di Arconte

Questa storia inizia nella notte fra il 16 ed il 17 settembre 1865 nell’accampamento militare di San Maurizio Canavese, al tempo delle esercitazioni militari che si svolgono nella zona della Vauda.

Il campo militare di San Maurizio Canavese in una vecchia incisione

Fino ad ora abbiamo assistito a violenti atti di insubordinazione, legati alla indole aggressiva dei soldati coinvolti ma che hanno più o meno risentito del clima opprimente del reparto punitivo, della ferrea disciplina, dell’atteggiamento dispotico dei superiori.

Vedremo ora un omicidio vero e proprio, con connotazioni misteriose per la sua esecuzione, un “oscuro misfatto”, secondo la definizione dell’avvocato Matteo Bertone.

Torniamo nell’accampamento militare di San Maurizio.

Il 17 settembre 1865, il 17° Reggimento di Fanteria ha svolto faticose manovre e, con una marcia, si è spinto fin verso Leynì. I soldati sono rientrati alla sera a San Maurizio, stanchi e spossati. Si sono messi a dormire nelle tende e nelle baracche del campo, dove si sono addormentati senza farsi cullare. Cala la notte, buia e silenziosa. Poco prima dell’alba, il generale silenzio è bruscamente interrotto da uno sparo d’arma da fuoco. Proviene da una baracca del 17° Fanteria. Viene dato l’allarme ed il campo, fino ad allora tranquillo si trasforma in un formicaio impazzito.

Si sentono, grida, ordini, si portano dei lumi e in molti accorrono nella baracca da cui provengono forti lamenti.

Nella baracca, appare un orribile spettacolo: il furiere Serafino Pagnozzi giace nella sua branda, immerso nel sangue fuoriuscito da un’ampia ferita. Pagnozzi lancia grida di dolore ed accuse precise sul suo assassino: “Raffaele Carosselli, tu sei il mio assassino, Carosselli tu mi hai assassinato!”.

Il furiere Pagnozzi muore nella giornata, mentre il soldato Carosselli, che dormiva in un altro compartimento del baraccamento, viene arrestato per le accuse lanciate dal morente.

Raffaele Carosselli, soldato nel 17° Reggimento Fanteria, ha 29 anni e proviene da Matelica (Macerata). Compare il 23 novembre 1865 davanti al Tribunale militare di Torino, accusato dell’uccisione di Pagnozzi. Carosselli, nel suo interrogatorio, afferma di essere innocente, di aver saputo della morte di Pagnozzi da altri e di essere stato risvegliato da uno sparo d’arma da fuoco.

I testimoni prodotti dall’accusa e dalla difesa sono ventitré.

Alcuni di essi riferiscono che Carosselli ha manifestato rancori e malanimo nei confronti del furiere Pagnozzi. Qualcuno dice che Carosselli, pochi giorni prima dell’uccisione, ha minacciato di fare un brutto tiro e poi disertare.

Una seria difficoltà si solleva circa la possibilità che aveva Carosselli di commettere l’omicidio a causa della forma del baraccamento, diviso questo in due scompartimenti. Pagnozzi e Carosselli, infatti, non dormivano nello stesso scomparto della baracca. Supponendo che Carosselli sia l’omicida, per avvicinarsi alla branda del furiere avrebbe dovuto aprire la porta del suo scompartimento, passare all’esterno, entrare dalla porta che dà adito al compartimento del furiere, compiere l’omicidio e poi ritornare per la stessa via. Questa difficoltà non è però considerata insuperabile. Sulla base degli indizi di accusa raccolti, il Pubblico Ministero, avvocato Ricciardi, conclude per la condanna di Carosselli alla pena di morte previa degradazione.

La difesa fa risaltare l’assoluta mancanza di prove e chiede l’assoluzione.

Il Tribunale, con sentenza del 25 novembre 1865, dichiara Carosselli colpevole, con circostanze attenuanti, e lo condanna ai lavori forzati a vita, alla degradazione ed a tutte le pene accessorie siccome colpevole del reato di insubordinazione con assassinio, col concorso però di circostanze attenuanti.

Contro questa sentenza ricorrono non soltanto Carosselli, ma anche il Pubblico Ministero.

Il Tribunale Supremo di Guerra, col luogotenente generale Pastore come Presidente, il Relatore Lauteri, Pubblico Ministero il commendator Trombetta e difensore l’avvocato Corrado, esamina il ricorso il 17 gennaio 1866. Decide di annullare la sentenza e di rinviare la causa al Tribunale militare di Milano affinché proceda a nuovo giudizio (Astrea, anno IV, marzo 1866, n. 4, pp. 22-23).

Il Tribunale militare di Milano si rivela più severo di quello di Torino: con sentenza del 28 aprile 1866, condanna Carosselli alla pena della morte (Astrea, anno IV, 30 aprile 1866, n. 8-9, p. 60).

Non sappiamo però se la condanna sia stata effettivamente eseguita oppure se Carosselli, come già il nevrotico veneziano Angelo Marchesi abbia potuto contare sulla “inesausta clemenza del Re”.