di Alessandro Mella

Il nome di Giulio Viterbi è ancora oggi, molto spesso, sulle labbra di chi ama e conosce il nostro vecchio Piemonte. Un figura indimenticabile nella storia di Torino ma anche nella grande storia nazionale. Io stesso avevo letto molto di lui nel passato e raccolto parecchi ricordi preziosi. Ma ebbi modo di conoscere un po’ meglio la sua triste vicenda quando, nel corso della mie ricerche, mi imbattei per puro caso in un paio di trafiletti pubblicati in momenti diversi dal quotidiano torinese “La Stampa”.

L’Ing. Viterbi con i colleghi stranieri giunti in occasione del Concorso del 1928 (da “Il Pompiere Italiano”)

Nato sul finire dell’800 il giovane Viterbi aveva preso parte alle guerre coloniali e d’indipendenza in seno all’arma del Genio nei cui quadri rimarrà, in ruolo riserva, per moltissimi anni fino a raggiungere il grado di colonnello nel 1935. Dopo le vicende belliche aveva sposato la signorina Cesarina Bonelli che divenne madre dei due figli, Mario ed Aldo. Laureato in ingegneria ebbe modo di entrare nel Corpo pompieri di Torino assumendone il comando nel 1923.

Si dimostrò immediatamente un ufficiale competente, attivo e capace di creare un buon rapporto, basato sulla meritata stima e sullo spontaneo rispetto, con il personale del corpo. Si dimostrò anche un attento e partecipativo membro della Federazione tecnica dei pompieri d’Italia nonché una validissima penna scrivendo articoli tecnici molto apprezzati al punto di creargli un incredibile consenso tra i colleghi di molti paesi esteri.

Relazioni che gli valsero la presenza di moltissimi tra di loro a Torino in occasione dei diversi concorsi pompieristici, primo tra tutti quello del 1928. Non a caso fu, ad esempio, l’unico membro italiano della British fire engineers association e fu tra i pochissimi vigili del fuoco italiani a ricevere la Legione d’Onore, massima onorificenza francese. Anche l’Italia e la Real Casa di Savoia non mancarono di onorarlo con gli ordini sabaudi della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro.

 

Il Comandante Viterbi ritratto, all’Esposizione Internazionale Fuoco Parigi 1931, con il Comandate di Roma Venuti ed altri ufficiali italiani e britannici (si ringrazia Gruppo Storico VVF Roma)

Le sua qualità umane e tecniche erano, allora, riconosciute in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti dove poteva vantare la stima e la simpatia degli ufficiali del New york fire department. Ma intanto l’Italia era cambiata nel peggiore dei modi. Dalla crisi dello stato liberale, dall’impotenza di partiti sterili e litigiosi e dalla violenta contrapposizione degli opposti estremismi era sorto un regime che in modo quanto mai ingrato, con un impressionante ipocrisia e la complicità di molta opinione pubblica, decise di compiacere i nuovi “alleati germanici” con il più vergognoso dei suoi prodotti: le leggi razziali. Moltissimi funzionari e dipendenti della pubblica amministrazione vennero allontanati dal loro incarico. Scriveva il quotidiano La Stampa il 13 settembre 1938:

“Fra i 19 funzionari giudei del Ministero dell’Interno, colpiti recentemente dal noto provvedimento di sospensione, era incluso l’Ing. Viterbi, comandante il Corpo dei Vigili del Fuoco della nostra città. A norma della recente disposizione, l’Ing. Viterbi ha lasciato il 10 corrente il servizio e l’alloggio che occupava nella caserma di Corso Regina Margherita. (..)”

Anche il comandante Ing. Viterbi fu colpito dall’infame serie di provvedimenti che puniva e feriva vigliaccamente tutti gli israeliti residenti in Italia. Era una palese ed evidente ingiustizia poiché, come in centinaia di casi simili in tutto il paese, si epurava una figura validissima lungamente apprezzata per le sue indiscutibili virtù. E tale allontanamento diede seguito ad un chiassoso vociare che, specialmente nel dopoguerra per scopi politici ipocriti, imputò ad ufficiali innocenti la colpa di quell’evento ingiusto accusandoli di delazioni mai avvenute. Tra la tristezza generale egli lasciò il comando al suo vice, ing. Francesco Mottura, che assunse la guida dei pompieri di torinesi per quasi un anno prima di andare ad assumere il medesimo incarico a Cuneo l’anno dopo.

Ma il Viterbi non si perse d’animo al punto che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 divenne un combattente attivissimo della Resistenza. Scrisse, infatti, il quotidiano La Stampa il 14 dicembre 1947:

“E’ stato anche un valido combattente della resistenza, cui partecipò prima alla testa di un gruppo di partigiani, poi al comando di una colonna alleata che contribuì alla liberazione del Piemonte.”

Il Comandante Viterbi in un particolare di una bella foto trovata dall’autore in un mercatino piemontese all’alba di una domenica mattina di molti anni fa (Archivio dell’Autore)

Fu proprio il Governo militare alleato a riabilitarlo per primo assegnandogli temporaneamente il ruolo di Ufficiale regionale per i Servizi Antincendi dell’Allied military government. Ma Viterbi nonostante tutto non poté tornare alla caserma di corso Regina Margherita di Savoia per via del nuovo inquadramento che il Corpo nazionale dei vigili del fuoco aveva da qualche anno assunto. Tuttavia l’amministrazione municipale di Torino, che aveva doverosamente ripreso al suo servizio i dipendenti ingiustamente allontanati nel 1938, gli offrì un importante incarico a testimonianza dell’indiscussa ammirazione di cui ancora godeva. Scrisse, ancora, il quotidiano La Stampa il 14 dicembre 1947:

“Un doveroso e simpatico atto di giustizia è stato compiuto dal consiglio comunale nei riguardi del Col. Ing. Giulio Viterbi che fu apprezzatissimo comandante dei Vigili del Fuoco torinesi. Non potendolo reintegrare in questa carica, dalla quale venne rimosso dal regime fascista, l’amministrazione municipale lo ha nominato comandante dei Vigili Urbani (..)”

Si trattò di un gesto nobilissimo che rendeva giusto onore ad un uomo ferito da un’intollerabile ingiustizia. Anche alla guida della Polizia municipale egli seppe dimostrare zelo e professionalità. Ma purtroppo visse brevemente il suo incarico poiché, improvvisamente, venne a mancare la notte tra il 28 ed il 29 dicembre 1950. Giulio Viterbi se andò tra il generale dispiacere in una Torino commossa dalla scomparsa di una delle più luminose, eppur umili, figure della sua storia. Un uomo ed un comandante tanto capace da essere ancora oggi, a distanza di più di sessant’anni dalla sua morte, ricordato affettuosamente dalla città.

L’autore desidera ringraziare: Enrico Branchesi e Claudio Gioacchini