di Paolo Barosso
Torino, abbracciata nel suo orizzonte dalla cerchia alpina, è città d’acque e, quindi, anche di ponti, alcuni d’aspetto monumentale, capaci di caratterizzare fortemente il paesaggio urbano.
In questo breve contributo ve ne presentiamo tre, avvalendoci, per illustrare l’articolo, dei bellissimi scatti del fotografo torinese Alberto Chinaglia.

Il ponte Principessa Isabella, realizzato su progetto di Ernesto Ghiotti, ingegnere capo del Comune di Torino, tra il 1876 e il 1880, è stato concepito come attraversamento del Po in corrispondenza del tratto finale di corso Dante, in un periodo di notevole espansione edilizia in quest’area a ridosso del Po e della collina.
Esprime la sua eleganza nella snellezza delle cinque armoniose arcate, nella gradevole bicromia tra il rosso mattone dei timpani e il biancheggiare della pietra nelle pile di sostegno e nei rosoni ornamentali, e nel raffinato disegno del parapetto in ghisa, purtroppo oggi parzialmente compromesso dai nuovi lampioni, sistemati in tempi recenti in sostituzione di quelli originari.
Lungo 160 metri, deve la sua dedicazione alla Principessa Isabella di Baviera, andata in sposa nel 1883 al secondo duca di Genova, Tommaso, figlio di Ferdinando, capostipite del ramo, raffigurato nella movimentata statua equestre collocata nel 1877 nell’odierna piazza Solferino.

Il ponte Vittorio Emanuele I, che si protende sul Po per una lunghezza di 150 metri collegando le due sponde tra piazza Vittorio Veneto e l’area antistante della Gran Madre, è anche noto come ponte Napoleonico, perché venne costruito a partire dal novembre 1810, durante l’occupazione francese del Piemonte, in ottemperanza ad un decreto emanato da Napoleone nel 1807 (la prima pietra venne posata dal principe Camillo Borghese, al tempo governatore dei territori francesi aldilà delle Alpi), e popolarmente chiamato pont d’pera, ponte di pietra, dato che venne realizzato appunto in pietra in sostituzione di una struttura precedente, rovinata dalla disastrosa piena del novembre 1706 e parzialmente ricostruita con arcate provvisorie in legno, come risulta dal quadro di Bernardo Bellotto datato 1745 e conservato nella Galleria Sabauda.

Il ponte, costruito su progetto del francese Joseph Pertinchamp, ricorda nell’intitolazione il re sabaudo, Vittorio Emanuele I, che il 20 maggio 1814 fece solenne ritorno nell’antica capitale dopo la liberazione dal giogo napoleonico. A lui è anche dedicata la statua, posata nel 1814 e realizzata da Giuseppe Gaggini, che campeggia dinnanzi alla chiesa neoclassica della Gran Madre di Dio e che volge lo sguardo verso l’ampia piazza porticata aldilà del fiume, recante, sino a dopo la prima guerra mondiale, il nome dello stesso sovrano (oggi è Vittorio Veneto).
La salvezza del ponte, inviso al popolo che lo legava al ricordo spiacevole dell’occupazione napoleonica (e a figure cui si guardava con ostilità, come quella del generale de Menou, amministratore del Piemonte nel 1802, che s’era convertito all’Islam durante la campagna d’Egitto assumendo il nome di Abdallah), è dovuta alla lungimiranza di re Vittorio Emanuele I che, malgrado il clima della Restaurazione, si oppose ai propositi demolitori. Il sovrano, dinnanzi alle battute degli aspiranti picconatori, in particolare replicando ad un tal Bellosio, intendente generale delle gabelle, obiettò con ammirevole moto di spirito che “il ponte è destinato a starci sotto i piedi e, se è giacobino, tanto meglio, lo calpesteremo più volentieri!”.
Il ponte, provvisto in origine di un elegante parapetto in pietra di Cumiana, poi sostituito dall’attuale modesta ringhiera in ferro, nasconde sotto il pilastro centrale, in ossequio ad una consuetudine largamente praticata, una serie di documenti e oggetti, fra cui 88 monete e medaglie coniate per commemorare conquiste e campagne militari di Napoleone.

Il terzo ritratto che vi proponiamo riguarda il ponte Umberto I, il più recente fra i tre descritti, in quanto venne realizzato tra il 1903 e il 1907, in sostituzione del precedente ponte in ferro sospeso (purtroppo demolito), dedicato a Maria Teresa d’Asburgo Lorena, consorte di re Carlo Alberto, per collegare il tratto conclusivo dell’elegante Corso del Re, aperto nel 1814, con il suo prolungamento sull’altra sponda, l’odierno corso Fiume, che s’infrange poi alle pendici della barriera collinare sfociando in piazza Crimea.
Il ponte, dedicato alla memoria di re Umberto I, assassinato nel 1900 a Monza dall’anarchico Bresci, e inaugurato con cerimonia fastosa alla presenza del figlio, Vittorio Emanuele III, venuto in visita a Torino, appariva, una volta completato, monumentale e grandioso nell’aspetto, con i suoi 124 metri di lunghezza e i 23 di larghezza, ma un poco spoglio. Fu così che dopo il 1911 si diede seguito, sulla base di indicazioni progettuali già elaborate, all’aggiunta dei quattro bocchi statuari, allegorie di Pietà, Valore, Arte e Industria, realizzati dagli scultori Luigi Contratti e Cesare Reduzzi, che ancora oggi campeggiano con la loro mole imponente alle due estremità del ponte.
Fonti bibliografiche:
Bernardi Marziano, Torino storia e arte. Guida della città e dintorni, Pozzo editore, Torino, 1975
Rossotti Renzo, I ponti di Torino: curiosità, storie, eventi e personaggi sulle sponde dei fiumi che attraversano la città, Newton Compton, Roma 2007