di Milo Julini
Questa storia si conclude a Chambéry, al Campo di Marte, detto anche place du Verney, venerdì 18 marzo 1853, alle 6:00 del mattino, quando vengono impiccati Giuseppe Pansarosa e Luigi Merlo, due stampatori su stoffa di Torino, rispettivamente di 32 anni e di 28 anni, che sono giunti in una carrozza chiusa, accompagnati dall’abate Brion, cappellano delle prigioni, e dall’abate Goddard, cappellano del Sacro Cuore. Opera il boia di Torino, Pietro Pantoni.

Il crimine che ha portato Pansarosa e Merlo al patibolo risale al 25 giugno 1851, quando i due sono entrati nella casa dei coniugi Laposse, nella frazione di Pierre-Bénite del comune di Oullins, oggi nella periferia sud di Lione, nella regione Alvernia Rodano Alpi.
I due hanno picchiato e poi ferito a colpi di pugnale la signora Laposse, Madeleine Cattin, poi l’hanno coricata sul letto che hanno poi incendiato. La povera donna è sopravvissuta per alcune ore alle sue ustioni.

Questa crudeltà è stata attuata per rubare 400 franchi ed un orologio in argento.
Sono stati condannati a morte, il 29 dicembre 1852, dalla Corte d’Appello di Chambéry per omicidio seguito da furto e incendio.
La duplice esecuzione si svolge in tono discreto. Non sono più i tempi del solenne corteo, dei grandi schieramenti che evocano la giustizia punitiva, dei salmi e dei rintocchi funebri. Come si è detto, i due condannati sono giunti alla place du Verney in carrozza, al mattino presto.
I rari giornali regionali che riportano la notizia dell’esecuzione lo fanno con un breve paragrafo, senza nemmeno citarne i nomi.

Dopo l’esecuzione, i corpi vengono calati dalla forca dai componenti della confraternita della Misericordia locale, i Penitenti Neri: fedeli alla missione loro attribuita fin dal 29 maggio 1594, li hanno assistiti nei loro ultimi istanti poi li hanno seppelliti al cimitero della parrocchia Notre-Dame.
La vigilia, Pansarosa ha scritto alla sorella questa lettera:
«Cara e molto amata sorella, ti mando questa lettera a te direttamente; conservala in mia memoria. Devo avvertirti, poiché sei madre, di custodire con molta attenzione i tuoi bambini: ricordati di non lanciare mai loro nessuna maledizione nella tua collera; queste maledizioni resterebbero sulla loro testa. Puniscili come conviene, ed intrattienili nella devozione alla santa Vergine Marie e alla santa Filomena, ti assicuro che allora non periranno mai.
Sappi che domani, il 18 di marzo, sarò condotto al supplizio dopo essere stato fortificato dai sacramenti, con la speranza di ottenere di Dio un posto nel suo paradiso.
Non mancare di pregare per me, da parte mia pregherò per te e per tutti gli altri componenti della famiglia, infinitamente, infinitamente.
So che tu mi amavi più di tutti, cara sorella; ricordati di questa parola che mi dicesti quando eravamo al hôtel di St-Georges: “Prendi questa sedia, mettiti vicino a me, voglio custodire il tuo ricordo”. Si direbbe che Dio ti aveva dato un presentimento.
Chiudo questa lettera con le lacrime agli occhi, seduti ad un tavolo nella cappella della prigione: aspetto la giornata di domani, bella vigilia di san Giuseppe, il mio santo e patrono. Addio, addio per sempre. Conserva questo scritto come ricordo di me, non ne avrai altri.
Sono tuo fratello caro ed agonizzante,
PANSAROSA GIUSEPPE
A rivederci in paradiso dove saremo uniti. Ho fatto 20 mesi di prigione: non l’ho scritto per non rattristarvi».
