di Arconte

A Torino, il 7 novembre 1863, verso le 6 e mezza del mattino, nella Cittadella, viene fucilato alla schiena il soldato Luigi D’Alessandro, di 23 anni, nato a Carunchio, al tempo nel circondario di Vasto e oggi in provincia di Chieti, in forza al 70° Reggimento Fanteria.

Fanteria 1863: uniformi della Fanteria nelle tavole di Luigi Crosio (1863) – tratto da https://jaigol.blogspot.com/

La notizia è riportata dal volume “L’Italia nei cento anni del secolo XIX (1801-1900)” di Alfredo Comandini e Antonio Monti, dove è definito «colpevole di omicidio premeditato di un sergente».

La vicenda di Luigi D’Alessandro è però molto più complicata.

È iniziata l’8 agosto 1863, ad Asti, nella piazza Alfieri deserta, alle 8 e mezza della sera, quando il sergente Carlo Tempestini sta accompagnando il soldato D’Alessandro alla “guardia di polizia”.

La “guardia di polizia” è un nucleo di soldati, comandati da un ufficiale, che nell’ambito della caserma controlla l’ingresso di estranei e vigila la disciplina interna: si occupa in particolare di soldati e sottufficiali puniti con la gestione delle celle dove rinchiudere i soldati in punizione e della sala di disciplina dove i sottufficiali scontano le loro mancanze.

Tempestini sta accompagnando D’Alessandro alla “guardia di polizia” per ordine del capitano che lo ha punito a seguito del rapporto di un caporale o di un sottufficiale, che non pare essere Tempestini: questi dimostra, infatti, la massima fiducia verso il punito, addirittura lo precede nella marcia. Ad un tratto Tempestini si accascia a terra, mortalmente ferito alla schiena da una pallottola sparata dal fucile carico che D’Alessandro – stranamente in verità! – portava con sé. Ha appena il tempo di dire «D’Alessandro mi ha ucciso!» poi muore. La grave ferita alla schiena è considerata la causa di questa morte quasi istantanea.

Generali d’armata 1863: Generali d’Armata Cialdini, Lamarmora e Fanti nelle tavole di Luigi Crosio (1863) – Fonte: https://jaigol.blogspot.com/

D’Alessandro viene subito arrestato. Si difende dicendo che il colpo gli è partito accidentalmente ma pesa nei suoi confronti l’accusa che il sergente moribondo gli ha rivolto.

Al processo, celebrato presso il Tribunale militare della Divisione di Alessandria, non viene provato con assoluta certezza che D’Alessandro abbia sparato volontariamente al sergente: alla scena non ha assistito nessun testimone.

Certo Tempestini, prima di morire, ha incolpato D’Alessandro ma questa sua accusa poteva derivare da una convinzione personale che non rifletteva necessariamente la realtà dei fatti. D’Alessandro era un soldato disciplinato, di buone qualità morali che non aveva motivo di trascendere a un atto tanto grave contro il sergente Tempestini, anche lui di buon carattere e stimato da tutti. In precedenza, Tempestini aveva scelto D’Alessandro come “ordinanza di servizio” e non vi erano quindi motivi di rancore.

All’ipotesi di uno sparo premeditato, la difesa contrappone quella di un incidente che può comportare al massimo una punizione per negligenza.

Il Tribunale preferisce credere all’ipotesi dello sparo volontario e scarta a priori quella del caso fortuito: il 24 settembre 1863, condanna D’Alessandro a morte previa degradazione, come «convinto di insubordinazione con omicidio premeditato», con perdita dei diritti civili, indennità agli eredi del sergente e pagamento delle spese processuali.

Caporale 49 Fanteria: Caporale del 49° Reggimento Fanteria (1863) – Fonte: www.difesa.it

D’Alessandro ricorre al Tribunale supremo di guerra, con l’assistenza dell’avvocato Teia. Il suo ricorso è esaminato nell’udienza del 29 ottobre 1863, presieduta dal luogotenente generale Pastore, con l’avvocato generale militare Trombetta come Pubblico Ministero.

Nel ricorso si chiede l’annullamento della sentenza di Alessandria per una serie di motivi che il Tribunale supremo considera non pertinenti. La difesa ha criticato il criterio adottato dai giudici di Alessandria per valutare le prove da cui hanno tratto la loro convinzione che l’accusato fosse colpevole di omicidio premeditato.

Il Tribunale supremo nella sua sentenza ricorda che ha il compito di prendere in esame gli errori di diritto delle sentenze, non di valutare i fatti con un criterio diverso da quello dei giudici del primo processo: non può occuparsi delle prove del reato, della premeditazione e della proporzionata causa a delinquere.

Così il ricorso viene rigettato.

In altre parole, i giudici di Alessandria hanno forse giudicato male ma lo hanno fatto in modo incontestabile e l’avvocato difensore non ha saputo trovare appigli perché, a quanto pare, si è basato soltanto sul buonsenso.

La colpevolezza di D’Alessandro è ricordata con rassicurante ma eccessiva certezza da Comandini e Monti: da quanto si è fin qui narrato, tratto da una fonte qualificata come il periodico coevo “Astrea. Rivista di legislazione e giurisprudenza militare”, dimostra che qualche “ragionevole dubbio” poteva sussistere.

La sentenza del 29 ottobre 1863 prelude alla fucilazione di D’Alessandro che avviene il 7 novembre 1863, a Torino dove è stato portato per il suo processo. Come mi è già capitato più volte di commentare in casi come questo, «auguriamoci che fosse davvero colpevole!».

Note bibliografiche:

Alfredo Comandini e Antonio Monti, L’Italia nei cento anni del secolo XIX (1801-1900) giorno per giorno illustrata, 1861-1870, IV volume, Milano, Vallardi, 1918-1928

Astrea. Rivista di legislazione e giurisprudenza militare, anno I, 23 novembre 1863, n. 40, pp. 315-316.