di Paolo Barosso

Nel libro “Piemontesi di Britannia”, pubblicato per i tipi dell’Editrice Tipografia Baima–Ronchetti &C, l’autore Andrea Raimondi, insegnante di lingua e letteratura inglese e collaboratore della Rivista Savej, traccia un interessante e ben documentato quadro delle relazioni che, nel corso della storia, hanno legato il Piemonte all’Inghilterra e al Regno Unito.

Con accuratezza di metodo e uno stile scorrevole, di cui ha già dato prova in numerosi articoli e pubblicazioni, il novarese Raimondi, laureatosi in Lingue e Letterature dell’Europa e delle Americhe all’Università del Piemonte orientale, propone, in questo lavoro, una galleria di personaggi che, in ambiti diversi, hanno costruito e alimentato nei secoli l’interscambio culturale, artistico, politico e diplomatico tra il Regno Unito e le terre sabaudo-piemontesi.

La carrellata di personaggi viene fatta precedere da una nota introduttiva in cui, con tratti necessariamente sintetici, si chiariscono le radici storiche su cui si è innestato e sviluppato, nei secoli, questo plurisecolare rapporto. L’autore, pur rimarcando come le relazioni tra le due realtà territoriali, così distanti dal punto di vista geografico, si intensificarono in particolare tra il Settecento e l’Ottocento, raggiungendo forse l’apice con la partecipazione del regno di Sardegna alla guerra di Crimea (1853-1856) al fianco di Francia, Inghilterra e Impero ottomano, mette in luce le vicende che furono all’origine di questo legame profondo e che vanno individuate nel periodo medievale, in particolare nella prima metà del XIII secolo.

E’ questa, infatti, la cornice temporale in cui, da un lato, si inseriscono le gesta del cardinale Guala Bicchieri, patrizio vercellese che operò in Inghilterra come legato papale al tempo degli scontri tra monarchia e baroni, e, dall’altro lato, si celebra l’unione matrimoniale tra Enrico III Plantageneto e Eleonora di Provenza, figlia del conte di Provenza e di Beatrice di Savoia, da considerarsi la base storica dei plurisecolari contatti che sarebbero intercorsi tra la dinastia di Savoia, destinata a governare sui territori che compongono l’odierno Piemonte, e la monarchia britannica. Come annota Raimondi, in quella circostanza, lo zio di Eleonora, Pietro, futuro conte di Savoia con l’eloquente appellativo di “Piccolo Carlomagno”, ricevette dal re inglese il feudo di Richmond nonché alcune terre tra i fiumi Strand e Tamigi, dove sarebbe stato costruito il celebre Savoy Palace, uno degli edifici più prestigiosi della Londra medievale.   

Pietro II di Savoia detto il Piccolo Carlomagno in un ritratto settecentesco conservato alla Reggia di Venaria Reale.

Terminata la nota introduttiva, che disegna con maestria l’inquadramento dinastico e politico del legame tra Piemonte e Inghilterra, l’autore inizia la carrellata dei personaggi, prendendo le mosse, però, non da una persona in carne e ossa, bensì da un libro, il cosiddetto Vercelli Book, una delle testimonianze più importanti della letteratura anglosassone medievale, che approdò nella città piemontese, dove tuttora è conservato, per vie non del tutto chiarite dagli studiosi.

L’itinerario umano, attraverso cui Raimondi ricostruisce lo sviluppo dei rapporti tra Piemonte e Inghilterra, presenta poi una serie di figure solo in parte conosciute, di cui, in certi casi, o non esiste una biografia tradotta in italiano oppure mancano profili aggiornati e completi. Si parte dal cardinale vercellese Guala Bicchieri, a cui si è già fatto cenno, vissuto a cavallo tra XII e XIII secolo e passato alla storia per le doti di diplomatico al servizio del Papa, e si prosegue con David Rizzio, originario di Pancalieri, intraprendente cortigiano e musicista che, trasferitosi in Scozia nel 1561, si guadagnò il favore e l’amicizia della regina Mary Stuart, andando però incontro a una fine cruenta.    

Il punto più basso nelle relazioni tra Piemonte e Inghilterra si ebbe, forse, alla metà del Seicento quando, complice l’esautoramento di re Carlo I Stuart, spodestato e decapitato nel 1649 dai rivoluzionari di Oliver Cromwell, e la dura repressione anti-valdese conosciuta come le “Pasque piemontesi” del 1655, il governo inglese, a quel tempo repubblicano, inviò nel ducato di Savoia un suo emissario, Samuel Morland, matematico, inventore e diplomatico, con il compito di verificare la situazione della piccola comunità riformata stanziata in Piemonte.

Il viaggio nel tempo ci conduce poi a riscoprire figure di letterati, artisti e musicisti che, nel corso del Settecento, contribuirono a tenere vivi i contatti tra i due territori dal punto di vista culturale: il pittore vigezzino Giuseppe Mattia Borgnis, che, stabilitosi per lavoro in Inghilterra, morì nel 1761 in circostanze dubbie nella tenuta di West Wycombe House, il critico letterario torinese Giuseppe Baretti, anche noto con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, che costruì le proprie fortune professionali in Inghilterra, e il violinista e compositore Felice Giardini, la cui attività fu legata per un trentennio all’Opera Italiana di Londra, pur morendo poi a Mosca nel 1796 in condizioni di indigenza.

Ritratto di Giuseppe Baretti, olio su tela di Sir Joshua Reynolds, 1773.

Avventurosa è, invece, la figura di Giovan Maria Salati, di natali vigezzini come il pittore Borgnis, che, arruolatosi nell’esercito napoleonico, come tanti giovani del suo tempo, e catturato dagli inglesi, si rese protagonista di una rocambolesca fuga dalla prigionia britannica, compiendo l’impresa, proiettata in una dimensione quasi leggendaria, di essere stato il primo uomo, di cui si abbia notizia certa, ad aver attraversato lo Stretto della Manica a nuoto, da solo e senza ausilio esterno.

La sfilata di personaggi animati dalla penna di Raimondi si conclude con due figure le cui vicende esistenziali si snodano, rispettivamente, nel quadro degli eventi risorgimentali e sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Si tratta, nel primo caso, di Sir James Hudson, che dal 1852 al 1863 fu capo della legazione britannica a Torino, capitale del regno di Sardegna, dove strinse un forte legame di amicizia con Cavour, e, nel secondo caso, dell’albese Giuseppe Fenoglio, conosciuto ai più per i romanzi, come Il Partigiano Johnny, in cui scrisse della sua esperienza in veste di combattente nella guerra partigiana, ma che è meno noto, invece, per la grande passione coltivata fin dagli studi giovanili per la letteratura inglese e nordamericana.