Giuseppe Baretti asserisce nel 1766 non esservi in Europa (tranne che in alcune delle migliori province inglesi) campagna più fertile e meglio curata di quella piemontese e si può osservare come nel corso del Settecento, soprattutto per via delle riforme attuate dal duca, poi re, Vittorio Amedeo II, la proprietà terriera in Piemonte fosse distribuita in modo assai più equo che non in altri Stati, favorendo così un notevole livello di coesione e armonia tra i ceti.

Nel testo “Cascine e ville della pianura torinese”, pubblicato nel 1970, Elisa Gribaudi Rossi raccoglie “briciole di storia torinese rispolverate nei solai delle ville e nei granai delle cascine”. E’ un viaggio affascinante alla scoperta di un mondo, quello formato dalla rete di cascine e ville padronali che punteggiano la campagna torinese sin dal XVI secolo, di cui sopravvivono ancora splendide testimonianze architettoniche. Tra queste, la villa della Tesoriera, affacciata con il suo aulico parco sull’asse di corso Francia, e la villa Amoretti, dislocata lungo l’attuale corso Orbassano con l’attiguo parco Rignon (entrambe sono visitabili). Oggi vi presentiamo la seconda, villa Amoretti, proponendovi due immagini: la prima mostra la facciata rivolta verso il corso, la seconda riprende il magnifico salone centrale a due piani.

L’edificio, in origine semplice cascina (la “cascina a corte chiusa” si afferma come tipologia dominante nella piana torinese a fine Seicento, sostituendo la “grangia” cinquecentesca, a sua volta evoluzione degli insediamenti medievali, tecti o benne), poi commenda e infine villa tra le più belle della pianura torinese, appartenne alla famiglia Amoretti, poi per eredità passò ai Guasco di Castelletto, quindi ai Rignon e ancora per eredità ai Provana di Collegno. Secondo gli studiosi fu Giambattista Amoretti, marchese di Osasio, sposatosi nel 1733 con una Seyssel d’Aix, a far cominciare attorno al 1760, forse su progetto di un allievo di Filippo Juvarra, la costruzione della villa, che il Grossi, nella sua “Guida alle ville e vigne del territorio di Torino e suoi contorni” (1790/1), descrive come parte di una vasta proprietà composta, oltre che dal fabbricato residenziale, da “cascine di cento giornate circa dell’Illustrissimo signor Marchese d’Osasio distante un miglio e mezzo da Torino lungo la strada d’Orbassano, alla cui destra riscontrasi un filare d’olmi a tre ordini dirimpetto al palazzo”. Questo includeva al piano terreno un “quadrato salone di trabucchi quattro di lato; dipinto ed avente due grandi quadri rappresentanti diverse deità”. A lato il Grossi descrive “due appartamenti con Cappella prospiciente verso il vestibolo a mezzogiorno, formando il detto palazzo da tal parte cinque padiglioni di diversa altezza, essendo però allineato dal canto di mezzanotte dove evvi un giardino di dieci giornate con una lunga pergola d’olmi da una parte, principiante dal palazzo e terminante in fine del giardino…”.

Risale invece al 1840, quando già la villa era passata ai conti Rignon, la descrizione della guida Pomba, che esalta l’edificio come “il più risguardevole delle ville private che si vedono ne’ dintorni di Torino”, citando il giardino regolare alla francese con parte all’inglese, tenuta a boschetto, la magnifica raccolta di dalie e un drappello di capre africane e gazzelle libere di circolare nel parco.

La villa e l’annesso parco, malgrado i successivi rimaneggiamenti, sono rimasti sostanzialmente integri, sopravvivendo ai guasti dell’ultima guerra e ai danni dell’espansione urbanistica, e ancora oggi il visitatore può ammirare il complesso, facendosi un’idea di come fosse strutturata la tipica cascina con villa della pianura torinese: la “fabbrica civile”, palazzina o villa, in genere separata dal rustico; il cancello d’ingresso; il viale d’olmi; il cortile d’onore davanti alla casa; la galleria semplice o doppia rivolta a mezzogiorno; il giardino ornamentale arricchito con statue, vasi, fontane, pergolati, parterres; la bicromia dell’intonaco esterno (talvolta sostituito da mattoni a vista, come nel caso della Saffarona, e raramente abbellito da affreschi); la planimetria improntata a regolarità e simmetria; gli interni arricchiti, nelle ville più lussuose, da un gran salone centrale a due piani di pianta quadrata o ellittica; le cappelle private, incorporate nell’edificio o più spesso staccate (in modo tale da accogliere alle funzioni i contadini dei dintorni).

Per informazioni pratiche: Biblioteca civica Villa Amoretti

Redazione piemonteis

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