“Insegnare è esercitare la carità dell’intelletto” Francesco Faà di Bruno
Prima che la Mole Antonelliana (e poi la Torre Littoria e gli odierni grattacieli…) si elevasse a dominare il paesaggio urbano torinese, la palma di edificio più alto della città spettò per alcuni anni all’ardito campanile di Santa Zita, collegato alla neo-romanica chiesa di Nostra Signora del Suffragio nello storico borgo di San Donato, dove nell’Ottocento si insediarono numerose manifatture, fra cui i celebri birrifici Metzger e Bosio-Caratsch.
La torre campanaria, che raggiunge gli 83 metri d’altezza, venne ultimata nel settembre 1880 su progetto di Francesco dei marchesi Faà di Bruno, personaggio dai molteplici interessi, scienziato, matematico (in questa veste inventò la “formula di Bruno”, ancora oggi usata dagli informatici), cartografo, astronomo, giornalista, compositore musicale, ingegnere, che, laureatosi alla Sorbona di Parigi e divenuto professore all’Università di Torino, sentì tardivamente la vocazione, venendo ordinato sacerdote a 51 anni.
Nel 1881 fondò la Congregazione delle Suore Minime del Santo Suffragio, cui venne affidata la direzione delle sue opere, principalmente incentrate sull’assistenza morale, sociale ed educativa alle donne di servizio.
Appassionato studioso di astri e di meteorologia, pensò di utilizzare la cupola della chiesa del Santo Suffragio come sede d’un osservatorio, ma, essendo ostacolato nel suo progetto dalle autorità diocesane, si accontentò di scrutare il cielo dal terrazzino appositamente sistemato sul campanile di Santa Zita, alla base della guglia.
L’alta e slanciata torre, poggiando su una base di appena cinque metri d’ampiezza, tende ad assottigliarsi gradualmente verso l’alto in maniera tale da accentuare l’effetto di spinta verticalistica, e presenta diverse particolarità, concepite dall’estro e dalla sapienza ingegneristica del Faà di Bruno. La cella con le otto campane, assai pesanti, non è collocata al culmine, come di norma, bensì a mezza altezza, ed è sorretta da 32 colonnine di ghisa, pensate per favorire il propagarsi del suono, in contrasto con la restante parte del manufatto, realizzato in muratura. Al livello superiore della cella campanaria sono collocati i quattro quadranti dell’orologio che il Faà di Bruno volle di ampiezza tale da essere visibili anche da gran distanza, consentendo la consultazione dell’ora al maggior numero possibile di torinesi (al tempo pochi cittadini potevano permettersi di acquistare un orologio). Si rileva poi un netto contrasto tra la prima parte del campanile, di forma quadrangolare, e la parte superiore, al di sopra della cella campanaria, che invece diventa ottagonale, richiamando così la struttura della vicina cupola.
La sommità della guglia, realizzata in ghisa e progettata con precisione ingegneristica tanto mirabile da sopravvivere indenne all’uragano del 1953, è sovrastata da un globo sorreggente la statua in rame dorato raffigurante l’Arcangelo Michele, secondo la tradizione depositario di vari ruoli e funzioni, tra cui quelli di protettore della Cristianità, combattente contro Satana, pesatore delle anime nell’Aldilà, annunciatore del Giudizio Universale, guida delle anime e guardiano della porta del Paradiso.
Il marchese Francesco Faà di Bruno, spirato nel 1888 due mesi dopo la morte dell’amico Don Bosco, che ne aveva sostenuto l’ordinazione sacerdotale, venne beatificato un secolo più tardi, nel 1988, da Papa Giovanni Paolo II.
Paolo Barosso
Nota della redazione: segnaliamo che in via San Donato 31, nel complesso di Santa Zita, è visitabile il Museo Faà di Bruno, con lo Studio appartenuto al Beato e altre stanze che raccolgono cimeli e strumenti scientifici del tempo, alcuni inventati dallo stesso Faà di Bruno (come il fasiscopio lunare e il barometro differenziale).
