di Arconte

Dalla Cronaca Nera della Gazzetta Piemontese di sabato 23 settembre 1871 apprendiamo che, a Torino, «Ieri accadeva, al 1° piano di una casa in via Passalacqua, un triste fatto. C., soldato nel 59 fanteria, per dissapori avuti con certa F. Delfina, d’anni 23, le scaricava contro alcuni colpi di revolver rendendola all’istante cadavere; poi cercando di togliersi la vita, con altro colpo si produceva una grave ferita alla gola. Alle detonazioni, oltre ai vicini, accorse la pubblica forza, e trasportò l’omicida allo spedale militare».

Veduta di Turin verso il 1860 dalle alture sopra il Monte dei Cappuccini – da un’incisione d’epoca

Il soldato C. si chiama Carlo Comisso, è nato a Ardore (Gerace Calabria), ha 25 anni ed è soldato nel 59° Reggimento Fanteria di stanza a Torino.

Sopravvive al tentativo di suicidio e viene processato dalla Corte di Assise di Torino nel febbraio del 1872.

È accusato di omicidio volontario, commesso nella mattina del 22 settembre 1871, «a sfogo di vendetta per cattivi trattamenti dalla Delfina Francesetti usatigli»: per ucciderla, le ha sparato con una pistola caricata a palla che si è conficcata nella regione cervicale sinistra con una lesione del midollo spinale che ha provocato la morte istantanea.

Fin dalla sentenza di rinvio a giudizio, si può intuire come il soldato Comisso giustifichi l’uccisione della donna: «a sfogo di vendetta per cattivi trattamenti dalla Delfina Francesetti usatigli». Evidentemente la sua linea di difesa è quella di enfatizzare il cattivo comportamento di Delfina nei suoi riguardi, linea di difesa che viene accolta dai giurati che, nel loro verdetto, lo dichiarano colpevole di omicidio volontario commesso, però, nell’impeto dell’ira, in seguito a grave provocazione, «essendovi tratto da una forza non però giunta a tal grado da rendere non imputabile affatto la sua azione». Gli concedono anche le attenuanti.

Scorcio di piazza Statuto in una fotografia d’epoca – via Passalacqua, teatro dell’assassinio, tuttora collega la piazza dedicata allo Statuto Albertino, aperta nel 1864 su disegno di Giuseppe Bollati, con via Cernaia – tratto da www.vecchiopiemonte.it

Così la Corte d’Assise di Torino, con sentenza del 20 febbraio 1872, lo condanna alla pena della custodia per 3 anni, a indennizzare gli eredi di Delfina e alle spese processuali.

Viene anche ordinata la restituzione al proprietario della pistola sequestrata.

Può essere interessante esprimere qualche considerazione sulla pena inflitta che potrebbe apparire non adeguatamente severa.

Secondo il Codice Penale del 1859, allora in vigore, l’omicidio volontario non aggravato è punito con i lavori forzati a vita (art. 534) ma, quando è commesso nell’impeto dell’ira, in seguito a grave provocazione, la pena è fortemente ridotta (art. 562). Nel caso specifico, poi, i giurati hanno riconosciuto che l’accusato ha ucciso perché tratto da una forza alla quale non poteva resistere ma non tale da discolparlo completamente: in questo caso, l’art. 95 prevede che i giudici applichino all’imputato, secondo i casi, il carcere fino a 10 anni, oppure la custodia fino a 20 anni.

Veduta fotografica di Torino nella seconda metà dell’Ottocento (1885/90) – tratto da www.rijksmuseum.nl

La custodia è una delle pene correzionali, meno severe di quelle criminali. L’art. 28 così la definisce: «La custodia è una casa di istruzione e d’industria, separata dal carcere, e specialmente destinata per delinquenti di tenera età e di tenue discernimento».

I giudici hanno quindi applicato il Codice Penale in modo corretto, secondo le indicazioni del verdetto dei giurati. Il fatto è che i giurati del 1872, tutti maschi, hanno giudicato il soldato Comisso con criteri maschilisti!