla Collegiata di San Secondo spicca per contrasto stilistico il prospetto tardo-barocco del Palazzo Comunale, opera di Benedetto Alfieri, che riplasmò un edificio già esistente, segno tangibile di quel vasto rinnovamento architettonico che investì la città nel Settecento, quando si mise mano ad una serie di interventi edilizi che, pur non incidendo sull’impianto medioevale della città, ne rinnovarono il volto secondo il gusto del tempo.

Proseguendo il tour alla scoperta delle memorie medioevali di Asti, all’estremità opposta di corso Alfieri, sorge invece il complesso di San Pietro in Consavia, d’antica origine, che, fondato per iniziativa del vescovo Landolfo d’Asti, venne successivamente assegnato ai monaci dell’Ordine Gerosolimitano, che lo ampliarono, trasformandolo a partire dal Quattrocento in sede fissa del Priorato di Lombardia (al tempo comprendente anche il Piemonte).

Il complesso si compone di tre parti principali: la cosiddetta Rotonda, eretta nel XII secolo come replica della chiesa dell’Anastasis, cioè del Santo Sepolcro di Gerusalemme, riprodotta non in modo fedele, ma adattandola alle tecniche costruttive locali (basate sull’uso di mattoni, anche di fattura romana, e di conci d’arenaria tenera di estrazione locale, la cosiddetta pietra “da cantone”); l’Ospedale degli Infermi, costruito nel Trecento e provvisto di chiostro porticato e strutture di servizio; l’Aula quadrata, aggiunta nel XV secolo per volere dell’allora Gran Priore Giorgio dei conti di Valperga, forse come suo mausoleo.

La Rotonda costituisce uno degli esempi meglio conservati di riproduzione della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, realizzati in Europa nel XII secolo sulla scia dell’entusiasmo suscitato dai successi della prima Crociata. Il complesso, visitabile con ingresso gratuito dal martedì alla domenica, ospita anche il Museo Archeologico, temporaneamente chiuso.

Sosta obbligata su corso Alfieri, prima di raggiungere la decentrata Cattedrale di Santa Maria, è la magnifica Cripta di Sant’Anastasio (visitabile dal martedì alla domenica), ciò che rimane dell’omonimo complesso monastico, fondato nell’XI secolo sul sito d’una preesistente chiesa d’origine longobarda, ricostruito per due volte, nel XII secolo e poi ancora in forme manieristiche a partire dal 1598, e infine demolito al principio del XX secolo per far posto all’attuale fabbricato scolastico. La cripta, suddivisa in tre navate secondo lo schema “a oratorio”, risale al periodo longobardo, precisamente all’VIII secolo, quando Asti era sede d’una delle quattro circoscrizioni di natura mista, amministrativa e militare – i cosiddetti Ducati – in cui fu suddiviso il Piemonte del tempo. Nell’annessa area archeologica, accanto a reperti di epoche varie, si osservano le lastre di pavimentazione del foro romano, che si estendeva in questo settore della città, e parecchie sepolture, risalenti sia al periodo longobardo che ad epoche successive (in particolare, si notano tombe a cassa, realizzate con lastre di pietra ed elementi in laterizio, e tombe a fossa terragna con alveolo cefalico, una particolare rientranza realizzata in corrispondenza del capo del defunto allo scopo di tenerlo sollevato orientando la testa verso l’Oriente, origine del Cristianesimo e prospettiva di salvezza). – continua –
Testo di Paolo Barosso e corredo fotografico a cura di Giovanni Dughera
1 thought on “Asti, il volto di una città di banchieri e di mercanti – I parte”
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