Testo e foto di Paolo Barosso 

Nell’angusta Val Cenischia, stretta tra alte cime, sorge l’antica abbazia di Novalesa, sita a poca distanza dall’abitato omonimo, la cui storia è strettamente legata alle vicende della comunità monastica.

Veduta della Val Cenischia verso il borgo di Novalesa

La fondazione del cenobio, come risulta dal documento conservato nell’Archivio di Stato di Torino, risale al 726. Promotore dell’iniziativa fu Abbone, funzionario franco discendente d’una famiglia dell’aristocrazia gallo-romana che aveva responsabilità di governo su un vasto territorio comprendente la valle dell’Arc (Maurienne) e la valle della Dora. Con il permesso di Walcuno, vescovo di Saint-Jean-de-Maurienne, e del clero di Moriana e Susa, Abbone affidò la nuova fondazione a un gruppo di monaci forse provenienti da Grenoble, scegliendo Godone come primo superiore, o abate, della comunità.

Scorcio della via Maestra di Novalesa con la chiesa parrocchiale di Santo Stefano

Come in tutti i monasteri, la vita in comune dei monaci era disciplinata da una regola, che in origine veniva scelta liberamente dall’abate attingendo da regole già esistenti, in particolare la Regola di San Benedetto, elaborata nel VI secolo per il monastero di Montecassino, e quella dell’irlandese San Colombano, fondatore del monastero di Bobbio, e integrando questo corpus con disposizioni diverse (le cosiddette Regulae mixtae). Solo dall’817 il concilio di Aquisgrana voluto dall’imperatore Ludovico il Pio impose a tutte le fondazioni monastiche dell’impero l’adozione della regola benedettina, che il patrizio visigoto San Benedetto d’Aniane aveva messo a confronto con altre regole monastiche, dimostrandone la superiorità.

Veduta dell’abbazia

Peculiarità della regola novalicense era la previsione di una sorta di coordinamento con il monastero oggi scomparso di Santa Maria di Viceria nei pressi di Grenoble, finalizzato, pur nel rispetto della reciproca autonomia, a dirimere insieme le questioni più delicate. Ad esempio in caso di morte dell’abate, qualora non si fosse trovato dentro la comunità un monaco degno di succedergli, la scelta sarebbe potuta ricadere su un membro dell’altro monastero; ancora, qualora un monaco avesse mancato di disciplina, mostrandosi recalcitrante ai richiami del superiore, si prescriveva di inviarlo nell’altra comunità perché vi facesse penitenza; infine, in caso di pericolo, era previsto per i due monasteri l’obbligo di vicendevole assistenza.

Il periodo di maggior prosperità per Novalesa, toponimo che alcuni fanno derivare da Nova Lux, alludendo alla luce di Cristo apportata da quei pionieri del monachesimo alpino, mentre altri più plausibilmente collegano a novale, termine latino che designa terreni dissodati, fu quello compreso tra la fondazione nell’VIII secolo e il principio del X secolo, quando la comunità giunse a contare 500 monaci. Di questa stagione così florida abbiamo notizie soprattutto grazie a una preziosa testimonianza scritta risalente alla seconda metà dell’XI secolo, il Chronicon Novaliciense, redatto da un monaco rimasto anonimo che ci tratteggia i primi secoli di vita della comunità.

La facciata dell’abbazia come si presenta oggi, terminata nel 1715 su disegno dell’architetto regio Antonio Bertola

Una delle figure più significative fu Sant’Eldrado, nobile originario di Ambel nell’odierno dipartimento francese dell’Isère. Unico erede di un grande patrimonio, se ne spogliò in favore dei poveri vestendo gli abiti del pellegrino. Giunto in Val Cenischia, entrò nella comunità di Novalesa, accolto dall’abate Amblulfo. Alla morte dell’abate Ugo (che era forse figlio di Carlo Magno), venne scelto come successore dai monaci dirigendo l’abbazia con saggezza e santità di vita e dispensando molti miracoli, sino alla morte, avvenuta intorno all’anno 840.

Troviamo la raffigurazione pittorica degli episodi salienti della vita del santo, sospesi tra storia e leggenda, all’interno di una delle quattro cappelle costruite attorno alla chiesa abbaziale di Novalesa. Intitolata ai Santi Eldrado e Nicola, la cappella racchiude un sorprendente ciclo di affreschi datato dagli storici dell’arte alla fine dell’XI secolo. Varcata la soglia si rimane rapiti dalla bellezza delle figure che, pur mostrando un atteggiamento ieratico e solenne d’impronta bizantina, sono oggi riferite ad un contesto occidentale, di matrice lombardo-piemontese. Il catino absidale è dominato dal Cristo Pantocratore in mandorla con le due figure sottostanti di Eldrado, in veste da monaco, e di Nicola, in abiti vescovili, i due contitolari della cappella. Nella prima campata a partire dall’abside, si ammirano scene della Vita di San Nicola, dalla leggenda che lo voleva ancora in fasce rifiutare il latte materno di venerdì, in ossequio all’astinenza imposta dalla Chiesa, all’episodio che lo vide intervenire in difesa di tre giovani cristiani minacciati da un aggressore pagano.

Veduta esterna della cappella dei santi Eldrado e Nicola, che conserva il prezioso ciclo di affreschi

La campata successiva è invece occupata dalle storie di Sant’Eldrado. Vediamo il santo, ancora giovane, intento a gestire le proprietà di famiglia, nel locus Ambilli nativo, curando una pianta di vite appoggiata ad un albero di gelso (secondo l’antica tecnica dell’alteno); poi Eldrado che indossa le vesti del pellegrino, simboleggiate dal bordone (bastone del pellegrino) e dalla bisaccia; successivamente Eldrado che viene accolto dall’abate Amblulfo, dismettendo gli abiti del pellegrino e indossando, una volta superata la fase di prova obbligatoria per i novizi, quelli propri del monaco. Nelle altre scene storia e leggenda s’intrecciano: vi è il riferimento alla fondazione, per iniziativa di Eldrado, di una nuova comunità monastica nella valle della Guisane, nell’attuale Monetier les Bains, vicino a Briançon. Il luogo, acquitrinoso, era infestato da serpenti e Eldrado, richiamato dai monaci, accorse confinando le serpi in un incavo della montagna e ordinando loro di non uscirvi più. L’ultimo episodio riguarda la morte del Santo, resa attraverso una serie di elementi che comunicano da un lato la serena accettazione della volontà di Dio e dall’altro la disperazione dei fratres contristati, rattristati dalla perdita del loro padre spirituale.

La cappella di Sant’Eldrado costituisce una delle testimonianze architettoniche e artistiche più importanti dell’antico complesso, dato che la chiesa abbaziale, distrutta dai Saraceni nella prima decade del X secolo, venne ricostruita per iniziativa dell’abate di Breme Gezone (che si avvalse dell’opera del monaco architetto Bruningo) nell’XI secolo e in seguito completamente riplasmata in forme tardo-barocche tra il 1710 e il 1719 su disegno di Antonio Bertola.

La cappella alto-medioevale di San Michele, originaria dell’VIII/IX secolo e di recente oggetto di una campagna di restauro

Fonti bibliografiche:

AA.VV., Novalesa e la sua abbazia, Numero speciale monografico della rivista “Segusium”, Susa, 1973

G. Lunardi, I Costruttori dell’abbazia di Novalesa, Novalesa, 2003

Franco Caresio, Abbazie in Piemonte, EDA, Torino, 1999

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