Testo di Paolo Barosso e foto di Roberto Beltramo

Piero Raina, classe 1921, nacque nella borgata Brione di Elva, in valle Maira, e tra queste montagne trascorse l’intera sua esistenza, svolgendo le professioni di agricoltore, apicultore e allevatore, ma trovando anche il tempo per coltivare la sua passione per la letteratura, la scrittura e la poesia.

Fu anche sindaco e per anni amministratore del piccolo comune di Elva, arroccato in posizione isolata a 1637 metri d’altitudine (il “capoluogo”) e oggi rinomato non solo per lo splendido contesto ambientale in cui è inserito, ma anche per i sorprendenti affreschi realizzati nel presbiterio della parrocchiale dal pittore piccardo Hans Clemer (chiamato nelle fonti “magistrum de Alemania”), nato nella diocesi di Cambrai nel nord della Francia e attivo alla corte dei marchesi di Saluzzo dal 1496 al 1509.

Gli affreschi di Hans Clemer nel presbiterio della parrocchiale di Elva

Composto da una manciata di frazioni sparse in una fascia altimetrica compresa tra i 1437 e i 1977 metri, ai piedi del monte Pelvo (3064 metri), il paese di Elva, che è passato in poco più d’un secolo dagli oltre 1300 abitanti censiti nel 1901 alle poche decine attuali, è uno dei simboli dello spopolamento che ha flagellato le nostre valli nel corso del Novecento, accentuandosi nel secondo dopoguerra e in concomitanza con il cosiddetto “boom economico”.

Gli uomini di Elva, come ricorda Piero Raina nei suoi libri, erano un tempo famosi per il mestiere stagionale del caviè, figura quasi proiettata nella dimensione del mito, che raccoglieva e acquistava i capelli femminili, passando di paese in paese e di cascina in cascina, ripetendo per annunciarsi il ritornello “Ij cavèj dël pento! Ij cavèj dël pento!”. I capelli venivano poi sistemati a cura delle donne del posto e venduti ai fabbricanti di parrucche, specialmente francesi e inglesi. Nella poesia “I caviè d’Elva” Piero Raina fa rivivere lo spirito “itinerante” di questo mestiere: “E d’anlouro i caviè d’Elvo / Van en çerco den tesor /Van girà per tou lou mound /Per retroubar a quì chabei biound”.

Piero Raina, definito il “poeta dell’anima, visse con dolore l’abbandono progressivo dei villaggi alpini, trasferendo il senso di malinconia che ne derivava in alcuni dei suoi racconti e componenti poetici, in cui si legge l’amore viscerale per la propria terra, ma anche la sofferenza nell’osservarne il declino demografico e il conseguente depauperamento del patrimonio culturale e identitario. Oggi si assiste, almeno in parte, a un’inversione di tendenza, dovuta a un rinnovato interesse per le tradizioni e al successo turistico della valle Maira, che riscuote la crescente attenzione di un turismo straniero d’élite, desideroso di vivere l’integrità di un ambiente montano non stravolto dall’urbanizzazione tipica delle grandi località sciistiche e di sport invernali.

Nella sua ultima raccolta, “Neu e auro”, pubblicata nel 2008, poco prima della morte, avvenuta nell’agosto 2009, Raina raccoglie 37 poesie, dedicate alla montagna, contrapposta nella sua genuinità e autenticità al mondo in basso, popolato da uomini che vivono in balìa degli affanni e della frenesia proprie della vita contemporanea. Le poesie sono scritte “a nosto modo”, nella parlata di Elva, che Piero Raina definiva “un puro linguaggio provenzale”, giunto in quest’angolo di Piemonte dall’antica Provenza d’Oltralpe, sulle orme dei Trovatori.  

Di seguito vi proponiamo il testo, in lingua originale e con traduzione in italiano, della poesia intitolata “Chamou, edgun respond” (Chiamo nessuno risponde), che evoca appunto il dramma dello spopolamento montano.

Il testo di questo articolo e della poesia è accompagnato dagli scatti fotografici di Roberto Beltramo che, memore dell’ultimo incontro con Piero Raina, avvenuto a Dronero in occasione dell’uscita del suo libro di poesie “Neu e auro”, ha deciso di salire a Brione, la borgata dove nacque e visse il poeta, per cogliere con l’obiettivo della sua macchina fotografica l’abbandono di un villaggio alpino rimasto ormai orfano da trent’anni del suo ultimo abitante.

Chamou, edgun respond

Sal bord dal vilage abandounà,

Sal lindàl d’en cazei,

M’a ‘smià d’ sente en lament,

Coumo d’un que piouravo soutbas. M’arambou a na’quel uz ezbaià,

Chamou, edgun respond.

M’aquel piourar?

Ero forsi la resounanso d’en chant

Seren, jouious, daluenh, Perduo sus i ale ed l’auro?

Ou ero en vol d’abeie que rounzouniàven

Al retourn dai pra fiourì?

Ou ero, at calar dal journ,

En piou-piou d’ouzlot

En mez ai ram sefi dal fau.

Entè s’entravé la tresso d’en ni?

Ma forsi aquel gemi escouneissù

Ero ren d’aute qu’ en bram

D’escounfort, escapà a lou miou cor

Esperdù a l’arubar dal sero.

Al calar de n’oumbro, coumo niero

Cuberto, sus la mountagno que mùer

Chiamo, nessuno risponde

Al limite del villaggio abbandonato,

Sulla soglia di un casolare,

Mi parve sentire un lamento,

Come un piangere sommesso.

Mi accosto a quell’uscio sconnesso,

Chiamo, nessuno risponde.

Ma quel pianto?

Era forse l’eco di un canto

Sereno, felice, lontano,

Perduta sulle ali del vento?

0 era un volo di api ronzanti al ritorno dai pascoli fioriti?

0 era, nel cadere del giorno,

Un pigolio di uccelli

Tra i rami ravvolti del faggio,

Dove si scorge l’intreccio di un nido?

Ma forse quel gemito misterioso

Altro non era che un grido

Di sconforto, sfuggito al mio cuore,

Smarrito nella sera,

Al calare di un’ombra, nera

Coltre, sulla montagna che muore.