di Redazione

L’abbazia di Santa Maria di Lucedio, situata nell’area del parco naturale del Bosco delle Sorti della Partecipanza, è una significativa testimonianza della plurisecolare presenza cistercense in Piemonte.

La comunità monastica, proveniente dalla Borgogna, s’insediò nell’attuale territorio delle Grange Vercellesi, oggi noto per la coltivazione del riso, nella prima metà del XII secolo (1123).

Le terre su cui i monaci eressero l’abbazia erano state in parte ottenute in dono dal marchese aleramico Ranieri di Monferrato e in parte acquisite dai benedettini del vicino monastero di San Michele Arcangelo di Lucedio, in seguito intitolato a San Genuario e San Bononio (ne sopravvivono poche vestigia nella borgata di San Genuario, frazione di Crescentino), fondato quattro secoli prima, al tempo del re longobardo Ariperto II (680-712), già duca di Torino.

Abbazia di Santa Maria di Lucedio – ph Alberto Chinaglia

Della costruzione medioevale di Lucedio rimangono alcune importanti testimonianze architettoniche: oltre all’elegante campanile con base quadrata sormontata da quattro registri superiori di forma ottagonale, che risalta nel paesaggio per la caratteristica bicromia data dall’alternarsi del bianco dell’intonaco e del rosso delle lesene aggettanti, si conservano la sala capitolare, con capitelli di foggia alto-medioevale, il chiostro e la sala dei Conversi, ambienti oggi inglobati nell’azienda agricola (la chiesa, attualmente parrocchia, venne rimaneggiata nel tardo Settecento, periodo al quale risalgono i raffinati stucchi ancora visibili).

Veduta d’assieme del complesso monastico di Lucedio – ph Alberto Chinaglia

Era d’uso comune nel Medioevo che i signori donassero terreni alle comunità monastiche non solo come atto di devozione cristiana, ma anche per incrementare il prestigio dinastico e soprattutto per i benefici che appezzamenti incolti o mal curati avrebbero tratto dalle competenze agronomiche dei monaci, in particolare dall’adozione di innovative tecniche agricole e dall’approntamento di sistemi d’irrigazione all’avanguardia per il periodo.

La sala capitolare dell’abbazia (foto dal sito www.principatodilucedio.it)

Quanto al primo punto, il legame tra Lucedio e i marchesi del Monferrato si potenziò a tal punto che l’abbazia divenne uno dei principali poli devozionali della casata, luogo di sepoltura prescelto da diversi esponenti della dinastia aleramica.

Per il secondo aspetto, relativo alle migliorie apportate in campo agricolo, in breve tempo i monaci cistercensi si mostrarono capaci di trasformare un territorio incolto, paludoso e coperto da boscaglie (chiamato in origine locez, da cui il nome dell’abbazia) in area produttiva, incrementando di molto il valore dei terreni, e inoltre, nella prima metà del XV secolo, furono proprio i cistercensi di Lucedio ad introdurre per primi in Piemonte la coltivazione del riso.

Pianta d’origine asiatica, conosciuta e acquistata sui mercati dell’Europa medioevale come spezia e solo successivamente apprezzata come alimento dalle significative proprietà nutrizionali, il riso venne messo a dimora per la prima volta nelle aree di Minorca e Valencia, espandendosi poi gradualmente in altre regioni d’Europa, sebbene con una certa lentezza dovuta sia ai timori legati alla diffusione della malaria, favorita dalla coltivazione in acqua del riso, sia dalle carenze nei sistemi di irrigazione, indispensabili per provvedere all’allagamento della risaia tra aprile e maggio.

Veduta delle risaie circostanti l’abbazia di Lucedio

Al riguardo, da recenti studi è emerso che nel Settecento solo il 7% della superficie agricola nel basso Vercellese era destinata a riso, mentre con la sistematica canalizzazione delle acque realizzata nell’Ottocento la coltivazione divenne prevalente, finendo per caratterizzare ampie aree del Piemonte orientale tra Vercellese, Novarese, Biellese e Casalese.  

