di Arconte

Prosegue la nostra disamina del libro “Il re Vittorio Emanuele nella sua vita intima. Bozzetti di Fausto”, pseudonimo di Rinaldo De Sterlich, apparso nel 1878 in concomitanza con la morte del Sovrano. Riportiamo il capitolo intitolato “La giornata del Re”: nella sua descrizione Fausto usa un tono discreto ma molto sicuro, vuole apparire ben informato e ci fornisce notizie di un certo interesse perché, a quanto pare, Vittorio Emanuele II a Roma non aveva mutato le sue abitudini torinesi e questo rende la lettura ancora oggi gradevole e coinvolgente.

La giornata del Re.

Vittorio Emanuele fino agli ultimi momenti della sua vita è stato sempre regolato come un cronometro nella distribuzione delle ore della giornata.

Come se si trattasse d’un servizio ferroviario egli stabiliva ore e minuti per tutto, ed era una rarissima eccezione che egli avesse sol per qualche istante deviato dall’orario assegnato.

Parlo innanzi tutto delle abitudini del Re in città, perché vi era una gran diversità nell’impiego delle ore, quando egli era alla Capitale, o in altra città principale, come Napoli, Torino, Firenze, ecc., o quando recavasi in campagna o in montagna, cioè a San Rossore, a Valdieri, a Valsavaranche, a Sant’Anna, ecc.

Sua Maestà tanto in estate quanto in inverno si levava di letto alle 4 del mattino o poco dopo.

Si vestiva completamente, come se avesse dovuto uscir di casa, con quei costumi che tutti ormai conosciamo, sempre della medesima foggia.

In appresso parlerò della sua guardaroba.

Compagno indivisibile di Vittorio Emanuele era il suo portasigari, che era di cuoio di Russia, e di proporzioni colossali; in prima perché Sua Maestà fumava abitualmente stupendi e grandissimi sigari d’Avana, che occupavano molto spazio; in secondo luogo perché ne fumava molti; e da ultimo perché spesso ne offriva agli altri.

Sicché quando si destava si metteva a fumare.

Levato ch’egli era, passeggiava, avea cura dei cavalli e dei cani, e quando gliene saltava il ticchio andava in qualche vicina campagna, in compagnia di uno o due Garzoni di camera, a cacciare qualche lepre o qualche uccello qualunque, tanto per non perder l’abitudine.

Un’ora per ciascuna mattina, e talvolta due, egli riserbava per le udienze privatissime.

Il giovedì e la domenica alle 8 del mattino, riceveva i Ministri che si adunavano in Consiglio un paio d’ore, sottoponendo al Re tutti i Decreti che doveano esser muniti della firma Sovrana.

Poi riceveva o il Primo Aiutante di Campo, o il Ministro della Casa, o il Capo del Gabinetto, o il Capo dell’Ordine Mauriziano e della Corona d’Italia, ecc.

Tra le dieci e le undici e mezzo avea i ricevimenti Ufficiali, di Principi Esteri, Ambasciatori, e altri personaggi che chiedevano di essergli presentati, o di offerirgli i loro omaggi.

Poco prima di mezzodì prendeva un pasto che non potrebbesi dir né pranzo né colezione, ma che era qualche cosa di mezzo.

Dopo questo pasto, amava di riposarsi un’ora e talvolta perfino due.

Alle tre periodicamente riceveva il Capo del Gabinetto particolare, cioè il Commendatore Aghemo, che gli recava tutta la corrispondenza chiusa che perveniva dalla posta, con lettere raccomandate, o assicurate, o portante la dicitura riservata, ovvero evidentemente particolare, diretta alla persona del Re.

Oltre ciò l’Aghemo sottoponeva al Re omaggi ed indirizzi, che non mancavan mai, suppliche, telegrammi, corrispondenza ufficiale, e finalmente il Resoconto dei giornali; perché Sua Maestà era desiderosissima di esser tenuta a giorno di tutto quanto accadeva nel mondo politico, e nei campi della cronaca giornaliera.

Poi chiamato o il Grande Scudiere o il Primo Aiutante di campo, o il Marchese Cocconito in assenza di Castellengo, faceva un giro in carrozza, in città, alla pubblica passeggiata; o in campagna, e ritornava alla Reggia sull’imbrunire.

Verso sera riceveva le visite dei familiari, delle persone intime ed anche talvolta di qualche Ministro che bramasse vederlo privatamente.

Non amava il conversare con più persone – ammetteva alla sua presenza uno per volta.

La famiglia reale nel 1869: (1) Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna (moglie di Amedeo d’Aosta), (2) Gerolamo Napoleone (marito di Maria Clotilde), (3) Tommaso di Savoia-Genova, (4) Eugenio di Savoia-Villafranca, (5) Margherita di Savoia (principessa ereditaria, consorte di Umberto), (6) Luigi re di Portogallo, (7) Maria Clotilde di Savoia (moglie di Gerolamo), (8) Umberto di Savoia, (9) Vittorio Emanuele II, (10) Amedeo duca d’Aosta (re di Spagna dal 1871 al 1873), (11) Elisabetta di Sassonia (vedova di Ferdinando di Savoia-Genova), (12) Maria Pia di Savoia (regina consorte di Portogallo).

