di Milo Julini
Sabato 11 marzo 1854 a Chambéry, alle ore 6:30, viene impiccato Maurice Tissot, contadino di 28 anni, condannato a morte per parricidio con sentenza del 30 dicembre 1853.

Il 17 giugno 1853, al ritorno dalla fiera di Coise, sulla strada di Saint-Pierre d’Albigny, Maurice Tissot ha ucciso suo padre Jean con un colpo alla testa poi ne ha gettato il corpo ai piedi del ponte di Saint-Pierre dove è stato ripescato il 19 giugno. Il movente di questo crimine risiede nell’odio che il figlio ha lungamente nutrito nei confronti del padre che si è opposto al suo matrimonio.
È una motivazione che contrasta con quella di altri casi di parricidio che si verificano nel Regno Sardo negli stessi anni, nel mondo contadino, quando figli non giovanissimi commettono il loro crimine spinti da una avidità maniacale della roba che supera in loro il rispetto, se non l’affetto, dovuto alla figura paterna.

Al tempo, il parricidio è un reato molto grave.
Il termine «parricidio» era usato nelle Regie Costituzioni del 1770 per indicare non soltanto l’uccisione del padre ma anche della madre, del patrigno e della matrigna, con estensione anche al suocero e alla suocera. Era sempre punito con severità ed esemplarità, dimostrata dall’accanimento sia sul condannato avviato al patibolo che, in particolar modo, sul suo cadavere.
Questo è avvenuto fino al 1831 quando il re Carlo Alberto ha cancellato oltre al supplizio della ruota e la pena di morte per i ladri anche l’applicazione delle tenaglie infuocate e l’accanimento sul cadavere.
Nel Codice Penale del 1839 il termine «parricidio» è usato con estensione alla madre e ai genitori adottivi e sono mantenuti ancora aspetti del vecchio modo di concepire la Giustizia.

Nell’esecuzione dei parricidi è stata introdotta questa forma di esemplarità, prevista dall’articolo 577: i condannati per parricidio devono essere condotti al patibolo «in camicia, a piedi nudi e col capo coperto di un velo nero».
Il parricida ha commesso un crimine tanto atroce da non dover più mostrare sembianze umane. E questa esemplarità, esente da torture fisiche del condannato ma fortemente suggestiva, può utilmente contribuire a incrementare nel pubblico che assiste all’esecuzione l’orrore per questo crimine, questa l’interpretazione del professor Umberto Levra.
Anche Maurice Tissot è condotto al patibolo secondo questo rituale. Si può ritenere che abbia operato l’esecutore di giustizia torinese Pietro Pantoni, pur senza conferme da parte di documenti.
Levra U., L’altro volto di Torino risorgimentale. 1814-1848, Torino, 1988.