Nella seconda parte dell’articolo dedicato alla figura di San Giovanni Bosco, di cui quest’anno ricorre il Bicentenario della nascita (1815-2015), il nostro collaboratore Andrea Elia Rovera ci illustra gli anni del sacerdozio, mettendo in luce le grandi opere che il santo piemontese compì in favore della gioventù 

Don Bosco Sacerdote

Il 1841 per Giovanni Bosco è l’anno di due grandi e definitivi “sì”. Il 29 marzo dice il suo primo sì come Diacono e il 05 giugno dice il suo secondo sì come Sacerdote. Il sogno dei nove anni inizia a farsi sentire in quanto Don Bosco rifiuta parecchi incarichi che gli vengono proposti per andare a lavorare nel Convitto Ecclesiastico “San Francesco d’Assisi” di Torino per la Formazione del Clero.

Lì Don Bosco si spenderà anima e corpo per insegnare ai giovani preti a lavorare in Parrocchia, a pregare in modo profiquo, e a curare in modo attento la vita spirituale.

Don Bosco e il beato Garelli
Don Bosco e il beato Garelli

La sue esperienza al Convitto dura tre anni. In questo luogo egli inizia a raccogliere attorno a sè i giovani per avviarli alla santità insegnandogli ad amare Gesù e la Madonna. Il primo di questi giovani fortunati è stato Bartolomeo Garelli che l’8 dicembre 1841 si presenta nella sacrestia della chiesa di San Francesco ed inizia a beneficiare del catechismo di Don Bosco che da quel giorno dà il via al Proto-Oratorio di San Francesco di Sales.

Pochi giorni dopo il giovane Bartolomeo si presenta all’oratorio con sei amici e, a sorpresa, altri ne arriveranno mandati da Don Cafasso. Don Bosco inizia ad essere attorniato da giovani analfabeti, malnutriti, orfani, ecc… e, anziché piangersi addosso, inizia ad insegnar loro a leggere, a scrivere, a far di conto per poi approdare alla Dottrina Cattolica utile a salvare le anime e a condurle in Paradiso.

Don Bosco, per migliorare la società torinese, si impegna ad insegnare ai giovani che il lavoro non può schiavizzare e lo fa nella centralissima Piazza San Carlo e nel grande quartiere di Porta Palazzo.

Non contento di tutto questo lavoro Don Bosco si accoda a Don Cafasso nella visita ai detenuti. In carcere scopre una cosa inquietante: i giovani dai 12 ai 18 anni scontano le loro pene assieme agli adulti, vivono in celle piene di topi e mangiano pochissimo. Cosa fare per loro? Al momento Don Bosco non può fare nulla ma ai giovani detenuti fa promettere di raggiungerlo all’Oratorio non appena liberi.

Don Cafasso nelle carceri
Don Cafasso nelle carceri

A metà ottobre del 1844 Don Bosco annuncia ai suoi ragazzi che l’Oratorio trasloca da San Francesco al Rifugio che la Marchesa di Barolo ha fondato per salvare le ragazze vittime della prostituzione. In questa opera Don Bosco sarà Cappellano dell’Ospedaletto di Santa Filomena dedicato alle bambine povere e con problemi di disabilità fisica.

In questo “nuovo” Oratorio Don Bosco, aiutato da Don Giovanni Borel, continua la formazione festiva dei suoi “monelli” anche se la Marchesa di Barolo inizia a brontolare per la troppa presenza maschile nella sua opera prettamente femminile. Don Bosco cerca di farle capire che le anime sono tutte uguali e che tanto le ragazze quanto i ragazzi sono destinati al Paradiso.

Purtroppo, però, il troppo spendersi per la gioventù porta Don Bosco ad ammalarsi e a sputare sangue ad ogni colpo di tosse. Nonostante questo, Don Bosco non si ferma e cerca un posto più grande per i suoi giovani. Per un periodo li porta all’aperto in luoghi di fortuna e poi, il 12 aprile 1846, domenica di Pasqua, trasferisce ufficialmente e definitivamente la sua opera presso la Tettoia Pinardi in Valdocco.

Qui nascono la scuola serale, la scuola di musica, il coro e le scuole di avviamento professionale ma, soprattutto, la colonna vertebrale di tutta l’Opera Educativa: la Società Salesiana. – continua –

Testo di Andrea Elia Rovera