di Arconte

È il mese di giugno del 1877 e siamo a Cavoretto, ancora comune indipendente e non frazione di Torino, dove possiamo assistere ad una truffa, a suo modo divertente, grazie alla brillante cronaca giudiziaria che Basilius pubblica nella “Rivista dei Tribunali” della “Gazzetta Piemontese” di sabato 20 ottobre 1877.

Di buon mattino, Martino Pereno, figlio dell’oste dell’Albero fiorito, è seduto davanti alla porta dell’albergo, quando arriva un soldato del 6° reggimento fanteria che gli chiede di parlare col padrone. Martino gli risponde che suo padre è fuori di casa e che può trattare con lui.

Il soldato gli spiega di essere stato mandato dai superiori del suo reggimento per far predisporre l’alloggiamento per una cinquantina di soldati che arriveranno il giorno seguente per una esercitazione: è prevista, infatti, una finta battaglia dove un forte distaccamento di nemici, da Pecetto e da Revigliasco, tenterà un colpo di mano su Cavoretto, per impadronirsi della strada di Moncalieri e precipitarsi sul borgo del Rubatto (oggi il borgo Crimea). Allora – prosegue il soldato – il generale ordinerà al 6° fanteria di occupare in forza queste paese per prevenire il nemico che dovrà battere in ritirata.

«Magnifico! Stupendo! – risponde Martino entusiasta – E mi vengano a dire che non abbiamo dei buoni generali!… Ma non avete qualche bolletta o qualche ordine dei vostri superiori per l’affare dell’alloggio?».

A questa richiesta, il soldato gli fa vedere un biglietto con una firma: «Il maggiore Fidani Ernesto».

Martino non chiede altro e, mentre il soldato si allontana, corre in giro per il paese a portare la lieta novella dell’arrivo all’indomani dei militari a Cavoretto. Verso mezzogiorno, il padre di Martino, Giuseppe, che ha già sentito parlare della gran novità, arriva a casa. Tutto allegro per la buona occasione che gli è capitata, si dimostra molto gentile col soldato: gli offre due uova al tegamino, con un litro di vino scelto, spumante e pieno di brio, tale da mettere di buon umore anche l’uomo più depresso del mondo. Intanto interroga il soldato:

«Quanto tempo si fermeranno qui le truppe?».

«Una diecina di giorni».

«E naturalmente dovrò anche provvedere al vitto di queste truppe. Eh?».

«Senza dubbio; anzi, a proposito, non sarebbe male che vi faceste una buona provvista di carne. Per esempio, potreste comprare un bue…».

«Lasciate fare a me. Domani è giorno di mercoledì e andrò a Carmagnola a provvedermi di quel che occorre».

Dopo pranzo il nostro soldato se ne va in giro per la campagna ma torna all’albergo verso l’ora di cena. L’oste gli prepara un’insalata, accompagnata dal solito vinello, si chiacchiera un po’ fino all’ora di andare a letto.

Al mattino successivo, alle tre e mezza, Giuseppe Pereno sveglia il figlio Martino e lo manda a Torino per fare provviste, poi parte per Carmagnola a comprare bestiame da macello.

Il soldato, che dormiva nella stessa camera di Martino, appena vede che i suoi ospiti sono partiti, si alza anche lui, abbandona la sua divisa militare e le armi, si veste con abiti borghesi di Martino e sparisce.

Viene mezzogiorno, viene la sera, passa la notte: la truppa non arriva e il soldato non si vede più.

Giuseppe e Martino Pereno, tornati a casa, realizzano finalmente che la finta battaglia non era che una manovra dell’anonimo soldato per ingannarli.

Malinconicamente, portano al sindaco l’uniforme militare abbandonata.

Quattro giorni dopo una pattuglia di carabinieri trova un individuo in una osteria di Pino Torinese.

«Chi siete?», gli chiedono i militari.

«Io sono il signor Giusto, luogotenente nel 6° fanteria».

«Luogotenente?! Avete piuttosto l’aria d’un nullatenente».

La feroce battuta induce l’individuo a confessare il suo vero nome e cognome: Cataldo Piccardi di Orazio, nato a Taranto, soldato nella 4a compagnia del 6° Reggimento di fanteria.

Cataldo è ricercato per diserzione. Alla perquisizione, gli viene trovato in tasca un biglietto, senza dubbio destinato a preparare una seconda edizione dello show di Cavoretto. Vi è scritto: «Sicontento la celentissima ruota del comune di Alpino Torinese di dare un alloggio dovuto per 50 uomini di fanteria, sotto la condizione del solo riposo. – Il sotto scritto maggior Fidani Ernesto».

Cataldo viene portato a Torino per essere giudicato del reato di diserzione dal Tribunale militare, ma viene scoperto il raggiro che ha attuato a Cavoretto e un altro ancora, commesso in precedenza a Torino.

Cataldo si è infatti presentato in una tabaccheria di via Doragrossa (oggi via Garibaldi), nei pressi della caserma del 6° reggimento, con questo biglietto: «Date al presente due pacchi di sicari toscani. Il colonnello Bertolè-Viale».

L’ortografia, soprattutto quel «sicari» invece di sigari, avrebbe dovuto mettere in guardia la tabaccaia. Ma nel negozio c’era soltanto la commessa, non troppo ferrata sulla lingua italiana, che gli ha consegnato i sigari.

Il processo a Cataldo Piccardi per queste due truffe con falso è celebrato il 19 ottobre 1877 al Tribunale correzionale di Torino. Per la faccenda di Cavoretto, il Tribunale ritiene che manchino gli estremi del reato di truffa, ritiene invece provata la truffa alla tabaccaia e lo condanna a sei mesi di carcere e 200 lire di multa.

Questo il commento conclusivo del cronista giudiziario Basilius: «E non vi paia troppo severa la sentenza, lettori e lettrici carissime, perché il Piccardi, a soli ventitré anni, è già alla sua sesta condanna per furti e truffe, ed ora gli resta ancora d’essere giudicato dal Tribunale militare.

Altro che finte battaglie! Queste son batoste per davvero».