Di: Giorgio Enrico Cavallo
Rimembriti di Pier da Medicina 
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina, (Inf., XVIII, 73-75)
Da Vercelli a Marcabò, cioè la Pianura Padana tour court. Dante non aveva una conoscenza particolare del Piemonte, anche perché all’epoca la regione altro non era che una propaggine della Lombardia: il nome Piemonte sarebbe venuto solo più avanti, e comunque limitatamente all’area del Torinese e del Cuneese. Ciò però non toglie che Dante Alighieri riporti, nella sua Commedia, luoghi e personaggi piemontesi, terra relativamente lontana dalla “geografia” dantesca, tanto da far sospettare un suo soggiorno, per quanto fugace, nella terra Ad pedem montium: alcuni dantisti hanno a più riprese sostenuto che il Sommo si sia recato a Parigi tra il 1309 e il 1310, e in tal caso il suo passaggio in Piemonte sarebbe stato obbligato; si tratta di un’ipotesi suggestiva, ma ancora non confermata da fonti certe.
Ciò non ci toglie tuttavia la possibilità di sognare che il “ghibellin fuggiasco” si sia recato in Piemonte, anche solo per un piacevole week-end tra le colline del Monferrato o della Langa. Ironia a parte, Dante sembra padroneggiare bene la geografia piemontese, a cominciare dal suo “re” per eccellenza, il Monviso:
Come quel fiume c’ ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa. (Inf. XVI 94-105).
In tale passo, Dante paragona la cascata del Flegetonte (siamo nel passaggio dal VII all’VIII cerchio) al salto del Montone, fiume della Romagna, presso san Benedetto dell’Alpe; ora, tale fiume era – per il poeta – il primo che avesse un suo corso autonomo (cioè che si gettasse in mare autonomamente) a partire dalle sorgenti del Po, che sono nel Monviso; tali sorgenti fanno inoltre una fugace comparsata anche nel Paradiso, laddove Dante lo indica come sorgente del Po:
Esso atterrò l’orgoglio de li Arabi
Che di retro ad Annibale passaro
L’alpestre rocce, Po, di che tu labi. (Par. VI, 49-51).
Altre località piemontesi sono citate velocemente. È il caso di Casale (Par. XII, 124), città natale di Ubertino da Casale, Alessandria e il Canavese, citate in riferimento al marchese di Monferrato.

Ma non solo la geografia piemontese entra nella Divina Commedia: come consueto, fanno la loro comparsa anche i protagonisti di quegli anni. Iniziamo da Fra Dolcino, che si guadagna un posto riservato nell’ottavo cerchio, tra gli scimastici e i seminatori di discordia; l’arrivo di Fra Dolcino all’Inferno (che morirà nel 1307, e che dunque era ancora vivo nel momento del viaggio di Dante) è preannunciato nientemeno che da Maometto:
“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”. (Inf. XXVIII, 55-60).
Trova spazio nella Commedia anche Guglielmo VII degli Aleramici di Monferrato, il “Gran Marchese”, che portò la sua signoria alla massima potenza e che morì prigioniero degli alessandrini nel 1292.
Quel che più basso tra costor s’atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra
fa pianger Monferrato e Canavese. (Purg. VII, 133-136)
Dante dedicò anche un rapido accenno al cardinal Enrico da Susa, canonista e glossatore: viene introdotto da Bonaventura da Bagnoregio, nel Paradiso, e viene definito l’Ostiense in quanto vescovo di Ostia e autore della Summa Hostiensis:
Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
di retro ad Ostïense e a Taddeo,
ma per amor de la verace manna
in picciol tempo gran dottor si feo (Par. XII, 2-85).