di Paolo Barosso

Giorgia Cambiano, nata a Castagnole Piemonte (Torino) nel 1997, si è aggiudicata il prestigioso Premio Gianni Oberto edizione 2020 per la sua tesi di laurea triennale dedicata alla lingua piemontese, dal titolo “Lessico rurale a Castagnole Piemonte: una ricerca sul campo”.

Giorgia Cambiano

Il Centro Gianni Oberto (avvocato e politico, fu presidente della Regione Piemonte nel biennio 1973-75) è stato istituito nel 1980 con lo scopo di “salvaguardare e promuovere il patrimonio culturale piemontese”, raccogliendo e conservando il materiale esistente e promuovendo nuovi studi e ricerche. Diretto dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte, il Centro bandisce annualmente un concorso a premi riservato a laureati in discipline letterarie e umanistiche presso le Università piemontesi per tesi di laurea “relative alla letteratura italiana in Piemonte, alla letteratura in piemontese e nelle lingue minoritarie del Piemonte, alla cultura popolare in Piemonte e al teatro piemontese”.

Veduta delle campagne di Castagnole Piemonte

1) Giorgia, lo scorso aprile ti sei laureata all’Università di Torino in “Lingue e Letterature moderne” specializzandoti in inglese e russo. Che cosa ti ha spinto a dedicare la tua tesi triennale alla lingua piemontese e, in particolare, al “lessico rurale a Castagnole Piemonte”? 

Essendo un’appassionata di lingue volevo svolgere per la mia tesi di laurea un lavoro attivo di ricerca linguistica. Ho scelto il dialetto piemontese come oggetto d’indagine per due motivi: da una parte perché è una lingua a tutti gli effetti, con una sua grammatica, dizionari che ne raccolgono il lessico, oltre che una lunga tradizione letteraria e di studi sulla grafia e sulla fonetica; dall’altra perché è la lingua che sento più intima, più “mia”.

Il lessico è l’espressione più concreta di una lingua: da qui l’idea della raccolta di vocaboli intervistando persone residenti nel mio stesso paese, Castagnole Piemonte, che parlano piemontese. L’argomento da ricercare, invece, mi è stato offerto dal luogo stesso: i mestieri dell’agricoltore, dell’allevatore di bovini e commerciante di bestiame sono sempre stati largamente praticati nel mio paese.

Mi interessava andare a ricercare le parole in piemontese che caratterizzano questi settori, parole che spesso non hanno un equivalente in italiano. In particolare, volevo individuare quelle più antiche, adesso in disuso, che purtroppo rischiano di essere perse o dimenticate, per registrarle e ridar loro vita.

L’amelòt, un antico aratro o slòira

2) Per quanto riguarda l’ambito della tua ricerca, quale impatto hanno avuto sul linguaggio e sul lessico adoperato le trasformazioni come la meccanizzazione dei lavori agricoli, l’evoluzione delle tecniche di conduzione agricola e di allevamento, l’influsso dell’italiano? Ci sono dei termini arcaici, ma ancora in uso, oppure dei vocaboli sorti per rispondere a esigenze nuove? Potresti farci qualche esempio?  

Con il passare del tempo si rinnovano le tecniche lavorative e di conseguenza si rinnova la lingua che le designa, adattandosi al nuovo o generando nuove parole. Così è stato anche per i settori dell’agricoltura e dell’allevamento bovino, un tempo caratterizzati da un lessico propriamente dialettofono, oggi in parte italianizzati e in parte snelliti di molti vocaboli designanti attrezzi, tecniche e concetti ormai in disuso. Un esempio calzante è la stalla (stabe), che aveva un tempo una struttura del tutto diversa da quella attuale.

Molte delle parti che la componevano, come il fëtton, il trabial, il ghërpion, la bërlecia, ad oggi non esistono più o si sono modificate diventando più adeguate alle nuove esigenze dell’allevamento, e i termini non più in uso. Altre, come la ghërpia, si sono trasformate nel loro corrispettivo italiano (corsia di alimentazione). Le parole che si sono mantenute, invece, sono quelle che ancora oggi hanno lo stesso significato, seppur si sia rinnovato il loro referente: ne è un esempio la slòira, l’aratro, un tempo a trazione, oggi meccanica. Altre ancora si sono mantenute intatte nella loro forma dialettale e nel loro significato (ed esempio l’espressione vaca turgia, ovvero la vacca che non si ingravida più)

La masòira – falce messoria, utilizzata un tempo per mietere il frumento nei campi

3) Dopo la laurea triennale hai scelto di proseguire gli studi a Trieste per la laurea magistrale in “Traduzione specialistica e interpretazione di conferenza”. Anche se gli studi che hai intrapreso ti hanno condotta lontano dalla tua terra, che cosa ti induce a tenere lo sguardo rivolto alle tue radici? Quanto conta per te l’identità, intesa come legame forte, culturale, con il luogo d’origine, nel tuo caso con Castagnole e con il Piemonte?

Mi capita spesso di spostarmi in altre città o all’estero per motivi di studio o lavoro, ma è sempre Castagnole la mia vera casa. Il luogo in cui viviamo, le sue tradizioni, la sua cultura ci modellano e definiscono: ci si identifica nella propria realtà locale, ci si riconosce in essa, sviluppando un senso di appartenenza. Questo sentimento nel mio caso è molto forte perché nasce da quando ero piccola: i miei nonni (anche loro residenti a Castagnole Piemonte) mi hanno sempre parlato in piemontese, raccontato tanti aneddoti sulle loro storie in campagna, mostrato i loro luoghi di vita del paese e delle aree circostanti, che poi sono diventati anche i miei.