L’abbazia di Lucedio, come tutte le comunità cistercensi, diede origine da un lato a nuove realtà monastiche, create per filiazione, come l’abbazia di Rivalta Scrivia nei pressi di Tortona, e dall’altro lato ad una rete di grange, unità agricole autonome dislocate sui terreni di pertinenza dell’abbazia e governate da un monaco converso, specializzato nella conduzione agricola dei fondi, che doveva rispondere del proprio operato ad un superiore, il cellerario.

Le grange dipendenti da Lucedio, che ancora oggi possono essere ammirate nel contesto agricolo in cui sono sorte, erano sei: Darola, eccellente esempio di cascina a corte chiusa con elementi fortificati risalenti al XV secolo, Leri, che deve la propria fama all’acquisizione nel 1822 tra i possedimenti della famiglia Benso di Cavour, e poi Castelmerlino, Montarolo, Montarucco, Ramezzana.   

Scorcio della grangia Darola

Lucedio, che cominciò la propria decadenza, come molte altre fondazioni monastiche, tra XIV e XV secolo, seguì le vicende del marchesato monferrino, passando dagli Aleramici ai Paleologi, poi ai Gonzaga, quando questi acquisirono la reggenza del Monferrato, infine ai Savoia, che nel 1784 affidarono abbazia e grange alla Commenda Magistrale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Frammentatasi l’immensa proprietà a partire dal periodo napoleonico, Lucedio acquisì dignità di Principato nel 1861, come risulta dalla scritta che tuttora campeggia sul portale d’ingresso alla tenuta, avviandosi a diventare un’azienda agricola condotta secondo criteri moderni.

L’antica chiesa abbaziale con l’elegante campanile di forma ottagonale

Il Bosco delle Sorti della Partecipanza, compreso nel territorio comunale di Trino Vercellese, è oggi tutelato da un’apposita legge regionale che ha incluso nei confini dell’area protetta, oltre al già descritto complesso abbaziale e agricolo di Lucedio, l’interessante santuario, oggi purtroppo in abbandono, del SS. Nome di Maria, noto come Madonna delle Vigne, edificato nella prima metà del Seicento e successivamente ampliato con gli interventi degli architetti Antonio Bertola e Giovanni Battista Scapitta.

Il parco, istituito nel 1991, protegge l’area boschiva chiamata “delle Sorti della Partecipanza”, considerata un relitto, pressoché unico, della foresta planiziale che ancora all’inizio del III secolo s’estendeva da Crescentino a Costanzana e che sopravvisse prima ai disboscamenti d’epoca romana, in considerazione forse della sacralità del luogo (“Lucus dei”, cioè bosco sacro alla divinità, identificata da alcuni in Apollo, da cui la seconda ipotesi, alternativa a “locez”, circa l’origine del nome “Lucedio”), e poi alle bonifiche compiute nel Medioevo per ricavarvi terreni ad uso agricolo.

Il cortile interno del complesso agricolo, coincidente con l’antico chiostro abbaziale (foto dal sito www.principatodilucedio.it)

La ragione per cui questo brandello di foresta, composto in prevalenza da querce e pioppi, in consociazione con altre specie, calcolate nel numero di 428 ancora al principio del Novecento, fu risparmiato dai dissodamenti è da ricercarsi nel privilegio concesso nel 1275 dai marchesi aleramici del Monferrato all’insieme dei “partecipanti” (Partecipanza), cioè agli abitanti di Trino cui era riconosciuta la proprietà collettiva del bosco, di poterlo sfruttare, ricavandovi il legname, secondo il metodo delle “sorti”, cioè con l’annuale estrazione a sorte dei lotti (detti “punti” o “sorti”) da sottoporre a taglio.

Il complesso architettonico di Lucedio, con i terreni circostanti, appartiene oggi alla contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff che, con la sua famiglia, conduce l’azienda agricola, producendo riso piemontese di alta qualità, ed è da tempo impegnata nella valorizzazione turistica del sito, di grande interesse storico, artistico e ambientale, attraverso un calendario di eventi e di aperture al pubblico.