Testo di Paolo Barosso e foto di Giovanni Dughera 

Il fascino del castello di Bardassano, oggi di proprietà dei conti Giriodi Panissera, deriva sia dalla posizione dominante, su un’altura che raggiunge i 450 metri d’altitudine tra le boscose colline del Chierese, sia dall’integrità della veste architettonica esterna, che ha preservato l’aspetto tipico di una fortezza trecentesca.

Non vi sono dati certi sul periodo di fondazione del castrum originario che, secondo una tradizione orale non verificabile, avrebbe ospitato per qualche tempo nel 1156, dopo la distruzione di Chieri, l’imperatore Federico Barbarossa, disceso dalla Germania per reclamare le prerogative regie contro le spinte centrifughe delle nascenti forze comunali.

In questo frangente si verificò la presa e l’incendio di Chieri, ordinato dal Barbarossa come punizione esemplare contro un comune ribelle che, al pari di altre città piemontesi, s’era allineato al fronte anti-imperiale. Tra queste spiccano Asti, che sperava così di danneggiare il marchese del Monferrato, fedelissimo del Barbarossa e principale ostacolo all’espansione del comune astese sul contado, e Tortona, che intendeva intralciare la rivale Pavia, per tradizione di parte imperiale.

Pur essendo verosimile un passaggio a Bardassano del Barbarossa, impegnato nelle operazioni militari nel Chierese, non esiste però, come si accennava, alcun appiglio documentale capace di comprovarlo, lasciando quindi il fatto avvolto nel suo alone leggendario. Appare certo invece, in quanto documentato da citazione scritta, che il castello esistesse nel 1290: in quel periodo il sito fortificato di Bardassano, utilizzato anche come prigione, era avamposto militare del comune di Chieri, strategicamente rivolto a scoraggiare le mire espansionistiche dei marchesi del Monferrato.

Chieri, una delle città più prospere e dinamiche del Piemonte tra Tre e Quattrocento, attiva nella finanza internazionale e nel settore cotoniero (risale al 1482 la fondazione dell’Arte del Fustagno), passò sotto l’orbita sabauda nel 1347 quando si ebbe da parte del comune la dedizione congiunta al conte di Savoia e al principe di Savoia-Acaia, legati da rapporti di vassallaggio, ma anche da rivalità.

E’ plausibile ritenere che il castello come lo vediamo oggi sia il risultato di un’opera edificatoria, forse avvenuta in due tempi, situabile cronologicamente proprio tra l’ultimo scorcio del XIII secolo e il Trecento. La planimetria dell’edificio, che mantiene l’impronta esterna basso-medioevale, appare compatta, anche se a un’attenta osservazione vi si distinguono due blocchi, oltre a piccole aggiunte e integrazioni successive (come la torre a protezione dell’ingresso): il corpo centrale, con agli angoli torrette tonde pensili e mastio quadrato a filo di cortina, e un agglomerato leggermente sporgente rispetto al blocco principale, forse costruito in una fase edilizia successiva, ma omogeneo al primo come tessitura muraria e decorazioni (le fasce di dentelli a rilievo).

Sull’altura prospiciente Bardassano, che ebbe nel Medioevo vicende diverse da Gassino, al cui territorio comunale fu aggregato solo nel 1928, sorgeva il castello di Tondonito, detto Castellone, distrutto nel 1397 durante un’incursione dei venturieri di Facino Cane al soldo del marchese del Monferrato. L’episodio bellico s’inserì nel quadro delle contese che opponevano il principe di Savoia-Acaia, signore di Gassino Torinese per l’atto di dedizione del 1306, al marchese del Monferrato Teodoro II Paleologo, che a più riprese tentò di riconquistare l’importante località sita alle pendici della collina.

Il passaggio di Bardassano e del Chierese nell’orbita sabauda portò con sé l’infeudamento del castello alla potente famiglia Provana, avvenuto nel 1357, e in seguito l’avvicendarsi di più proprietari, tra cui i Balbo Bertone.

Lavori di abbellimento vennero eseguiti nel tardo Cinquecento, epoca a cui risale il cortile con elementi rinascimentali e gli splendidi soffitti a cassettoni, e nel corso del Seicento, ma gli interventi riguardarono quasi esclusivamente gli interni, che vennero adeguati, come spesso accadeva, alle nuove esigenze residenziali, e non l’involucro esterno, che venne lasciato inalterato restituendoci il severo aspetto di fortezza trecentesca.

Sempre nel Seicento si pose mano all’area circostante, ricavando dagli spalti fortificati, ormai privi della funzione militare, una serie di terrazze sistemate a giardino.