di Arconte
La Cronaca Nera di Torino, nella «Gazzetta Piemontese» di lunedì 13 febbraio 1871, è un vero bollettino di guerra: «Incominciamo male! La cronaca è più nera del solito a causa della festa», commenta il cronista in apertura.
Tra le varie notizie, si parla di P. [Pistotti] Giacomo, d’anni 21, «serragliere», cioè fabbro ferraio, che ha litigato poco prima con tre sconosciuti, forse «per questione di donne», e, verso le 8 della sera di domenica 12 febbraio, si trovava sul corso Valdocco in compagnia di una giovane donna, con la quale discorreva tranquillamente.

«In un momento gli si fanno addosso alcuni sconosciuti; egli sorpreso fugge, ma raggiunto da uno di essi in prossimità dello spedale di S. Luigi, riceve un tremendo colpo di coltello, che lo stende al suolo cadavere», così la cronaca della «Gazzetta Piemontese».
L’Ospedale San Luigi oggi è sede dell’Archivio di Stato di Torino-Sezioni Riunite, ed è compreso oltre che dalla via Santa Chiara, dal corso Valdocco e dalle vie Piave e Carlo Ignazio Giulio.
Tutto questo viene descritto nella sentenza del 19 maggio 1873 della Corte d’Assise di Torino come un omicidio volontario, commesso in complicità a Torino, verso le 8 della sera del 12 febbraio 1871, in via Santa Chiara, da Giuseppe Amerio, detto Beica, di 21 anni compiuti, nato a Viale d’Asti e dimorante a Torino, meccanico, detenuto dal 10 ottobre 1872 e da Giacomo Abele, detto Giaco ‘l fidlé, nato a Cambiano, residente a Torino, vermicellaio (produttore di paste alimentari), detenuto dal 22 febbraio 1873.

I due sono accusati di aver causato due ferite a Giacomo Pistotti, una al basso ventre, sulla destra, causa di morte quasi istantanea, e una seconda alla regione posteriore del braccio destro.
Giuseppe Amerio è recidivo.
Il verdetto dei giurati considera Amerio colpevole come agente principale dell’omicidio e Abele come complice non necessario. A entrambi vengono concesse le attenuanti.
Così, con sentenza del 19 maggio 1873, Amerio è condannato a venti anni di lavori forzati e Abele a dieci anni, sempre di lavori forzati.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 16 luglio 1874, rigetta il ricorso dei due e li condanna al pagamento delle spese.
Può essere interessante a questo punto soffermarsi sulle professioni indicate per vittima e accusati: il giornale indica il morto come «serragliere», forma italianizzata del termini piemontese «sarajé».
Giacomo Abele è indicato dalla sentenza come «vermicellaio», termine italiano che deriva dal tipo di pasta detta «vermicelli», di calibro maggiore degli spaghetti. È anche riportato il suo soprannome, Giaco ‘l fidlé, dove «fidlé» è la versione piemontese di pastaio o vermicellaio.
Voglio anche ricordare che in quegli stessi anni vi era a Torino un altro personaggio originario di Viale d’Asti: Edoardo Perroncito (Viale, 10 marzo 1847 – Milano, 4 novembre 1936) docente della Scuola Veterinaria torinese, illustre patologo e parassitologo. Ma questa è decisamente un’altra storia.