4) In considerazione del taglio internazionalistico del tuo percorso, quale margine di sopravvivenza possono avere secondo la tua esperienza le lingue regionali, storiche e minoritarie, legate a un territorio specifico, come la lingua piemontese e le sue varianti, che a parere di molti sono messe a repentaglio da una visione globalista ormai imperante e spesso dalla mancanza di adeguata attenzione da parte delle istituzioni?

Il numero dei parlanti dialetto diminuisce sempre più: lo dimostrano i dati ISTAT, ma lo si può notare anche solo uscendo a fare una passeggiata e sentire come le persone comunicano tra loro. All’imposizione della lingua italiana e allo scarso interesse per il nostro dialetto si aggiunge il fatto che il piemontese è una lingua principalmente orale e poco scritta, e anche questo è un grande rischio per la sua sopravvivenza: affidandosi alla trasmissione orale parte del suo lessico è destinato a perdersi.

Proprio per questo reputo che sia importante sollecitare l’interesse verso la materia, incentivare lo studio e la trascrizione di tutto il suo patrimonio orale, affinché non vada perso o dimenticato. Tuttavia, nonostante i vari pericoli che minano la sopravvivenza del dialetto, mi sembra che questo non sia scomparso, ma che abbia piuttosto modificato le sue funzioni: non è più un codice necessario alla comunicazione, ma è diventato un marchio di identità, emotività, confidenza, ironia. Sopravvive in ambienti più ristretti, come nei piccoli paesi e all’interno delle famiglie, appare in conversazioni in cui i parlanti spesso passano anche involontariamente dall’italiano al dialetto o mescolano le due lingue.

Il faussèt – piccola accetta, roncola, falcetto

5) Il Piemonte ha un patrimonio linguistico prezioso e importante, dalle parlate alpine come il franco-provenzale, il provenzale alpino (o occitano) e il Titsch dei Walser alla lingua piemontese con l’ampio ventaglio di varianti locali e dialetti di transizione. Secondo la tua visione, quali iniziative potrebbero essere messe in campo per garantire la sopravvivenza di questo importante bagaglio culturale e per far sì che le nuove generazioni non dimentichino?

I dialetti presenti nella nostra regione vantano un immenso patrimonio culturale: la letteratura, il teatro, le canzoni popolari, gli scritti teorici sulla questione della lingua, ma anche i racconti dei tempi passati da parte delle persone più anziane, i proverbi, i modi di dire, il lessico specialistico dei vari settori lavorativi (agricoltura, allevamento, viticoltura, falegnameria, ecc).

Dopotutto, non c’è mai lingua senza cultura. Penso sia più che mai importante proporre iniziative che affrontino tutti questi aspetti per trasmetterne la conoscenza, ma soprattutto la consapevolezza del patrimonio culturale del luogo in cui si vive. Queste iniziative, secondo me, andrebbero portate avanti a livello locale e regionale nelle forme di eventi culturali, musicali, sociali; a livello scolastico attraverso laboratori, lezioni di dialetto, attività all’aperto di conoscenza del proprio territorio; a livello universitario sul piano dello studio e della pubblicazione di ricerche condotte in merito.

L’ancìo – utensile adoperato per battere le lame delle falci, così da indurirle e assottigliarle

6) Tu provieni da una località di campagna in cui le tradizioni locali anche linguistiche sono ancora radicate e hanno maggiori possibilità di conservarsi integre rispetto a un ambiente cittadino contemporaneo come ad esempio Torino. Secondo la tua esperienza qual è il rapporto dei giovani con le lingue storiche e i dialetti? C’è consapevolezza e interesse, almeno in alcuni di loro, per il mantenimento e la tutela di questo patrimonio culturale?

Mi sembra che in molti contesti si sia, purtroppo, diffusa la tendenza a considerare il piemontese come una lingua obsoleta, fuori luogo, alle volte addirittura “grezza” perché erroneamente associata a parlanti poco colti e quindi con poca dimestichezza in italiano. Poiché comunemente intesa come la lingua delle generazioni più grandi, l’avversità al dialetto si accentua soprattutto quando sono i giovani a parlarlo. È vero, però, che questa condizione varia di paese in paese: è abbastanza facile trovare parlanti piemontesi giovani in piccoli paesi, ma non per un particolare interesse verso il dialetto, ma semplicemente perché quest’ultimo è la “lingua della comunità”. Al contrario, è meno facile trovarne a Torino o nelle cittadine.

Questa rappresentazione negativizzata del dialetto è a parer mio del tutto sbagliata: i dialetti hanno una grandissima importanza linguistica e culturale. Il primo passo per una maggiore consapevolezza e un più grande interesse deve partire dal rapporto che si ha con la lingua stessa. È necessaria una completa riconsiderazione e ridefinizione del dialetto: non come “varietà bassa” rispetto all’italiano, ma come una “varietà altra”, diversa rispetto all’italiano negli atteggiamenti, nel gusto, nel modo di catalogare la realtà, ma non per questo meno degna di interesse e tutela.