Prosegue da L’abbazia di Novalesa, il monastero alpino che ospitò Carlo Magno

di Paolo Barosso

Dopo la fondazione e i primi anni di vita della comunità monastica, furono due gli avvenimenti che più di altri segnarono il destino di Novalesa, il primo positivo, legato al passaggio di Carlo Magno, il secondo traumatico, dovuto alle scorrerie dei Saraceni.

Nel 773 il re dei Franchi, chiamato in soccorso da papa Adriano I contro l’espansionismo longobardo, valicò con le sue truppe le Alpi occidentali mentre lo zio Bernardo calava dalla Val d’Aosta, per accerchiare i Longobardi con una manovra a tenaglia. Carlo Magno venne accolto dall’abate Frodoino e si fermò a Novalesa per qualche mese trovando il tempo di studiare le strategie più efficaci per sorprendere i Longobardi attestati sulla linea di difesa delle Chiuse di San Michele, dette anche Clusae Langobardorum.

Anche in questo caso interviene la leggenda che ci narra l’episodio di Berta, presentata come moglie di Carlo Magno (in realtà Berta era il nome con cui era nota Bertrada, madre del re dei Franchi), ma forse una delle sue concubine, che, colta dalla curiosità di vedere l’interno del monastero, sfidò la proibizione per le donne di oltrepassare il recinto abbaziale e si diresse verso l’ingresso. Giunta in prossimità della soglia, rimase però come folgorata, cadendo esanime. Carlo recuperò la salma e le diede sepoltura vicino all’attuale cappella di Santa Maria, nel punto dove testimonianze scritte attestano la presenza d’una grande croce poi rimossa.

Veduta della cappella di Santa Maria, risalente all’VIII secolo con restauri dell’XI. All’interno si conservano gli affreschi di Maria Maddalena e Maria Egiziaca, risalenti al XV secolo

La riconoscenza di Carlo Magno verso Novalesa non tardò a manifestarsi, con la conferma e il progressivo rafforzamento delle immunità di cui l’abbazia già godeva e che garantirono alla comunità ampia autonomia da ingerenze vescovili e civili. La stima per i monaci novaliciensi era tale che l’imperatore inviò presso la comunità uno dei figli, Ugo, perché i monaci lo allevassero. Ugo venne poi eletto abate.

Veduta della val Cenischia e del paese di Novalesa dalla strada che conduce all’abbazia

Il secondo avvenimento fu l’arrivo dei Saraceni, bande di predoni arabi che s’erano stanziati, profittando della disgregazione del potere regio, lungo la costa provenzale, utilizzandola come base per compiere le loro razzie nella regione alpina. Stando al Chronicon nel 906 i Saraceni valicarono la catena alpina, minacciando l’abbazia (secondo lo storico Aldo A. Settia la data della distruzione va posticipata a dopo il 920): i monaci, avuto sentore del pericolo, si allontanarono e in parte, guidati dall’abate Domniverto, trovarono rifugio a Torino, protetti dal marchese anscarico d’Ivrea Adalberto, che concesse loro accoglienza presso la chiesa di Sant’Andrea, ora incorporata nel Santuario della Consolata.

Secondo la tradizione portarono con sé oltre 6000 libri, salvandoli dall’impeto distruttivo dei Saraceni. I monaci novaliciensi ebbero poi in dono dal marchese Adalberto alcune terre nella Lomellina, descritte come rigogliose e ricche di selvaggina, perché vi installassero la nuova fondazione monastica di Breme, da allora in avanti legata a Novalesa.

Veduta del chiostro

La Valle di Susa venne liberata dalla piaga dei Saraceni nella seconda metà del X secolo grazie all’intervento del marchese di Torino, Arduino il Glabro, capostipite degli Arduinici. Arduino, descritto negativamente dal monaco estensore del Chronicon come uomo dedito ai vizi, schiavo dei desideri carnali e avido, fu in realtà un liberatore, anche se senz’altro approfittò della situazione per ampliare il patrimonio fondiario personale con le terre rimaste abbandonate.

