Nella Bassa vercellese si svolgono tra la fine di aprile e la seconda domenica di maggio due manifestazioni che hanno conservato intatto il fascino della antica tradizione: le corse dei Buoi di Caresana ed Asigliano. Rimangono ancora oggi fonti di dibattito tra gli storici le origini delle corse, quel che è certo è che una lunga e tenace fede popolare ha fatto sì che ancor oggi si svolgano con intatta devozione. In questo breve articolo si vuole raccontare lo svolgimento dei festeggiamenti ad Asigliano, il borgo risicolo che dista pochi chilometri da Vercelli.

La Tradizione popolare tramanda questo aneddoto come spiegazione dell’origine della corsa: ad Asigliano nel 1436 durante una pestilenza che colpiva indistintamente uomini e animali si espresse un voto a San Vittore, nel quale la popolazione chiese ed ottenne la liberazione dal morbo. In ringraziamento al Santo da allora si fecero correre i buoi, i preziosi e placidi compagni di lavoro nei campi. Da un punto di vista documentario sino ad ora si è trovato solo un accenno alla manifestazione nel “Il Stato Spirituale della città et Diocesi di Vercelli” del 1658 di C.A. Bellini che cita l’usanza presente nel paese che avveniva dopo la Messa Solenne in Parrocchiale per la Festa di San Vittore. Si legge: “si fanno correre quanto mai si possa dire quattro cara tirati da buoi carichi di pane qual pane terminata la corsa si benedice e lo distribuiscono”.
In questo breve documento compare però un elemento fondamentale, il pane benedetto. Ancora attualmente dopo la corsa viene distribuito il pane alla popolazione, pane che richiama il rito dell’Eucaristia e che un tempo era il preziosissimo elemento base dell’alimentazione rurale. La condivisione del pane ha quindi un grande significato simbolico oltre al fatto che, come narrano gli anziani, si riteneva che quel pane avesse un potere “taumaturgico” per liberare dalle malattie. Probabilmente dunque agli esordi la corsa nacque come una sorta di “gara” per arrivare primi all’oratorio dedicato al Santo posto fuori dall’abitato con dei carri carichi di pane, per farlo benedire e distribuire alla popolazione. Oggi invece si utilizza un grosso carro apposito, il Carro trionfale, ma il significato è lo stesso. Al di là delle varie supposizioni sulle origini rimane intatto il sentimento degli asiglianesi sull’importanza di onorare il Voto espresso.

I festeggiamenti di rito partono il sabato con l’incanto dei Carri a suon di emine piemontesi, antica misura agricola. Durante quest’asta si mettono in palio i carri che potranno partecipare alla corsa, oltre a quello del Pane. Oggi, con la meccanizzazione dell’agricoltura, specialmente in una zona risicola, diventa sempre più arduo trovare quattro coppie di buoi che corrano. Nonostante questo, pur con grandi sacrifici, giovani team curano nelle stalle tutto l’anno dei buoi in attesa del fatidico giorno della Festa. Buoi che altrimenti non si vedrebbero più nelle campagne. Giunta la domenica della festa si aprono i festeggiamenti con la Banda e l’arrivo del carro del Pane o Trionfale. Mentre gran parte della popolazione si assesta fuori dalla Parrocchiale, all’interno della chiesa si svolge la Messa Solenne durante la quale viene cantato l’antico Inno “Deus Turoum Militum” nella versione composta nel 1856 appositamente per il paese da Felice Frasi, maestro di Cappella del Duomo di Vercelli.

Dopo la celebrazione eucaristica parte la processione aperta dalla croce, in cui seguono lo stendardo di San Vittore portato dalle giovani della leva, i paggetti, il cero votivo portato in spalla con accanto i quattro Priori, custodi della Tradizione. A seguire la Banda, il Clero ed il grosso trono in legno portato in spalle dai giovani della Leva che custodisce l’urna con le reliquie del Santo tebano. Seguono le Autorità e la popolazione. Infine chiudono il carro del Pane ed ultimi i quattro carri della corsa. Il tutto accompagnato dalle note dalla banda che ancora suona il “Deus Tuorum Militum” creando un’atmosfera molto suggestiva.
Mentre le reliquie entrano nella chiesetta e risuonano le ultime note musicali, si allineano faticosamente lungo la “Lea ‘d la Stasion” i quattro carri al punto di partenza in attesa del via dato al segnale di una bandiera da parte del Sindaco. Si abbassa la bandiera e inizia la corsa che dura…venti secondi, i venti secondi per i quali tutto l’anno fervono i preparativi. Tra la folla esultante i carri di legno bruciano le poche centinaia di metri del percorso. Alla fine della corsa verrà poi distribuito il pane e avverranno le premiazioni. Spesso la corsa non vede dei vincitori a causa di false partenze o altre imprevedibili circostanze, questo a sottolineare il carattere votivo e non agonistico della manifestazione. Nel pomeriggio con un’altra processione il Santo tornerà nella parrocchiale dove ci sarà il bacio della reliquia e l’incanto in piazza del pesante Cero e delle torte. Accanto ai festeggiamenti religiosi prendono il via per una settimana i festeggiamenti della Patronale e le manifestazioni ad essa collegate facendo di questa festa una bella e sentita Tradizione.
Testo di François Dellarole e foto di Katia Ceretti
