di Milo Julini

Dobbiamo ora fare la conoscenza di una fattispecie di reato che negli anni da noi considerati può portare sul patibolo: l’incendio di case abitate.

Durante i lavori preparatori del Codice Penale del 1839, Carlo Alberto ha insistito sul concetto di pena come rieducazione, quindi ha sostenuto la limitazione se non l’abolizione della condanna a morte. Il suo intendimento era quello di limitarla a coloro che avevano ucciso perché spinti dalla volontà di uccidere.

Ha quindi ordinato – contro il parere della Commissione incaricata della stesura del nuovo Codice – di abolire la morte per i falsi monetari (puniti con estrema severità perché sulle monete appariva sempre l’immagine del re!), ma ha voluto la condanna a morte di chi dava fuoco a case abitate.

In Savoia, vediamo l’applicazione di queste norme per ben due volte.

La prima, sabato 1° marzo 1856, a Annecy, alle ore 6:30, con l’impiccagione di Jean-Louis “Petiolon” Paulme, contadino di 50 anni di Thorens-Sales, condannato con sentenza del 9 novembre 1855 per aver provocato questi incendi:

il 24 aprile 1850, quando ha dato fuoco a casa Eminet, nella frazione detta “Les Béni”;

il 24 aprile 1852, ha incendia 19 case di Thorens;

il 25 luglio 1852, a Groisy, nella frazione dei Barons, ha appiccato un incendio che ha distrutto la casa di Marie Métral sposata Convers;

nella notte dal 7 all’8 settembre 1852, infine, nella frazione Plot di Groisy, ha incendiato il tetto di un forno adiacente a casa Jacquet.

Le fonti non ci forniscono elementi per comprendere quale sia il movente di questo piromane seriale, se agisca per vendetta o se sia affetto da una tendenza compulsiva e patologica ad incendiare le abitazioni. In ogni caso, la Corte di Appello di Chambéry lo ha giudicato responsabile delle sue azioni.

Jean-Louis “Petiolon” Paulme viene trasferito da Chambéry ad Annecy – dove l’esecuzione capitale deve essere eseguita per esemplarità – nella notte da giovedì a venerdì. Qui ascolta la lettura della sentenza che lo condanna a morte senza reagire: pare non comprendere che la sua fine è imminente.

Quando il cappellano gli spiega la situazione, il condannato si accascia e perde conoscenza più volte, fortunatamente è sostenuto dal sacerdote.

Jean-Louis “Petiolon” Paulme trascorre le sue ultime 24 ore a pregare.

Nella mattina di sabato, assiste a parecchie messe e si comunica.

Sul patibolo, abbraccia il cappellano e l’esecutore, al quale dichiara: «Vi perdono di gran cuore!», e prima che questi lo spinga giù dalla scala, esclama: «Mio Dio, spero in voi: fatemi misericordia!».

La seconda esecuzione di un incendiario avviene giovedì 22 luglio 1858, a Chambéry, alle ore 4:30, quando sale sul patibolo Jean-Baptiste “Crottet” Soldet, di 36 anni, condannato con sentenza del 14 aprile 1858.

Il 3 gennaio 1858, per dar fuoco alla frazione di Allues, nel comune di Saint-Pierre-d’Albigny, ha incendiato una casa e il disastro si è propagato a quindici abitazioni e a tre fattorie.

L’impiccagione di Jean-Baptiste “Crottet” Soldet si svolge con un tempo molto tempestoso sotto una violenta pioggia. Ha pregato per tutta la giornata precedente all’esecuzione e si è addormentato col crocefisso in mano. Durante il tragitto, appare molto calmo e manifesta il suo pentimento.

Siamo autorizzati a ritenere che anche queste due condanne siano state eseguite dall’esecutore di giustizia torinese Pietro Pantoni.