Tra gli alberi monumentali del Piemonte, occupa un posto di rilievo la quercia secolare, magnifico esemplare di farnia (Quercus Robur), che prospera sul retro del Castello del Valentino, di fronte all’Imbarco del Re e allo storico edificio della Reale Società Canottieri Cerea. La quercia, salvata di recente da un attacco fungino che aveva aggredito le radici minando la stabilità del tronco, si trova inserita in un ambiente pittoresco, attorniata dai caratteristici arredi murari di questa sezione del Parco del Valentino, le roccaglie, realizzate con pietre calcaree miste a malta e sovente attraversate da rivoli d’acqua in foggia di torrentelli di montagna.

La farnia del Valentino, appartenente al genere Quercia Rossa (Quercus Rubra, per via del colore assunto dalle foglie in autunno, o Borealis, perché diffusa nell’omonimo emisfero) che comprende centinaia di specie, è un esemplare maestoso, con chioma folta e rotonda, fusto dritto e slanciato. La quercia è talmente radicata nell’immaginario collettivo della cultura occidentale che gli antichi Greci la battezzarono drus, termine derivante dalla medesima radice etimologica su cui era ricalcato il termine dendros, albero, consacrandolo quindi come l’albero per eccellenza. Pur in assenza di specifiche analisi dendrologiche che ne consentano una datazione precisa, si ipotizza che sia stata messa a dimora attorno al 1870, ma alcuni studiosi di botanica la ritengono ancora più antica, dato che si trova in un punto di cerniera tra il primo allestimento del Parco del Valentino, dovuto a Barillet-Deschamps che vi mise mano tra il 1863 e il 1865 basandosi sui principi del parco “paesaggistico” o all’inglese e operando su un’area già in precedenza adibita a parco, anche se non pubblico, e il secondo ampliamento, progettato da Balbo Bertone di Sambuy tra 1871 e 1876. Il Parco del Valentino, enorme polmone verde disteso lungo le sponde del Po, venne concepito come pubblico passeggio a partire da metà Ottocento e, ricco di prati, radure e boschetti con 36 specie di conifere e 60 varietà di latifoglie, continuò ad essere ampliato sino al 1965, quando nel settore meridionale, a poca distanza dal Borgo Medioevale e dalla Fontana dei Dodici Mesi (1898, Carlo Ceppi), si allestirono il Roseto e il Giardino Roccioso, al cui ingresso principale prospera ancora un magnifico esemplare di olmo campestre.

Torino è una città che, per i suoi trascorsi di capitale dinastica e cerimoniale, vanta una percentuale di verde pubblico pro capite tra le più alte d’Europa. Al principio dell’Ottocento in viali e giardini torinesi prevalevano olmi, pioppi, platani, roveri, pur non mancando specie esotiche, mentre oggi lungo i grandi corsi cittadini si allineano tigli, ippocastani, bagolari e platani, che nulla hanno da invidiare ad aceri e ailanti del Ring viennese o ai platani delle Ramblas spagnole. Dunque un patrimonio che fa parte integrante dell’identità torinese e che va preservato e tramandato alle future generazioni, recuperando quello spirito di tutela che, ad esempio, a metà Ottocento condizionava l’abbattimento anche di una sola pianta all’approvazione di una apposita delibera comunale. La cura del verde pubblico si attua sia attraverso azioni pubbliche mirate e consapevoli (che evitino misure sbagliate come, ad esempio, “sesti d’impianto” troppo ravvicinati tra una pianta e l’altra), sia promuovendo tra i cittadini la sensibilità verso il patrimonio verde torinese (anche solo un’incisione fatta per gioco sulla corteccia d’un faggio o di un carpino può causare alla pianta problemi serissimi di salute perché il taglio è una via privilegiata di penetrazione di agenti patogeni).
Paolo Barosso
Redazione Piemontèis