I monaci tra fine X secolo e principio dell’XI fecero ritorno alla Novalesa per iniziativa dell’abate Gezone, che affidò al monaco architetto Bruningo il compito di sovrintendere alla ricostruzione degli edifici distrutti. Per lungo tempo Novalesa, almeno sul piano formale, mantenne una posizione di dipendenza da Breme, come priorato, sino a che nel 1599, in piena decadenza, non le venne restituita per intervento di papa Clemente VIII la dignità abbaziale.

Novalesa: facciata della cappella di San Michele, eretta nell’VIII secolo e di recente restaurata

Novalesa non raggiunse più la prosperità dei primi secoli, anche per la crisi generale che colpì il monachesimo: nel 1480 cadde in regime dcommenda, ovverosia come per altri monasteri la guida della comunità veniva affidata a un abate o priore commendatario, che poteva essere un ecclesiastico, ma sovente anche un laico, e che ne percepiva le rendite pur non risiedendo, se non raramente, in loco. Furono i discendenti dei Provana, insigne famiglia di banchieri piemontesi, a rivestire la carica per quasi due secoli.

Novalesa: l’abside della cappella del Ss. Salvatore, eretta nella seconda metà dell’XI secolo

Nel 1637, preso atto della crisi benedettina, si intavolarono trattative per l’insediamento di una nuova comunità, ma la convezione sottoscritta da Antonio Provana, vescovo di Torino e abate di Novalesa, per il trasferimento dei certosini di Montebenedetto non venne confermata dal capitolo generale dell’ordine riunitosi a Grenoble, lasciando la situazione com’era. Solo più tardi, dopo il 1640, si raggiunse l’accordo con i Foglianti (Cistercensi Riformati di San Bernardo), appartenenti a una corrente rigorista dell’Ordine Cistercense, che seguivano una regola di grande austerità e che s’insediarono alla Novalesa.

Le vicende dell’abbazia conobbero ancora dei travagli. Nel 1798 si ebbe l’occupazione napoleonica, che decretò la soppressione di ordini e congregazioni religiose e l’incameramento dei loro beni, ma lasciò tuttavia alla guida del celebre Ospizio del Moncenisio, fondato per l’accoglienza dei viaggiatori nel IX secolo per volere dell’imperatore Ludovico il Pio e affidato alla gestione dei monaci novalicensi tra XII e XIII secolo per iniziativa dei Savoia, l’abate savoiardo Antoine Gabet, più che altro per farne un posto tappa per i militari in transito lungo la nuova strada del Moncenisio.  In seguito, dopo un breve periodo di ripresa con la Restaurazione sabauda, l’entrata in vigore nel 1855 delle leggi Cavour-Rattazzi, in linea con la politica anti-ecclesiastica del Governo di allora, causarono l’espulsione dei monaci dalla Novalesa, l’espropriazione del complesso e la vendita a privati, che lo trasformarono per dieci anni in stabilimento idroterapico. La lunga decadenza dell’abbazia, all’apparenza inarrestabile, cessò nel 1972 con l’acquisto da parte della Provincia di Torino, l’avvio dei restauri e il ritorno nel 1973 di un gruppo di monaci, che possiamo considerare come i rifondatori della comunità.

Scorcio della contrada maestra dell’abitato di Novalesa con la facciata della parrocchiale di Santo Stefano, ricca di opere d’arte

La fortuna di Novalesa derivò dalla sua dislocazione ad pedes Montis Cenisii lungo i percorsi che conducevano Oltralpe in Savoia attraverso il valico del Moncenisio, che prese ad essere frequentato soprattutto dai secoli centrali del Medioevo. Novalesa, famosa per la biblioteca e per l’annesso scriptorium, funzionò anche come punto di sosta e di ristoro per pellegrini e viandanti impegnati nella traversata alpina e questo flusso continuo di persone fu alla base dello sviluppo economico del vicino abitato di Novalesa, cresciuto soprattutto a partire dal XV secolo. Questo è infatti il periodo in cui si diffuse l’uso della carrozza, che costringeva i viaggiatori a far tappa nelle località site sui due versanti alpini in cui terminava la strada carrozzabile, quindi Lanslebourg in Savoia e Novalesa in Piemonte.