Riceveva in piedi quando voleva che la visita fosse di breve durata, ed era seduto nel suo Gabinetto innanzi al suo scrittoio, e faceva sedere il visitatore di faccia a Lui, quando desiderava, o era necessario, che la visita si protraesse.

Quand’era di buon umore era loquacissimo e si divertiva anche moltissimo a sentir chiacchierare; sicché tutta la gente che vedeva gli serviva di gazzettino, ed egli siffattamente era informato quotidianamente di tutti gli avvenimenti grandi e piccini, che si compievano nel corso del giorno.

Leggeva molto e spesso.

Gli piacevano specialmente i libri con narrazioni di viaggi, di cacce, di corse e le pubblicazioni relative allo allevamento di cavalli.

Scriveva molto, perché notava tutto, e specialmente in fatto di spese non trascurava mai di segnare giorno per giorno anche le più piccole.

Ritornato in casa la sera, e talvolta mentre conversava con tale o tale altro, si divertiva a leggere le molte lettere che gli si recavano all’ultima ora, venute dalla posta raccomandate, e quelle carte che non mancavano mai di gettargli in carrozza tutti coloro che lo aspettavano all’uscire o all’entrare dalla Reggia e lungo le vie che solea percorrere.

Anche la sera spessissimo ripeteva le udienze privatissime.

Due o tre volte per settimana, quando vi era rappresentazione di musica e ballo, si recava al teatro verso le 9 ½, cioè precisamente all’ora in cui suole incominciare il ballo, perché la musica non era certo il suo passatempo preferito.

Gli piaceva per altro d’intervenire alle prime rappresentazioni, e leggeva da capo a fondo i libretti delle nuove opere e quelli dei balli, che il più delle volte scritti con quello stile che dirò coreografico, cioè poco italiano, e recando argomenti incomprensibili, senza capo né coda, lo facean molto ridere.

Non restava mai, o assai di rado, fino all’ultima calata di sipario, perché alle undici o al più tardi, alle undici e mezzo, volea tornare a casa.

Poco prima di mezzanotte prendea un pasto abbastanza frugale, che era il suo desinare – e spesso era questo l’unico pasto del giorno, perché quando andava a caccia di buon’ora, a mezzodì non essendo in casa, non mangiava nulla.

Le sere che non andava al teatro o restava in casa, o andava alla Villa Mirafiore, quando v’era la Contessa, ovvero partiva per un vicino luogo di caccia dove volea trovarsi ai primi albori.

Alla Villa Mirafiore si adunava quasi ogni sera una piccola società, cui prendevano parte alcuni Aiutanti di Campo di Sua Maestà, alquanti Ufficiali d’Ordinanza, il Capo del Gabinetto e famiglia, il Dottor Griffa, il Dottor Adami… s’intende già prima di morire.

Sua Maestà assai di rado per pochi momenti s’intratteneva in mezzo agli altri, ma d’ordinario dopo il desinare, o la cena, come si voglia chiamare, si ritirava delle sue stanze.

Alla mezzanotte incirca soleva andare a letto.

Ecco in generale come il Re passava la sua giornata.

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In conclusione si può notare come Fausto non si soffermi più di tanto sulle avventure amorose di Vittorio Emanuele II del quale, in altri passi del suo libro, riconosce spesso il grande interesse per le donne.

La nostra scarsa conoscenza del personaggio Fausto e della sua effettiva vicinanza al Re non ci permette di esprimere considerazioni più approfondite. Ma, a distanza di quasi un secolo e mezzo, il suo libro può offrirci una lettura ancora piacevole.

La statua di Vittorio Emanuele II nel parco torinese della Tesoriera

Breve itinerario nei luoghi della memoria – nota della redazione

Lungo corso Francia, nel tratto compreso tra piazza Rivoli e corso Monte Cucco, fa bella mostra di sé la settecentesca Villa Sartirana, meglio nota come La Tesoriera, oggi di proprietà comunale. All’interno del vasto parco, punteggiato di varietà botaniche e alberi secolari, come il grande platano piantato nel 1715, si nota una curiosa statua in litocemento (impasto di cemento e piccole pietre), tecnica sperimentata per la prima volta nel Borgo Medioevale di Torino, che raffigura re Vittorio Emanuele II in vesti non ufficiali, come se fosse stato immortalato in un momento qualsiasi della giornata, seduto su una roccia in compagnia d’un cane e di un bambino. L’opera venne eseguita dal palermitano Ettore Ximènes, autore della celebre statua dello “Zar liberatore” Alessandro II a Kiev (1911), e collocata alla Tesoriera nel 1886.