Un’insegna sopra la porta d’una casa nel borgo di Novalesa ricorda la vocazione del paese come luogo di tappa e di transito per i viandanti

Le carrozze, provenienti da Susa, si fermavano a Novalesa, dove avvenivano le operazioni di smontaggio in vista del trasporto attraverso il Moncenisio, per cui ci si avvaleva delle prestazioni dei “marrons”, uomini del luogo che s’erano andati specializzando nel mestiere di portatori. Passeggiando per il paese di Novalesa ci si accorge infatti della struttura imponente di molte abitazioni, un tempo adibite a locanda con rimessaggio per le carrozze. Una volta ridiscesi sul versante opposto, a Lanslebourg, le carrozze venivano poi rimontate e messe nelle condizioni di poter proseguire il viaggio.

Scorcio della parrocchiale di Santo Stefano con il nome della via prospiciente la chiesa scritto in franco-provenzale, lingua parlata in questa fetta di Piemonte alpino confinante con la Savoia

La prosperità di Novalesa e della Val Cenischia, per secoli legata all’attività dei marrons e alle numerose osterie e locande per i viandanti, conobbe una drastica battuta d’arresto nel 1808 quando s’inaugurò la nuova strada carrozzabile voluta da Napoleone per collegare Susa al valico senza più passare attraverso i borghi della valle. Malgrado le proteste l’opera venne realizzata, soprattutto per scopi militari, e i marrons di Novalesa e Venaus dovettero trovarsi altre occupazioni.

Chiesa parrocchiale di Santo Stefano – il grande polittico attribuito al borgognone Antoine de Lonhy

L’abitato di Novalesa, con le sue grandi abitazioni allineate lungo la strada maestra che attraversa per intero il paese, racchiude molti elementi d’interesse, tra cui la bellissima chiesa parrocchiale di Santo Stefano, eretta nel XVI secolo, poi ampliata nel secolo successivo, che racchiude importanti opere d’arte. Ricordiamo tra queste la cassa reliquiario in legno rivestita in lamina d’argento, capolavoro di oreficeria romanica del XII secolo, realizzata per custodire le reliquie di Sant’Eldrado, abate di Novalesa nel IX secolo, il polittico dell’altare laterale destro, risalente al tardo Quattrocento, con al centro dell’ordine inferiore di scomparti la Madonna e San Giuseppe in adorazione del Bambino, attribuito a pittore di area franco-piemontese, forse il borgognone Antoine de Lonhy, attivo alla corte sabauda, e le cinque tele donate nel 1805 da Napoleone all’abate Gabet, da questi cedute all’abbazia di Novalesa e in seguito, dopo la chiusura del monastero, trasferite nella parrocchiale.

L’affresco esterno con le virtù, la cavalcata dei vizi e le pene infernali

Si tratta di una copia della Crocifissione di San Pietro del Caravaggio, di notevole importanza perché coeva dell’originale e di ottima fattura, un’Adorazione dei pastori eseguita dal pittore francese François Lemoine, divenuto celebre per aver lavorato a Versailles, una tela della scuola del Rubens con l’Adorazione dei Magi, una Deposizione di Cristo dalla Croce realizzata da Daniele da Volterra, esponente del manierismo romano cinquecentesco, e un’altra Deposizione attribuita alla bottega cremonese di Giulio Campi. All’esterno della chiesa, disposti su tre fasce parallele, troviamo affreschi di datazione settecentesca che riprendono però un tema iconografico tipico del Medioevo, assai ricorrente nelle Alpi occidentali tra Piemonte, Savoia, Delfinato, la Cavalcata dei vizi e le virtù con la rappresentazione nel registro più in basso delle pene cui vengono sottoposti i dannati, viziosi impenitenti.

Fonti bibliografiche:

Antonio Zampedri, Magia e leggenda in valle di Susa, Susalibri, 1991

AA.VV., Novalesa e la sua abbazia, Numero speciale monografico della rivista “Segusium”, Susa, 1973

G. Lunardi, I Costruttori dell’abbazia di Novalesa, Novalesa, 2003

Franco Caresio, Abbazie in Piemonte, EDA, Torino, 1999

Tutte le foto pubblicate sono di Paolo Barosso, salvo l’immagine di apertura, la prima e la quarta, tratte dall’archivio fotografico della Città Metropolitana di Torino, che ringraziamo